Nuovamente seduto ai bordi della pista, ho riaperto il libro di storia alla pagina in cui l’avevo chiuso a Statte e guardavo con aria di superiorità tutti quelli che stancamente muovevano i piedi, la parte infima del corpo, contraevano spasmodicamente i muscoli mimici del viso ed emanavano dalle ghiandole sudoripare un olezzo che m’investiva ad ogni loro passaggio, mentre io affinavo l’animo alle lezioni della magistra vitae e respiravo il profumo del sapere.
Vorrei proprio conoscere le motivazioni per cui trovano eccitante ripetere 237 volte lo stesso percorso. Anche il cielo sembra volerli castigare: s’è liberato della spessa coltre di nubi, che fino a ieri lo ricopriva, e li colpisce con i raggi del sole e l’afa. Conosco tutti: c’è l’imprenditore che per tutta la settimana non ha fatto altro che impartire ordini, col cavolo starebbe qui a sudare se avesse sgobbato con i suoi operai; il professionista è stato seduto dodici ore al giorno, è naturale che venga a sciogliersi le articolazioni anchilotiche ed i muscoli rattrappiti; il terzo è un pensionato statale che non se ne perde una, un po’ perché non intende lasciare nulla in eredità a figli e nipoti ed un po’ preso dal rimorso per non aver mai lavorato veramente; se la signora avesse problemi di euro, non starebbe qui a consumarli in iscrizione, viaggio ed alloggio, ed il fine settimana si troverebbe un secondo lavoro, non travaglierebbe sul circuito.
Sono i lenti che mi fanno più pena! Ci sono poche zanzare, e chi vanno a punzecchiare? Loro! I veloci le tengono lontane con il rapido spostamento dell’aria che produce la loro corsa. Devono essere dotati di grande modestia ed umiltà per sopportare di farsi superare centinaia di volte dagli altri concorrenti! Su strada, invece, si può partire per ultimi, collocarsi al davanti dell’autoambulanza ed evitare queste brutte figure; anzi, si può ricevere un sostegno morale, perché all’occorrenza si viene incoraggiati a salirvi sopra. In pista, bisogna abbassare la testa, girare continuamente nello stesso punto e sottoporsi ad una fatica immane senza mai raggiungere una meta palpabile. Oltre a fare male a sé stessi, rendono un cattivo servizio a tutto il movimento podistico. A chi si riferivano, Ottone e Gervaso, se non a loro, allorché esprimevano giudizi negativi sui maratoneti?
E’ passata solo qualche ora dallo sparo iniziale, e molti già passeggiano! Non sarebbe stato meglio farlo sul lungomare, a Piazza Navona, tra verdi colline? Niente! Si emozionano ad osservare un corridoio rossastro tratteggiato da due linee bianche parallele e gli spalti deserti.
Non c’è molto da scegliere fra le poche concorrenti, ma i maschi più intraprendenti si danno da fare affiancandole, sebbene sappiano in partenza che andranno all’acqua, fatto raro e grave, di questi tempi, andarci di sabato sera.
Le gambe muovono pigramente, ma cercano di rompere la monotonia facendo correre velocemente la fantasia. Pur girando in un catino, immaginano che si trasformi nell’ellisse allungata del Circo Massimo e dello Stadio di Domiziano o, addirittura, nel Colosseo, a rivivere la mitica armonia dell’antichità. In quell’età aurea, se si appariva già lenti alla nascita, si veniva scaraventati dalla rupe Tarpea; superato tale pericolo, si era i primi ad essere raggiunti dal nemico e finiti con un sol colpo di gladio; proprio in questi poetici luoghi si combatteva fino all’ultima goccia di sangue e, se mai residuasse un ultimo respiro, veniva soffocato dal pollice verso; nato schiavo, tale rimanevi morto; il perdono era sconosciuto, se sbagliavi ti crocifiggevano; per passare attraverso la cruna di un ago ci volevano un sacco di soldi. La forza, non la lentezza, creava il Diritto.
Alle donne, non toccava miglior sorte. Se lo sognavano di correre succinte. Il burka non è stato inventato dai Talebani! Le bambine non portavano il velo, ma appena sposate si velavano il viso perché la loro bellezza doveva essere riservata all’esclusivo piacere del marito: nubeo = velare, nubes = nubi, da cui nubile = da velare, nascondere il viso sotto il velo come le nubi coprono il cielo (le prostitute non si velavano perché erano per il piacere di tutti).
Devono, piuttosto, considerarsi fortunati per essere nati in un’era propizia, nella zona del mondo più evoluta e nella parte centrale del mare in cui sono nate le civiltà. Si lavora 35 ore alla settimana, i deboli vengono assistiti, il volontariato è diffuso, il progresso scientifico ha reso il lavoro meno duro e sono in molti a viaggiare, un tempo riservato ai pochi fortunati.
