15^ Maratona d’Europa – Trieste, 04/05/2014. Le voci, il vento, i passi. La maratona è solo un viaggio interiore.

foto 2  JamesIl leggero vento, “la bavisela” notturna, porta le voci di chi è passato su quella strada ed è dentro me. Impossibile sottrarmi alle chiamata. Mi rivesto e mi metto a camminare. Seguo le voci e le figure della memoria. Il primo che riconosco è James, James Joyce. Cammina veloce, è magro più di uno spettro. Ha una paglietta e gli occhiali a pince nez. E’ proprio lui. Nove mesi fa a Dublino, avevo seguito lo stesso spettro, prima attraverso il percorso narrato nei 18 capitoli dell’Ulisse tra pub e postriboli, dove i protagonisti Blooms e Dedalus si ubricavano, poi attraverso le stanze del Joyce Center. Lo avevo sentito anche quando alla Maratona di Trieste del 2012 avevo dormito 2 notti nel B&B del Ponte Rosso, ricavato in uno dei suoi alloggi triestini. Da allora è diventato un compagno di viaggio, uno spiritello simpatico, tanto che una delle mie valigie l’ho battezzata James e spesso parte da sola. Lo seguo ancora. Passa attraverso la sua statua in bronzo in via Roma. A terra, leggo una targa: “la mia anima è a Trieste…”. Rabbrividisco. E’ proprio vero. Continuo a seguirlo non so dove mi porta. Arriviamo in via Bramante n° 4. Mi indica qualcosa. Al primo piano, si scorge una lapide. Leggo nell’oscurità l’incisione: “Ho scritto qualcosa. Il primo episodio del mio nuovo romanzo “Ulisse”. James Joyce. 16 giugno 1915″. Ecco dove tutto è cominciato, e poi è finito lassù a Dublino, dove è sfociato il grande “flusso di coscienza” dell’Ulisse .

foto 3Ma James è scomparso. La notte è silenziosa. Trieste è una città strana: signora e ragazzina, che di notte seduce. E’ antica di secoli eppure giovane. Le sue vie, le sue piazze, i palazzi, le chiese, le case più belle, mostrano tantissimi stili diversi che le danno un’aria unica, incasinata ma elegante, personalissima, che incuriosisce e rapisce. A Venezia ci immergiamo nel gotico, se andiamo a Roma troviamo l’antico impero, a Firenze viviamo nel Rinascimento. A Trieste troviamo tutto insieme anzi si aggiunge il mitteleuropeo: il neo-gotico si sposa con lo stile russo, la casa pompeiana non stona accanto ad un edificio in stile rinascimentale, il finto castelletto medievale convive con il palazzo neoclassico e lo stile littorio del Piacentini si confronta con le cariatidi di una casa dell’altro secolo in stile floreale. E’ tutto ben illuminato di notte e i contrasti spiccano più di come li vedremo domani all’arrivo nel blu della marina di giorno.

Poi coi baffetti spunta lui: l’Italo Svevo. Io me lo raffiguro sempre uguale ai personaggi inetti dei suoi romanzi: Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno. Seguo la sua ombra nel Giardino Pubblico di via Giulia, luogo di ambientazione di tante scene, poi nella Biblioteca Civica di Piazza Hortis, che oggi ospita il Museo Sveviano. Qui dicono che Svevo amava immergersi nella lettura e nella scrittura, fino allo storico caffè San Marco, suo buon rifugio. Entra attraverso le porte chiuse e si siede al buio.

