Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l’uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finché non li si scopre”.
Questo passo del libro di Paolo Giordano rende molto la condizione psichica che si vive correndo a Calderara di Reno. Io la corsi 4 anni fa per la prima volta. Era il 2011 da poco corricchiavo dietro ai maratoneti. Venivo da Roma, Parigi, Stoccolma, Tromso, Berlino, Atene. Ne fui traumatizzato. La prima corsa in circuito e poi in un posto orribile. Ancora oggi ne porto il segno. Fu il vero battesimo della maratona. Qui si viene per correre nel freddo e nell’orrore. Questo è un posto per duri e puri. Qui avviene anche un altro fatto che non capita in tutte le altre maratone del mondo. Un fatto che ti fa sentire veramente un solitario numero primo. Dunque è una corsa in circuito ma a differenza di altre è partecipatissima ci sono con le staffette circa 300 persone. La gara si compone di sette giri da 5.5 km e uno da 3.5. Una volta partiti i top e le staffette partono a razzo e sorpassano poi varie volte senza mai salutare come uno sciame meteorico senza la luce di una stella cadente. Fanno due salti, poi la nebbia e la neve li inghiottono. Ma gli amici che vanno lenti come me sul circuito da 5.5 km non si incontreranno mai. Proprio come le coppie dei numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. E così passano le mie ore nella neve e nel freddo. Solitario mi trascino quasi fosse la ritirata del Don. Andando avanti tra capannoni abbandonati, camion lasciati in mezzo alle strade e vecchi cantieri, scopro che la presenza umana si dirada. Mi imbatto in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di passi e, come nel libro, avverto il presentimento angosciante che i runners incontrati fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare giri e km, ecco un’ombra lontana. E’ un altro numero primo, forse un’anima gemella, e bisogna correre, correre per prenderla. Mentre i matematici credono che continuando a contare si incontrano sempre due numeri primi vicini, io non incontro nessuno e vago per la strada silenziosa come il fantasma di me stesso, inseguendo senza fretta la lucidità acuminata dal freddo. Sto impazzendo, penso alle volte. Ma non mi dispiace. La maratona è tutta qui. Impazzire mischiare i pensieri soprattutto verso la fine. Intrecciare tante immagini coi chilometri, buttare indietro la testa guardare il cielo e scoprire chi sei nei pochi istanti prima dell’arrivo quando la mente è rimasta al 41esimo e non può raccontarti bugie.
Per il resto l’anno se ne è andato così senza neanche salutare. Il famoso tozzo di pane guadagnato a Lavello per le 101 del record è ormai sfumato. Adesso sono 110. E sarebbero state 111 se non ci fosse stata una Zero di troppo. Ma avrei preferito 109 che almeno è un numero primo. Ma il record è solo un dettaglio che si deposita sulla superficie ed evapora in fretta. Rimangono nella mia mente i luoghi che ho attraversato e i tanti amici che ho incontrato. Spero di aver lasciato ad ognuno il meglio di me stesso soprattutto nei quasi 200 articoli scritti, 30.000 foto, 150 filmati. 17 maratone organizzate e 10 ispirate. La parte più dura son stati i 100.000 km in auto e gli altrettanti in aereo. Ci si può ammalare anche solo di un ricordo per cui nessuna nostalgia, domani è un altro giorno.
Buon Anno a tutti.
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