Mi auguro soltanto che i più lenti siano di religione cattolica: offrendo il sacrificio in atto ed aggiungendo qualche preghiera, da ultimi diventeranno i primi ed entreranno nel Regno dei Cieli; se malauguratamente fossero calvinisti, sarebbero perduti per sempre nel fuoco eterno, perché non essere vincenti su questa terra è segno sicuro di non predestinazione.
Non era una corsa, sembrava essere una marcia funebre, ed invano i due speaker si sforzavano di rianimarla. Finalmente entrarono in azione le staffette 24 x 1h, che impressero all’atmosfera ritmo, velocità e gioia di vivere, più adeguata a tempi moderni.
Al solo osservarli, mi annoiai e me ne andai al bar. Al ritorno, Enrico Vedilei lanciava frequenti occhiate d’invidia verso di me che stavo placidamente seduto. Si fece coraggio ed ammise: “ Sei proprio intelligente, hai fatto la cosa migliore!”. Compì qualche altro giro, poi si buttò sull’erba ed abbandonò, imprecando contro se stesso: egli, così esperto, come mai s’era fatto venire in mente di sprecare un fine settimana a quel modo?
Possenti gru innalzarono due fari, segno che il buio della notte stava per calare. I più si rifugiarono nelle tende a distendersi su dure panche per racimolare qualche oretta di sonno insonne che, se fossero rimasti a casa, in comodi letti sarebbe stato veramente ristoratore.
Gli psicologi moderni raccomandano di usare sempre un discorso indiretto: gli infermieri vanno chiamati paramedici, coloro che scopano le strade operatori ecologici, i ciechi non vedenti ecc. Guai ad indicare con il caldo, affettuoso appellativo di tapascione uno di quelli che pietosamente si trascina per la pista, pardòn, sta mettendo in pratica “la cultura del camminare lento e contemplativo”. Inoltre, se affermi l’ovvietà, ne urti la sensibilità! Stefano Baldini ha detto semplicemente che un maratoneta di giovane età ed adeguatamente allenato la conclude in tre ore e trenta. Non dovremmo, allora, neppure fare le statistiche sull’altezza perché offenderemmo chi è più basso? Bisognerebbe proibire di calcolare il reddito pro capite per non far sentire a disagio chi è sotto la media?
Nessuno di noi intende offendere nessuno; anche quando qualcuno del pubblico vede arrancare l’ultimo e gli sussurra: “Vai, sei il primo!”, non lo dice con cattiveria, vuole essere una battuta non riuscita d’incoraggiamento.
Il corridore lento deve trovare nel proprio intimo la soluzione del problema, non nel porre divieti agli altri. Si corre (e si scrive) per divertimento, ma sempre con impegno: se non si suda e non si soffre, la corsa non è soddisfacente, ed un pizzico di competizione è indispensabile. Deve rassegnarsi a vedersi in fondo alle classifiche, che vanno comunque compilate, e sopportare di essere chiamato tapascione, che fa parte del nostro vocabolario, come popolo delle lunghe ecc.
E’ ragionevole pensare che chi ha la forza d’animo d’iscriversi ad una 24 ore in pista è talmente solido, da un punto di vista psichico, da metabolizzare commenti e critiche. Non aiutano compresse, bustine, supposte, clisteri e medicina alternativa: molto l’autoironia. Allorché si è sensibili al confronto diretto, la voglia di correre andrebbe indirizzata verso le non competitive o sedata sul lungomare in compagnia di corridori non iscritti a società sportive.
Intanto, fra queste chiacchiere, il tempo è passato per me e, per fortuna, anche per i concorrenti. Michele Caffi (8:00:53), in una battaglia fino all’ultima energia, la spunta su Luca Zava. Fra le donne 1° è Reginella Peron (12:32:42), 2° Angela Gargano (12:55:29), 3° Stefania Tonini (13:34:02).
Diverso è il discorso per i lentissimi. Sebbene Scevaroli abbia fatto le cose per bene in modo da ridurre al minimo le loro pene e Luisa Costetti si prodighi a distribuire ghiacciolini, lo spettacolo che offre la pista non è molto dissimile da quello che apparve agli occhi di Henri Dunant dopo la battaglia di San Martino e Solferino, e lo convinse a fondare la Croce Rossa: uno emette succhi gastici, l’altro va al bagno più volte dei chilometri percorsi; c’è chi giace collassato sull’erba e chi, colpito da crampi, impreca; qualcuno zoppica vistosamente, qualche altro ha un’andatura da paraplegico. Il rispetto della privacy m’impedisce di riferire i nomi.
A mezzanotte, per motivi di quiete pubblica, viene imposto il silenzio. La musica tace, le luci si attenuano e finisce il supplizio per i due speaker che, effettivamente, non sapevano cos’altro inventare: si protrarrà ancora tre ore per pochi fantasmi che s’aggirano per la pista reggendo l’anima con i denti.
Queste sono solo alcune considerazioni di un invidioso, incapace di correre una 24 ore in pista e costretto in panchina a fare da cavalier servente. Molte altre non vengono riferite per non rischiare di essere menato!


