Per chi si fosse dimenticato il percorso, ecco il ricordo!
Primi passi leggeri sulla sabbia della “spiaggetta” del Lido di Gozzano, poi sassi ed un sentiero ombreggiato pieno di “sorgive e fango”; ghiaia e rivoli d’acqua si susseguono in un continuo saliscendi fino a trasformarsi in strada bianca ancora piena di rigagnoli, poi breve salita ed un primo assaggio di tratto asfalto piatto con ripida salita e discesa, giù fino a lambire il lago; poi ancora salitina tra le case di un antico piccolo borgo e conseguente discesa fino a riprendere il sentiero sterrato che si ritrasforma in pista carrabile di accesso alle vecchie ville e ai sonnolenti approdi. Dietro un angolo, ecco che il sentiero diventa “trincea”, da una parte la scoscesa scarpata del monte, dall’altra un alto muro intriso di muschio, sul fondo tanto fango, ma almeno qui e solo qui la temperatura è sempre fresca. Altra sterzata a novanta gradi ed inizia il settore delle “radici” degli alberi per una corsa ad ostacoli che ci immette sulla “spiaggetta” frequentata nelle belle giornate da festanti bagnanti. Il tempo di buttare “un occhio” ed è già ora del“cemento” sulla strada e soprattutto sulla corta ma irta salita che trasformandosi poi in discesa asfaltata immette, attraverso un altro vecchio piccolo borgo di case arroccate, al primo ristoro, raggiunto superando un ponticello sotto cui gorgogliano le acque di un vivace ruscello e dove sono immerse le bottiglie “al fresco”. Ed ora affrontiamo “la strada” con viabilità veicolare e qui bisogna prendere il ritmo, prima sulla discesa verso il lago, poi lungo “il litorale“ passando per la zona “dei pescatori” sempre attenti a esche, lenze e lanci ed armati di sacrosanta pazienza, per raggiungere “i saliscendi” del marciapiede spaccagambe, e via verso il bellissimo borgo di Pella, sampietrini, betonelle di cemento, panchine e turisti, a sinistra gelateria e ristorante a destra il lago, in fondo “la penisola” da percorrere tutti rigorosamente. Un ultima occhiata al lago e già è tempo di salita, dapprima stretti tra le case, poi, dopo un breve falsopiano, fuori dal paese in spazio aperto con assolata e micidiale ascesa. Là dove finisce la salita le fresche fronde ti rianimano per affrontare una rigenerante discesa e prendere il ritmo per i chilometri del micidiale e lungo “tratto lineare“ sopraelevato e parallelo rispetto al lago le cui rive si scorgono molto al di sotto del ripido pendio. Finalmente, girato l’angolo, s’intravvede la strada che sale, e si sa che lì c’è l’agognato secondo ristoro, che si sposta logisticamente a seconda delle condizioni meteo o a destra o a sinistra della carreggiata, a favore d’ombra, a ridosso del ruscello per l’acqua fresca, ed a saggia discrezione del “gestore”, e soprattutto in ogni caso sempre con la gratitudine di tutti gli “avventori”. Rifocillati a dovere, altro piccolo assaggio di salita asfaltata, per raggiungere “il borgo” di Ronco, paesino di poche case abbarbicato sul pendio a picco sul lago, dove la strada finisce in un “cul de sac” che tutti devono percorrere per poter dire di avere effettivamente percorso, alla fine i fatidici 42,195 m, giro di boa per il ritorno, con ripasso, non solo mentale, del movimentato percorso.
E poi… ogni maratoneta aveva la sua tecnica e condotta di gara, quasi sempre “metodica” e precisa, con punti di riferimento disparati e personalizzati: chi correva fino al un palo della luce, poi camminava veloce fino al termine di una salita dove c’era un pilastro di un giardino, poi riprendeva fino ad un altro punto di riferimento e così via… e l’occhio cercava la torre longobarda al di là della sponda del lago, perché quando la vedevi allora significava “arrivo vicino” e subito dopo intravedevi “la spiaggetta” dove l’onnipresente Caterina, con la sua verve simpatia, attendeva tutti gli atleti.
Dopo tante gare e tanti giri, conosci tutti gli attori protagonisti, soprattutto quelli che le hanno corse tutte; ne individuavi la sagoma, l’abbigliamento, la postura, l’incedere sull’asfalto, il rumore dei passi, alcuni radenti, altri più leggeri, il vociferare a volte goliardico, altre di incoraggiamento e di sprono, ma sempre e comunque da “antagonisti amici”.
E se dopo tre giorni conosci il percorso ogni metro, al settimo giorno ne conosci ogni sfumatura, ogni sasso ed ogni centimetro, i rivoli d’acqua da saltare, i passaggi stretti ora a destra ora a sinistra, tutte le fontanelle del tragitto, le auto parcheggiate, perfino alcuni abitanti che dal giardino di casa ti salutano durante i passaggi.
Le fontane, quanto le ho amate. La prima la trovi posta lì a lato della strada quasi per caso nell’erba sulla rampa a ridosso ed al riparo di un alto e frondoso albero; la seconda nel piccolo borgo prima del ristoro “Omar”, nascosta tra le auto in sosta perenne; la terza con l’acqua “amara” sul saliscendi del “lungo lago” tra la strada e l’alta siepe; la quarta poco prima dell’abitato di Pella, addossata all’angolo di un vecchio edificio con ottima e fresca acqua; la quinta sul falsopiano prima dell’erta e del ristoro di Ronco, sullo spiazzo panoramico con vista “lago dall’alto”.
Purtroppo non mi è stato possibile effettuarle tutte e 10 le maratone causa un improrogabile appuntamento di lavoro già stabilito per lunedì 11 agosto (giorno della 8 maratona). Corsa la settima maratona, ho dovuto a malincuore rientrare subito a casa guidando per 5 ore.
Ma come sempre… si torna per ripartire… perchè la più bella maratona deve ancora essere corsa!
Nella sincera speranza che questa edizione possa essere ripetuta il prossimo anno, un ringraziamento a Gino Paolo per la messa in campo di tante risorse, un grazie al Club Super Marathon, ed un ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile questa manifestazione “sui generis” per me davvero particolare e meritevole di replica.
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