Questa tenuta di 35 ettari è quel che rimane di una proprietà che un tempo era di ben 5.200 ettari, cioè 52 kmq. Ci si accorge subito che doveva essere qualcosa di importante quando si arriva al gateway, il portone d’ingresso è davvero imponente. Entro correndo nella luce che cambia dai verdi ai marroni. E’ un tratto attraverso un bosco di faggi dal fogliame cupissimo. Poi si apre il sipario, improvvisamente, per dare una vision mozzafiato. Sulla destra appare la casa con il viale d’ingresso lungo un miglio delimitato da sequoie giganti che portano alla residenza in cima alla collina. Tutto attorno un infinito prato verde. E via, si gira attorno alla casa molto frequentata dai visitatori con un continuo traffico di pullman e auto. A sinistra ci sono gli alloggi della servitù, a destra altri bellissimi alberi secolari ed al centro la grandissima facciata, dominata da un timpano sorretto da quattro colonne ioniche con il frontone ricco di fregi del 18° secolo, in cui sono raffigurate l’agricoltura, le arti e i simboli araldici in cui predomina la Tigre. Dietro si vede una grande Rotonda con la cupola ispirata forse al Pantheon.
Ma la favola è stato correre nei giardini. Si avverte lo stato di antico splendore. Qualcosa di meraviglioso deve esserci stato qui. Poi è stato tutto abbandonato per secoli. Quelli di Emo Court, erano splendidi giardini e paesaggi naturalistici all’inglese. Ci si immerge ad ogni giro nel paesaggio di un quadro dove tutto è controllato con l’apparente spontaneità del pennello del pittore. Nessuna forzatura, solo forme naturali. Nessuna simmetria. Nessuna moltiplicazione o divisione geometrica, cara ai giardini all’italiana. Si corre in una copia perfetta, anzi migliorata, della natura. Tutto deve apparire naturale, spontaneo. Ricorda in grande certe parti del Central Park di N Y C. E’ difficile perdere il ritmo. I viali non creano divisioni, solo curve per scoprire vecchi casini di caccia, grotte, ruderi, templi, laghetti, ponticelli. Si susseguono per caso degli angoli romantici che talvolta ricordano delle celebri pitture. Gli alberi sono i testimoni silenziosi del nostro passaggio. Stanno lì sotto la pioggia da centinaia di anni, disposti a gruppi in fondo ai pratoni e sembrano loro i veri padroni del giardino, tanto sono naturali e spontanei. Qui tutto fu abbandonato. Solo in parte è stato riportato allo splendore del passato, lasciando un magico velo di abbandono che rende un luogo ricco del rimpianto del bello che fu. Faneè, direbbero i francesi, sfiorito, sciupato.
Preromantic Marathon, mi piacerebbe chiamare così questa corsa ad Emo Court. Correre tra questi paesaggi, ruderi, pascoli, castelli e cigni fa gustare un sapore dolce e malinconico, la ricerca della solitudine nella pioggia, una certa esaltazione e tenerezza, come essere un antico cavaliere che corre con nobiltà e fierezza di spirito attraverso il bosco incantato senza macchia e senza paura.
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)


