Berlino 2026: il racconto di un padre e di un figlio.


42 chilometri per consegnargli ciò che le parole non riescono a dire.
di Guido del Giudice

Un messaggio su WhatsApp
Mio figlio Fabio vive a Berlino, una scelta professionale che finora non mi aveva permesso di trasmettergli la mia passione per la corsa. Poi, quasi un anno fa, mi arriva un messaggio: “Ho pensato di correre la Berlin Marathon.”
La mia reazione è immediata: “La tua prima maratona! Allora la fai con me!”
Poco dopo arriva la doccia fredda: “È già sold-out! Tentiamo il sorteggio?”
“Vai, se è destino, ci prenderanno.”
Era destino.
La preparazione
Parte così il programma: allenamenti a distanza sincronizzati su Strava e, nelle feste comandate, uscite dal vivo, durante le quali cerco di trasmettergli tutta l’esperienza maturata in 70 maratone. Fabio è metodico come il padre: non salta un’uscita e segue la tabella al secondo. Il lunghissimo finale, a fine agosto in vacanza, con 38 gradi, va benissimo: passo e resistenza allo sforzo sono a posto. Ce la farà senza soffrire.
Il gran giorno
Berlino ci accoglie con il sole e condizioni ideali. Ho curato ogni dettaglio, dall’alimentazione all’abbigliamento alle scarpe, perché so che basta trascurarne uno per rovinare una maratona, e oggi più che mai non voglio sciupare questa splendida avventura.
L’organizzazione è perfetta: non ci si accorge nemmeno di essere in più di 50.000 runner. Il conto alla rovescia dello starter pulsa come i battiti dei nostri cuori, poi si parte, in un tripudio di colori con la folla che ci augura buon viaggio. Ci godiamo i lunghi rettilinei pianeggianti, le strade larghe, gli incitamenti in tutte le lingue del mondo e i “cinque” energici dei bambini assiepati lungo il percorso.
A metà gara tutto è perfetto. Ma esiste una parola che qui a Berlino non spaventa più nessuno, tranne i maratoneti: il Muro.
Al 30° chilometro guardo mio figlio negli occhi: sta meglio di me. Quarant’anni di differenza si fanno sentire, ma è per questo che sono qui: per passargli il testimone.
Il traguardo
Quando la Porta di Brandeburgo compare in lontananza, l’emozione è indescrivibile. Tagliamo il traguardo a braccia alzate, con la felicità negli occhi, e un abbraccio suggella una maratona corsa con il cuore più che con le gambe.
“Ti è piaciuta?”
“Sì, papà, ma non ne farò altre.”
Lo guardo, per nulla dispiaciuto: quella frase l’ho ripetuta a me stesso 70 volte. So che il seme è stato piantato e che, prima o poi, germoglierà di nuovo.

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