“Perché a Curinga non ti accolgono, ti adottano” di Alessandro Petrini

Buongiorno e buon lunedì!

Sono tornato a casa con la valigia più pesante di come sono partito, e non per i souvenir: per tutto l’affetto che ci hanno messo dentro.

Si parte da Bergamo: io, Barby c’è, Edi e Vladimiro. Vladimiro ed Edi passano a prenderci e via verso l’aeroporto, con la voglia di chi sa che dall’altra parte c’è qualcuno che aspetta a braccia aperte. Claudio e Simona invece sono partiti da Bologna e sono arrivati a Curinga già la mattina. Atterriamo a Lamezia e lì, puntuale come un orologio svizzero, c’è Giambattista. Ci carica e ci porta dritti al ristorante, dove il resto della compagnia è già sistemato a tavola. Pizza, birra, scamorza, affettati, frittata con le zucchine, crostini e chi più ne ha più ne metta: altro che cena pre-gara, un abbraccio in forma di buffet. Poi la palestra, con i materassini e le risate lungo il campo, come a una gita scolastica che speri non finisca mai.

L’indomani tutti alla partenza, tra festa e bande cittadine, perché San Francesco è il patrono di Curinga e il paese era in piedi per lui. Prima del via, le bande hanno suonato per noi: un saluto e l’inno nazionale, e lì, schierati alla partenza, ci è venuto un nodo in gola. Si dà lo start alla 50 km di Calabria e alle 8 ore di Curinga, e io vengo ingaggiato da Giambattista come autista: devo portare l’auto di un atleta da Curinga ad Acconia, dove in piazza c’è l’arrivo. E lì ho scoperto che la festa si era spostata con noi.

Il Club Supermarathon Italia era presente: l’8 ore di Curinga era infatti una tappa del Challenge delle 8 ore, ideato da Max Faleo.

Il percorso principale era di 44 km, tutto salite e discese, con il traguardo volante alla Fossa del Lupo, al km 19. Dopo c’era l’anello da 1 km: chi faceva la 50 km lo ripeteva sei volte, chi faceva le 8 ore continuava a girare fino allo sparo finale. Io intanto scattavo foto, a caccia di fatica, sorrisi e abbracci, che da quelle parti non mancavano mai. Vladimiro, che era lì da spettatore, ha chiamato degli amici che non vedeva da 47 anni, e appena si sono trovati si sono riconosciuti alla prima occhiata: una festa dentro la festa.

Dopo le premiazioni ci hanno riportati in aeroporto, e il cerchio si è chiuso come si era aperto: con qualcuno che si prendeva cura di noi. Siamo rientrati a Bergamo, e Claudio e Simona con noi, per poi prendere un Flixbus che li portava a Bologna.

Perché a Curinga non ti accolgono, ti adottano. Si dice “paese che vai, usanze che trovi”, ma qui l’usanza è volerti bene, in modo così esagerato da lasciarti senza difese. A un certo punto avevo gli occhi lucidi e ho dato la colpa al vento.

Grazie a chi ha pensato a tutto prima che qualcuno se ne accorgesse, a chi c’era alle sei del mattino e a chi c’era ancora a notte fonda, a chi ha riempito un bicchiere, indicato una svolta, sorriso a un atleta che non ne poteva più. Grazie all’Atletica Curinga, al presidente e ai soci, ai volontari, alla Croce Rossa, ai Carabinieri, alla Protezione Civile, ai Vigili Urbani. Grazie a Giambattista Malacari, che c’era sempre, ovunque mi girassi.

Mentre l’aereo si alzava e la Calabria si faceva piccola piccola, ho pensato che i chilometri si dimenticano e le classifiche pure, ma un abbraccio dato col cuore resta. Ho partecipato a tante corse, in tanti posti, ma poche mi hanno lasciato addosso tanta voglia di tornare.

Grazie, Curinga. Di cuore.

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