10^ Ecomaratona del Chianti. 16 ottobre 2016. Un’ottima annata e un’anima dannata

Grande uomo d’affari, convinto assertore dell’Unità d’Italia, fondatore del quotidiano La Nazione, massone (partecipò all’assemblea costituente di Firenze) e per ben due volte Presidente del Consiglio del neonato Regno d’Italia. Per seguire i suoi affari lasciò Firenze e si trasferì in modo quasi permanente nel suo castello a Brolio, in un territorio, il Chianti, allora isolato e selvaggio. Lì si dedicò anima e corpo alla produzione vitivinicola. Studiò i maestri francesi del Bordeaux, acquistò nuovi macchinari agricoli dall’Inghilterra e dopo vari esperimenti giunse a definire la formula, tuttora in uso, del vino Chianti Classico. Ma Bettino è anche lo spettro più famoso d’Italia. Uomo importante in vita, il suo spettro ha turbato a lungo le notti di questa zona di Toscana con apparizioni e macabre premonizioni. Di seguito riporto la sua storia tratto da Mistery of Tuscany che mi ha fatto scoprire Laura e che le guide al Castello non amano ricordare, ma che gli abitanti del Chianti raccontano da un secolo e mezzo.

“La sera del 23 ottobre 1880 fu il domestico a scoprire il corpo senza vita del barone Bettino Ricasoli. Questi era stato colto da un attacco cardiaco mentre leggeva un libro nel suo studio. Era morto di colpo, senza neanche gli ultimi sacramenti, ma non in modo inaspettato. Tre anni prima gli era stata diagnosticata un’insufficienza cardiaca e quel tempo gli era stato prezioso per preparare la sua successione con lo stesso rigore che aveva contraddistinto tutta la sua vita. I giornali dell’epoca diedero ampio risalto alla morte dell’illustre barone dedicandogli lunghi articoli. Bettino era noto per governare i suoi possedimenti in modo autoritario e questo gli valse l’appellativo di Barone di Ferro. I contadini delle sue terre lo temevano e nessuno osava guardarlo negli occhi o rivolgergli parola: “Non salutatemi – diceva ai suoi operai – che a salutare si perde tempo”. Si diceva anche che contasse una a una le pesche e i grappoli d’uva per essere sicuro che nessuno gli rubasse qualcosa. Tuttavia, Bettino era un punto di riferimento per la gente di Brolio e la sua morte lasciò tutti spaesati, orfani della sua guida sicura.

003La salma del barone non venne inumata subito. Si dovette aspettare l’autorizzazione del prefetto di Siena e la tumulazione avvenne soltanto il due dicembre. Fino a quel momento la salma era stata tenuta presso l’altare della cripta della cappella di famiglia e fu durante questo periodo che cominciarono a circolare dicerie su strani avvistamenti all’interno e nei dintorni del castello. Le voci divennero velocemente veri e propri racconti e si diffusero in un’ampia zona del Chianti. Alcuni tratti erano comuni, altri variavano secondo il narratore, ma tutti avevano un unico protagonista: lo spettro del redivivo barone Ricasoli.

Avvenimenti inquietanti erano già successi al momento del suo funerale. Durante la funzione nella cappella di famiglia improvvise raffiche di vento fecero impallidire i presenti. Le finestre si aprivano e chiudevano violentemente come mosse da una mano invisibile. Uno sciame di falene invase la sala costringendo molti a fuggire. Come se non bastasse, ancora più inspiegabile fu quello che accadde ai malcapitati scelti per portare la bara nel luogo della sepoltura. Quattro uomini provarono una prima volta a sollevarla, ma la bara era così pesante da sembrare piena di pietre. Sbigottiti, riprovarono una e più volte, ma non c’era nulla da fare. In loro soccorso sopraggiunse il prete, che pronunciò strane parole in latino che i contadini non potevano capire e poi chiese agli uomini di riprovare. Tra lo stupore generale, la bara era diventata di colpo leggera, senza più peso, quasi che il corpo fosse svanito. Certo, nessuno ebbe il coraggio di controllarne il contenuto, ma tutti lessero questi accadimenti in modo univoco: l’anima del barone era dannata.

Quali erano le colpe di Ricasoli? I contadini potevano elencarne diverse. Non aveva ricevuto i sacramenti prima di morire; in vita aveva fatto numerosi torti alla chiesa, imponendole tributi ed espropriandole terreni; era stato troppo duro con i suoi operai; aveva aderito alla massoneria. E poi c’era quella sua pretesa che ai contadini non era mai andata giù. Il barone considerava il latte materno un elisir di giovinezza ed esigeva di succhiarlo direttamente dal seno delle giovani mamme di Brolio. Qualcuno pensava fosse solo una stramberia, ma per altri era un’indecenza intollerabile. Le sue colpe erano tante, ma quello che realmente importava in quel momento era che le anime dannate andavano confinate in un luogo sicuro. Fu chiamato un prete cappuccino e la bara del barone fu interrata in un dirupo chiamato il Borro dell’Ancherona. Sembrava il posto adatto per il riposo eterno del barone, eppure il confino non lo tenne lontano dal mondo dei vivi a lungo e così iniziò una serie infinita di avvistamenti.

