12 Ore delle Cascine. Inseguendo il Vento dell’Ovest

Non si deve entrare qui violentemente, non si deve violare la pace che lo circonda, non si deve fare come succede una volta l’anno quando questo verde equilibrio viene violato dalla Maratona di Firenze che passa in fretta come un battaglione in fuga da un nemico oscuro. Bisogna entrarci piano e godersele tutto e finire la corsa come finisce la canzone: “e a tarda sera, madonne fiorentine, quante forcine si troveranno sui prati in fior”. Il Parco è pieni di vialetti e prati, c’è anche un anfiteatro dove in estate si tengono spettacoli dal vivo. Una bella ed ombrosa piscina che ha un romantico nome: “Le Pavoniere”. Tante bici, roller, calciatori, scoiattoli e papere. Lì accanto scorre l’Arno d’argento, pigro o tumultuoso a seconda dell’umore, fino all’Indiano, dove le ceneri di uno sventurato giovane Principe indiano, morto improvvisamente a Firenze, furono sparse nel punto in cui l’Arno ed il Mugnone si incontrano.

002Bisogna entrarci in punta di piedi come in una antica Cattedrale, attraversarlo piano all’alba ascoltando gli uccellini e cercando la prima luce che filtra, come hanno fatto quelli che son partiti alle 8 del mattino per la 12 ore. A parte Vito Intini partito per vincere, il resto del plotone si muove con grazia spostato dal soffio gentile del vento dell’Ovest, che porta gli acquazzoni in barba alla Primavera. La navata centrale delle Cascine è un susseguirsi di colonne alte fino a 40 metri di stile neo classico, colonne bianche a tutto tondo di tigli e lecci. Essere lì dentro è una sensazione unica.

003 Jacopo Pontormo Deposition Attraversare di corsa questa navata fa sentire in sè il trasalimento di un qualcosa che si sposta in avanti e che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma non avverto la resistenza degli spazi percorsi…all’improvviso mi prende il ricordo della sensazione di protezione che si ha dallo stare dentro un luogo sacro mentre fuori piove forte, al riparo tra grandi colonne e vecchie panche di legno che sanno di cera. Alle due arrivano quelli della sei ore e la messa è finita. Gran fracasso e aumento di colori, passi veloci lungo le siepi di ligustro, alloro e spirea che qualcuno ha misurato e dicono siano lunghe 30 km: da farci una gara solo a seguirle.

Sul lato sinistro della navata si intravede una Piramide dalla storia strana essendo stata usata come ghiacciaia nei secoli passati, vi erano due stanze dove veniva stipata la neve e una centrale coi cibi da conservare. Dico strana perché di solito le Piramidi vengono costruite come monumento funerario. A parte quelle dell’antico Egitto, ho un ricordo commovente della Piramide Ossario dei caduti della battaglia di Novara, la “Fatal Novara” 23 Marzo 1849. Una ventina di anni fa partecipai al restauro dell’Ossario. Era quasi finito, occorreva fissare alla punta interna della Piramide dei fari per illuminare la sala. Gli operai mi chiamarono perché c’era qualcosa di strano. Salii anche io. Vi era uno specchietto proprio là in cima e un finestrino verso Ovest. Lasciammo tutto come era.

004.Piramide delle cascine 03 Pochi giorni dopo ci fu l’inaugurazione, il 23 marzo 1999 nel 150esimo anniversario della Battaglia. Passati i vari funzionari e politici, alle 18:00 nell’ora della sconfitta un singolo raggio di sole entrò dalla fessura, colpì lo specchietto e scese ad illuminare le ossa di una parte dei 5000 caduti nell’Ossario: per questo anche se nessun Faraone vi è sepolto le Piramidi mi fanno un certo effetto.

Solcando la “navata verde” i miei passi lenti incrociano il fine pensiero dell’Architetto Zanta che mi riporta nel mondo della passione pura descrivendomi durante un paio giri le opere del Pontormo, quasi fossero presenti nelle navate laterali o in un ipotetico transetto. La vaporosità della giornata complicata dagli acquazzoni ben si lega alla descrizione che mi fa della Deposizione contenuta nella Cappella di Santa Felicita dove si propone di passare nel dopocorsa.

005.narciso fontana La descrizione che me ne fa si mischia con la presenza dei numerosi personaggi dolenti che si affollano attorno alla Madonna vestita d’azzurro, protagonista del gruppo pittorico. Mi descrive gli undici personaggi uniti insieme a formare una sorta di piramide rovesciata. Alcuni dei corridori che ci superano potrebbero essere loro con quei gesti spesso enfatici, i volti dolenti. Dice che nei vapori il Nicodemo è l’autoritratto del Pittore. “E noi chi siamo?” gli domando. Mi risponde: “Noi siamo gli angeli, in attesa di spiccare il volo fuori dal dipinto per portare il Cristo nelle braccia”.

Mentre imperversano i colpi finali del battaglione, trascorro l’ultima parte della gara passeggiando in meditazione con Luigi Fanelli quasi i nostri passi fossero quelli di Jean Jacques Rosseau durante una delle sue passeggiate filosofiche.

