Ma non è la stessa cosa che abbiamo in mente noi italiani, la città circondata dalla campagna. Non è un paesaggio segnato dall’uomo, con fabbriche qua e là, paesi posti lungo le vie di comunicazione, ferrovie, centri commerciali, trafficati snodi autostradali, cantieri, alta velocità, ecc. No, qui in Irlanda, la situazione è differente: si tratta infatti di un paese che non ha avuto un’industrializzazione feroce, e molti posti che si vedono fuori dai centri urbani, sono immersi in un’affascinante e immacolata desolazione. Si può correre 42 km senza vedere niente, se non siepi e qualche mucca. Nichilismo Bovino.
Questo fascino “malinconico” è accentuato dal clima autunnale se non invernale. Quando è bello: bruma e pioggia. Quando è brutto: acqua e vento. E’ strano, per noi abituati a vivere in realtà rumorose, inquinate e sovrappopolate, avere la sensazione che si prova a correre dentro questi campi: tutto tace, spesso non si trova un’anima viva attorno, solo il vento, il cielo grigio, l’aria incontaminata e la distesa di campi silenziosi che mi fanno sentire in un modo a parte, in un’altra dimensione oltre il nulla. Non c’era da sperare che, di mercoledì, si presentassero in molti a questo incrocio in mezzo al niente. Ma Denzil ci crede e va avanti: eravamo una decina e un centinaio di mucche.
Meath è una delle 32 Contee tradizionali d’Irlanda. E’ vicinissima a Dublino e non c’è molto da vedere se non dei siti archeologici straordinari, come Newgrange e Tara. Il sito archeologico per eccellenza d’Irlanda è la Valle del Boyne, nella località di Newgrange, complesso megalitico di circa 3200 anni fa facente parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Il sito comprende circa cinquanta tombe di origine celtica, tra le quali spicca il grande tumulo di Newgrange, che son stato a vedere ed è davvero immenso. Un altro sito famoso e molto visitato è Tara, tutt’oggi in fase di scavo. La parte più interessante e conosciuta è quella del Tumulo degli Ostaggi e della Pietra del Re, simbolo fallico e di potenza. Per arrivare a Longwood sono passato per caso dal castello di Trim che è ancora ben conservato.
Infine, vorrei lasciarvi la sensazione umida e malinconica del testo di questa canzone meravigliosa, una vera e propria poesia dedicata ai momenti passati quassù, s’intitola, guarda caso: “In un giorno di pioggia”. E’ il canto malinconico di un emigrante. La donna a cui ci riferisce è la signora Irlanda.
Addio, addio e un bicchiere levato al cielo d’Irlanda e alle nuvole gonfie.
Un nodo alla gola ed un ultimo sguardo alla vecchia Anna Liffey e alle strade del porto.
Un sorso di birra per le verdi brughiere e un altro ai mocciosi coperti di fango,
e un brindisi anche agli gnomi a alle fate, ai folletti che corrono sulle tue strade.
Hai i fianchi robusti di una vecchia signora e i modi un pò rudi della gente di mare,
ti trascini tra fango, sudore e risate e la puzza di alcool nelle notti d’estate.
Un vecchio compagno ti segue paziente, il mare si sdraia fedele ai tuoi piedi,
ti culla leggero nelle sere d’inverno, ti riporta le voci degli amanti di ieri.
E’ in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,
il vento dell’ovest rideva gentile
e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via.
Hai occhi di ghiaccio ed un cuore di terra, hai il passo pesante di un vecchio ubriacone,
ti chiudi a sognare nelle notti d’inverno e ti copri di rosso e fiorisci d’estate.
I tuoi esuli parlano lingue straniere, si addormentano soli sognando i tuoi cieli,
si ritrovano persi in paesi lontani a cantare una terra di profughi e santi.
E’ in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,
il vento dell’ovest rideva gentile
e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via.
E in un giorno di pioggia ti rivedrò ancora
e potrò consolare i tuoi occhi bagnati.
In un giorno di pioggia saremo vicini,
balleremo leggeri sull’aria di un Reel.
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)