foto 4 sabaNon mi resta che passare da via San Nicolò. Qui c’è da sempre l’Umberto (Saba) che mi aspetta. Si è un po’ ingobbito a forza di aspettare. Ma forse lo ha fatto diventare gobbo il fardello di alcune sue poesie famosissime come Trieste o Città Vecchia. Qui davanti alla sua libreria antiquaria mi dice: “Vieni che ti porto nelle mie poesie, guarda queste strade son diventate famose per qualche mio verso”. Così andiamo in via Rossetti, via del Monte e via del Lazzaretto Vecchio. E poi di nuovo la città vecchia, il ghetto dei suoi antenati ebrei, la sinagoga, il vecchio cimitero ebraico. Visitare Trieste con lui significa intraprendere un viaggio culturale che rievoca abitudini e stili di vita passati, ma incastonati in paesaggi affascinanti e ancor oggi presenti e dominanti, primo fra tutti il mare. Tutto trasuda aria letteraria in ogni angolo e vicolo, la scorza più dura si intenerisce, qualsiasi passante o maratoneta trova qualche ispirazione per le sue opere future o per fare un piccolo viaggio interiore. Questo mi dice prima di sparire: “La mia città, che in ogni parte è viva, ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita pensosa e schiva” (Dal Canzoniere, Trieste).

Albeggia. Mio dio, ho lasciato i miei due orfanelli nel camperino. Presto la navetta per Gradisca. Corro alla stazione. Pino e Piero sono già pronti all’atto supremo. Arriva anche Stefano il “razzo” coi pettorali. Nonostante la contemporaneità con la bella Barchi-Fano c’è, una gran ressa alla partenza. Ritrovo il Macho del Brenta e il Caparo, che oggi hanno l’incarico di sostenere il mio sforzo per la doppia. Tutto scorre bene. Siamo in 866. Il sogno è arrivare 866esimo. Partiam, partiamo. foto 5Dopo un giro della bella Gradisca, che mi ricorda sempre un desiderio proibito felliniano, arrivano i lunghi rettilinei senza fine. L’Isonzo. Redipuglia. Un passo dopo l’altro modifico il mio modo di vivere e di percepire la realtà. Le distanze si allungano e la mia coscienza si dilata. In mezzo a questo rettilineo si modificano i concetti di spazio e di tempo. La relatività del risultato finale domina ogni aspetto della realtà creando disorientamento e insicurezza, angoscia e solitudine. L’unica certezza, per un runner allo stremo, rimane il proprio io, la propria interiorità, indagata e ricercata persino nelle pieghe dell’inconscio. Poi l’urlo liberatorio del Macho: “Demo!”.

Lascio i miei pensieri e mi faccio trainare facilmente dal gruppo. Ci sono anche dei marciatori, fra cui due che la fanno per ricordare una runner di 42 anni, moglie del direttore sportivo della gara, che non ce l’ha fatta a venire stavolta, corre su qualche nuvola un po’ più in su.

Dopo Monfalcone si sale a Duino. Qui siamo alla mezza, e mi viene incontro il maggior poeta tedesco dell’età moderna, Rilke. Qui foto 6visse quasi un anno, un doloroso momento della sua travagliata vita. Tra l’ottobre 1911 il maggio 1912, venne ospitato nel castello di Duino dalla principessa miliardaria Marie von Thurn und Taxis-Hohenlohee. Qui, dove noi corriamo, lui passeggiava tutti i giorni con Eleonora Duse. Qui parte il sentiero a lui dedicato, uno dei più romantici d’Italia.

Finalmente un po’ di discesa. Dieci chilometri prima, avvistiamo il triste, meraviglioso castello di Miramare. Lo teniamo negli occhi mentre avanziamo. In fondo, in un blu accecante, Trieste. Oltre le gallerie, i giardini e le marine i chilometri si sfilano. Sara, dopo aver fatto la mezza, ci viene incontro, bella e raggiante, e ci sostiene gli ultimi chilometri. Arriviamo. Piazza Unità d’Italia è solo per noi! Esplode per gli ultimi. L’ angelo del Club Caterina è lì che ci aspetta. Il 566esimo ha finito il suo viaggio interiore.

SOLITUDINE (Rilke)

La solitudine è come la pioggia.

Si alza dal mare verso sera;

dalle pianure lontane, distanti,

sale verso il cielo a cui da sempre appartiene.

E proprio dal cielo ricade sulla città…..

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