«Questa volta resoconto gara un po’ diverso. Risponderò solo a una domanda che mi avete fatto in tanti:
“Ma non è noioso correre per tutte quelle ore?”
No, non è noioso. È doloroso. È una sofferenza. Non è possibile correre un’ultra senza sentire male. Credo che durante le mie 16 ore 42 al Passatore l’anno scorso mi sarò divertita per le prime 6 ore, le restanti 10 ore e 42 erano di pura agonia. Ed è per questo che mi affascinano così tanto le ultramaratone.
Le gare da 10 km, le mezza e le maratona sono divertentissimi e non smetterò mai di farle, ma in fondo svelano soltanto quanto sei forte come runner. Il tuo risultato in maratona ti dice in nero su bianco se hai le gambe da sub 3, sub 4, o sub 5, ma non molto altro.
Un’ultra mostra quanto sei forte come runner, atleta e persona. Non è più soltanto una questione di gambe, entrano in gioco un sacco di altri fattori. Non basta più aver seguito la tabella e fatto tutte le ripetute e le corse lunghe della domenica per avere il risultato che speravi. Nelle ultra è tutto più imprevedibile, donne possono battere uomini, vecchi possono battere giovani, non c’è niente di scontato. Oltre ai chilometri nelle gambe, servono forza mentale, cuore, motivazione, determinazione e, banalmente, anche uno stomaco che collabori e che magari non butta fuori ogni cosa che mangi anche dopo tante ore di corsa.
Ed è proprio quando sei lì che soffri da 8, 10, 12, 14 ore che scopri nuovi lati di te stesso, alcuni belli alcuni meno belli. Ma scopri soprattutto di avere un enorme serbatoio nascosto pieno di energia e forza, una risorsa che abbiamo tutti, ma che 99% di noi non userà mai in tutta la vita. Quando tutto il tuo corpo fa male ma la tua testa che ti dice, anzi ti comanda, di andare avanti, è più forte di tutti i tuoi muscoli, tendini e ossa doloranti messi insieme è una sensazione fantastica. È pura magia. Ti senti invincibile.
Dopo una maratona torni a casa felice con una medaglia e una maglietta.
Dopo un’ultra torni a casa felice con una medaglia, una maglietta e una nuova consapevolezza della tua forza mentale e fisica, dei tuoi punti deboli e forti, di te come atleta a 360 gradi e di come sei infinitamente bravo a superare ogni ostacolo. E scusate se è poco..
Finita un’ultra inizi anche ad avere più comprensione e ammirazione per le imprese folli degli altri come scalare l’Everest, fare l’intero cammino di Santiago, completare un’Ironman. Magari non ti ispirano e non li faresti mai, ma non gli chiederesti mai ”ma perché?”. Perché tu sai già il perché. Ormai fai parte del club.
Credo che sia molto autolimitante vivere la vita cercando di evitare ogni sforzo, ogni minima sensazione di disagio o dolore. Così facendo ti perdi tutta una dimensione di te stesso. Ora non sto dicendo che dovreste mettervi tutti quanti a fare l’ultrarunning a piedi nudi. Ci sono altri modi per mettere un pizzico di disagio nella propria vita, come andare in spiaggia e fare un tuffo a dicembre solo per capire la sensazione che si prova, lanciarti col paracadute, andare in un ristorante etnico e mangiare qualcosa che non hai mai mangiato prima e magari non sai nemmeno pronunciare, o imparare ad andare in bicicletta anche se avresti dovuto farlo trent’anni fa. Certo che uno può anche vivere benissimo senza uscire mai dalla propria zona di comfort, però fatto sta che i tuoi super poteri che ti sono stati dati alla nascita non li stai usando, ed è uno spreco.
N.b. Dopo le mie tre ultramaratone non mi sento per niente un’esperta ultra. Semmai mi sento appena appena una principiante. Diciamo che queste sono solo le riflessioni di un’apprendista ultrarunner.»
(Sara Enge)
Infine un Grazie speciale a:
Paolo Gino – Presidente Club SuperMarathon
Emanuele Raineri
Gruppo Podistico Virgiliano
https://www.facebook.com/groups/367127296739005/



