Non è per forza un massacro, se presa con moderazione, modestia e rispetto verso il proprio corpo.
Correre per dieci giorni consecutivi è senza dubbio un’impresa con cui confrontarsi, una battaglia contro se stessi, una fatica immane ma anche, a detta di chi l’ha portata a termine, un’enorme soddisfazione, una grande vittoria, una bella dimostrazione di forza, soprattutto nei confronti del proprio io.
Quest’anno la partecipazione alle gare è stata più consistente degli anni scorsi, e gli attori sempre più importanti. Tra tutti ne cito soltanto due, a mio avviso i più prestigiosi e carismatici (senza nulla togliere a tutti gli altri, molti dei quali degni di nota), che hanno portato grande visibilità all’evento, a livello mondiale: Adam Holland, il giovane inglese vincitore della scorsa edizione, leggero e velocissimo, ed il nostro amato connazionale Giorgio Calcaterra, campione di umiltà e simpatia. Per lui sento di dover spendere due parole in più. Re Giorgio è Grande perché che non ti fa sentire la sua schiacciante superiorità, perché antepone ad ogni approccio il suo disarmante sorriso, perché porta con sé quella delicata educazione di un tempo, ai più sconosciuta, fatta delle sempre efficaci “paroline magiche”: “Grazie”, “Ciao”, ecc. Semplici espressioni spesso dimenticate, in un mondo in cui il fine sembra solo “mostrarsi”, a volte dietro ad una maschera che neanche ci assomiglia, anziché puntare ad essere se stessi, a regalarci momenti di serenità e di pace in armonia con il prossimo. Giorgio ti saluta senza aspettare di essere salutato, ringrazia quando riceve il tifo e, mentre corre la sua gara, non perde occasione per incitare gli altri concorrenti, anche quelli a fondo classifica. Risulta difficile crederci, abituati a vivere in una società in cui sembra che tutto sia dovuto, si è sempre pronti a chiedere e pretendere, senza più essere capaci di “dare”, ci si ritiene superiori agli altri senza alcun merito e si concede la propria compagnia solo se l’umore lo consente. Invito tutti quanti, me compresa, a farci un bagno di umiltà, ad imparare ed a crescere, grazie all’esempio che il Campione, quasi come un “Messia”, è venuto a portarci.
Dieci giorni di condivisione hanno tirato fuori, inevitabilmente, antiche ruggini e, purtroppo, creato nuovi astî; invidia e desiderio di predominare ad ogni costo hanno sostituito la sana competizione sportiva di un tempo; abbiamo dovuto assistere, nostro malgrado, a spiacevoli episodi del tipo “mors tua, vita mea”. Fortunatamente questo amaro aspetto, nascosto appena sotto la superficie del lago dal manto dorato, pur distraendomi e turbandomi nel profondo, non è che un isolato rovescio di una lucente medaglia costruita su amicizie sincere, corse spensierate, panorami da favola, magnifiche gite, deliziose cene e divertenti chiacchierate in gradevole compagnia. Accanto alla “piccolezza” dimostrata per certi aspetti da alcuni, si scopre piacevolmente esserci tante persone davvero “grandi”.
Per quanto attiene la mia partecipazione all’evento, in contrasto con tanti record man e woman giunti da ogni parte del mondo, ho visto delinearsi nitida dinnanzi a me tutta la mia “normalità “, che si è fatta sentire ancora più forte il giorno in cui ho deciso di partecipare alla maratona camminando (premetto, al fine di non prendermi meriti che non mi competono, di non essermi cimentata in tutte e dieci le gare). Quel giorno, per la prima volta, non ho sentito addosso il peso della competizione ma, al contrario, una goduta sensazione di compiere una bellissima passeggiata in un luogo incantevole, in mezzo a tanti amici. Nel correre, così come nel camminare, credo di aver conquistato quella “felicità di un attimo”, di essere riuscita a concretizzare il concetto del “toccare il cielo con un dito”. La strada scorreva sotto i miei piedi senza provocare sforzo alcuno nelle mie gambe, la vista non annebbiata dalla fatica registrava puntuale lo spettacolo della natura, con la quale mi sentivo in stretto contatto, tutti i sensi erano protesi nel catturare quel non so che di misteriosamente meraviglioso, invisibile ed impalpabile ai più. Mi sentivo prescelta, miracolata, eletta, nel provare quelle sensazioni così fuori dal comune. Ma non per questo dimenticavo il contesto nel quale mi trovavo e dimenticavo di salutare ed incitare con costanza, ad uno ad uno, i tanti partecipanti alle varie gare.
Si potrebbero ancora riempire diverse pagine dell’ipotetico libro della “10 in 10”, ma quest’anno ho preferito soffermarmi e concentrarmi su considerazioni personali, piuttosto che su fatti, rendiconti, percorso, condizioni meteo, classifiche o traguardi conseguiti.
Concludo: salutando gli amici con cui ho condiviso la mia vacanza, molti dei quali auspico di rincontrare presto sulla mia strada; complimentandomi con tutti, ma proprio tutti, (atleti ed anche meno atleti), coloro che hanno partecipato alle gare; in ultimo, ma non ultimo, ringraziando l’organizzatore, onnipresente e sempre all’altezza della situazione, così come tutti coloro che hanno collaborato con lui (al servizio navetta, ai ristori ed alle foto) per la buona riuscita della manifestazione. Tra di loro, il mio primo pensiero corre immediatamente verso Simone, che si è dato un gran da fare, applicandosi con serietà ed impegno; e, per restare in famiglia, i miei complimenti più intensi vanno a Roby, che per me è stato di grande sprone, riuscendo a migliorare la sua prestazione di giorno in giorno; infine, il mio grazie particolare va a tutti quanti mi hanno tenuto compagnia, anche solo per una cena o per cento metri di corsa insieme, perché nulla è mai scontato in questa vita, nemmeno un sorriso.