002Il barone appariva di notte tutto vestito di nero sempre in sella al suo cavallo. Entrava nelle cucine per distruggere i piatti appena lavati. Guastava le lenzuola del suo letto che le governanti sistemavano ogni mattina. Svegliava i contadini nel mezzo della notte fissandoli con un ghigno diabolico. Si accostava silenzioso ai viandanti che si erano attardati terrorizzandoli e alcune morte improvvise furono addossate a cuori troppo fragili che non avevano sopportato la vista del barone. Qualcuno, però, racconta di aver ricevuto soccorso dallo spettro di Bettino, come il contadino che si era ritrovato le ruote del suo carro immerse nel fango. Preso dalla disperazione, invocò lo spirito del vecchio e questi lo aiutò a trascinare il carro sulla terra asciutta.

Passano gli anni e si succedono le generazioni, ma lo spettro di Bettino continua a essere una presenza fissa nel Chianti. Nel 1965 Renato Polese, un giornalista della Domenica del Corriere, incuriosito da questi racconti decide di passare una notte al castello. Non è ancora scoccata la mezzanotte quando Polese si trova di fronte il fantasma di Ricasoli. Lo contempla a debita distanza e la settimana successiva fa uscire un articolo di tre pagine che racconta la sua notte straordinaria a Brolio. E’ la consacrazione mediatica dello spettro più famoso d’Italia.

Lo spirito di Bettino vive ancora oggi, anche se si fa vedere di meno ora che la luce elettrica illumina i paesini di Gaiole in Chianti, Villa a Sesta e la frazione di Brolio. I ragazzi della zona vanno alla sua ricerca per dare prova del proprio coraggio, e, probabilmente, qualche vecchio contadino, ogni tanto, gli si rivolge ancora nel silenzio della notte per un parere sulla vendemmia o un consiglio sul vino”

Comunque adesso che so dello spettro, il Castello ha ancora più fascino: è qui dal 1141 ed è sempre appartenuto, tranne che per brevi periodi, ai Ricasoli. Situato sulla linea di confine tra i territori di Siena e Firenze, il castello ha svolto un ruolo importante nelle diatribe tra le due città nel corso di tutto il Medioevo. Brolio era considerato, infatti, l’avamposto della Repubblica di Firenze nel Chianti e furono molti gli scontri combattuti davanti alle sue mura.

Il Castello ha subito diversi rifacimenti nel corso dei secoli e porta i segni di epoche diverse. Nel 1484 furono portati a termine importanti lavori di potenziamento che lo trasformarono in una delle prime fortezze bastionate italiane. I bastioni di pietra, ancora presenti, hanno una forma pentagonale. Nel XIX sec. fu trasformato in maniero inglese secondo i dettami del “revival gotico” del tempo. Si fece uso del mattone rosso e si costruirono torrette merlate e finestre in stile Tudor. Nella cinta muraria sono oggi racchiusi il castello medievale, il cassero, la cappella conle tombe di famiglia, la villa neogotica in mattoni rossi, il parco e il giardino all’italiana.

004Tutto attorno, i vecchi casolari e la grande fabbrica dove abbiamo parcheggiato la “poderosa six hundred” e le sue eleganti, pettinate vigne opportunamente segnalate da cartelli elegantissimi: la classe non è acqua, anzi in questo caso è vino. Quasi 5000 i partecipanti alle varie manifestazioni di questa decima edizione dell’Ecochianti che ha avuto un valore aggiunto per i festeggiamenti dei 300 anni di vita del Consorzio del Chianti Classico. Tanti gli stranieri stregati da questo brand e da tanta bellezza che alla fine diviene quasi monotono ripetersi di “wow”,”worderful”,”best in the world”.

Bellezza interrotta negli ultimi tre chilometri da un sentieraccio fangoso disseminato di garze insanguinate, che gli organizzatori potrebbero evitare di inserire nelle future edizioni, perché è come bere un pessimo caffè alla fine di ottimo pranzo.

Non me ne vogliano i gentilissimi addetti ai ristori, ma avrebbero potuto barattare l’equivalente di un paio di bottiglie da 0,75 litri di Chianti Classico Barone Ricasoli Riserva Rocca Guicciarda Vino rosso rubino fitto tendente al granato con l’aroma e caldo e intenso, con note di frutta sotto spirito, confettura di mirtillo e tabacco dal gusto caldo, corposo e speziato dal valore totale di 40 eurini, dicevo avrebbero potuto barattare le due bottiglie con un bancale da 120 litri di introvabile acqua frizzante, comparsa solo e dico solo nel ben fornito ristoro del Riccardo Valenti di Rapolano.

Non me ne vogliano gli sponsor e il Consorzio del Chianti per la barbarica mia esterofilia ma, senza scendere in guasconate e scandalosi atti impuri come quelli perpetrati al Medoc, l’Alsace, il Beajolais, il Sautern etc., un paio di ristori con un assaggino di Chianti seppur annacquato ci sarebbero potuti stare. Avremmo violato le sacre leggi del podismo, ma avremmo stabilito un contatto ancorchè volatile ma pregno dei profumi e carezze di questo territorio.

Mi rimane qualche rimpianto e nostalgia di questa bella giornata finita in una cantina tra bottiglie velate di preziosa polvere e ragnatele, proveniente da un passato di aedi e baroni che ancora si odono ridere e cantare tra le colonne di sasso e le botti di rovere, proprio come il nero fantasma del barone Bettino Ricasoli, che galoppa ancora nei suoi poderi, terrorizzando i viandanti in una notte di luna piena come questa.

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