006.CascineLe famose “Fantasticherie del passeggiatore solitario”. Dice Luigi di aver preso delle decisioni importanti durante gli ultimi due giri. La cattedrale lo ha ispirato, un po’ correndo, un po’ camminando, tra un albero e l’altro, tra una goccia di pioggia e un piccolo raggio di sole, sono state dodici ore di contemplazione e di pace dell’anima, momenti in cui nasce anche la liberazione delle passioni attraverso un relativo isolamento, ore tranquille e, soprattutto, un rapporto armonico con questo verde: correre, passeggiare, contemplare in una specie di fitoterapia podistica.

Il vento dell’ovest è calato, ormai sono le otto di sera.

Alcuni tornano a casa con una medaglia o una coppa, altri con un amore perduto e una scarpa consumata. L’appuntamento è tra un anno, grazie Giampaolo.

Rimane una fontana a piangere nella pioggia della primavera tarda a venire. E’ la fontana del Narciso. Qui si sedette un certo Percy Bysshe Shelley e scrisse per noi che saremmo passati duecento anni dopo l’Ode al Vento dell’Ovest.

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Percy Bysshe Shelley.
Ode al Vento Occidentale

I

007 Percy Bysshe Shelley by Alfred ClintOh tu Vento selvaggio occidentale, àlito
della vita d’Autunno, oh presenza invisibile da cui
le foglie morte sono trascinate, come spettri in fuga
da un mago incantatore, gialle e nere,
pallide e del rossore della febbre, moltitudini
che il contagio ha colpito: oh tu che guidi
i semi alati ai loro letti oscuri
dell’inverno in cui giacciono freddi e profondi
come una spoglia sepolta nella tomba,
finché la tua azzurra sorella della Primavera
non farà udire la squilla sulla terra in sogno
e colmerà di profumi e di colori vividi
il colle e la pianura, nell’aria i lievi bocci conducendo
simili a greggi al pascolo; oh Spirito selvaggio,
tu che dovunque t’agiti, e distruggi e proteggi: ascolta, ascolta!

II

008 gruppoTu nella cui corrente, nel tumulto
del cielo a precipizio, le nuvole disperse
sono spinte qua e là come foglie appassite
scosse dai rami intricati del Cielo e dell’Oceano,
angeli della pioggia e del fulmine, e si spargono
là sull’azzurra superficie delle tue onde d’aria
come la fulgida chioma che s’innalza
sopra la testa d’una fiera Menade, dal limite
fioco dell’orizzonte fino alle altezze estreme dello zenit,
capigliatura della tempesta imminente. Canto funebre
tu dell’anno che muore, al quale questa notte che si chiude
sarà la cupola del suo sepolcro immenso, sostenuta a volta
da tutta la potenza riunita dei vapori
dalla cui densa atmosfera esploderà una pioggia
nera con fuoco e grandine: oh, ascolta!

III

009 mugnainiTu che svegliasti dai loro sogni estivi
le acque azzurre del Mediterraneo, dove
si giaceva cullato dal moto dei flutti cristallini
accanto a un’isola tutta di pomice del golfo
di Baia e vide in sonno gli antichi palazzi e le torri
tremolanti nel giorno più intenso dell’onda, sommersi
da muschi azzurri e da fiori dolcissimi al punto
che nel descriverli il senso viene meno!
Tu per il cui sentiero la possente
superficie d’Atlantico si squarcia
e svela abissi profondi dove i fiori
del mare e i boschi fradici di fango, che indossano
le foglie senza linfa dell’oceano, conoscono
la tua voce e si fanno all’improvviso grigi
per la paura e tremano e si spogliano: oh, ascolta!

IV

010.premiazioniFossi una foglia appassita che tu potessi portare;
fossi una rapida nuvola per inseguire il tuo volo;
un’onda palpitante alla tua forza, e potessi
condividere tutto l’impulso della tua potenza,
soltanto meno libero di te, oh tu che sei incontrollabile!
Potessi essere almeno com’ero nell’infanzia, compagno
dei tuoi vagabondaggi alti nei cieli, come quando
superare il tuo rapido passo celeste
sembrava appena un sogno; non mi rivolgerei
a te con questa preghiera nella mia dolente
necessità. Ti prego, levami come un’onda, come
una foglia o una nuvola. Cado
sopra le spine della vita e sanguino! Un grave
peso di ore ha incatenato, incurvato
uno a te troppo simile: indomito, veloce ed orgoglioso.

V

011.happy endFa’ di me la tua cetra, com’è della foresta;
che cosa importa se le mie foglie cadono
come le sue! Il tumulto
delle tue forti armonie leverà a entrambi un canto
profondo e autunnale, e dolcemente triste.
Che tu sia dunque il mio spirito, o Spirito fiero!
Spirito impetuoso, che tu sia me stesso!
Guida i miei morti pensieri per tutto l’universo
come foglie appassite per darmi una nascita nuova!
E con l’incanto di questi miei versi disperdi
come da un focolare non ancora spento,
le faville e le ceneri, le mie parole fra gli uomini!
E alla terra che dorme, attraverso il mio labbro,
tu sia la tromba d’una profezia! Oh, Vento,
se viene l’Inverno, potrà la Primavera esser lontana?

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