In auto mio cognato, Giorgio Pelagalli, Vizzini Massimiliano, Melani Alessandro e Carlo Baldini. Per queste cose, fa scuola Alessio Nistri. Infatti, per lui la vera maratona inizia dopo aver tagliato il traguardo…(vedi nel link Profili!). Inoltre, a parte mio cognato e Vizzini che sono Supermaratoneti, gli altri due avevano sentito parlare delle nostre (chiamiamole gesta!)…(meglio sorvolare!)…ma volevano toccare con mano. Per questo avevano rinunciato, anche per motivi di lavoro, a partire il sabato e tornare comodamente il giorno dopo col treno super veloce.
Un altro gruppo pratese, arrivato il sabato mattina, oltre al treno avevano prenotato un buon albergo e a fine gara, come da accordi con l’hotel, ritorno in camera per una nuova doccia calda e poi merenda-cena in un locale tipico napoletano. “Cosi fan tutti”, direbbe Agnes Aoui, regista e attrice dell’omonima pellicola ma, dato che essere supermaratoneta non è da tutti, nel bene o nel male, sta qui la differenza!
L’arrivo in Piazza Plebiscito, all’alba, in un silenzio surreale. Sembrava quasi impossibile che appena due ore dopo avrebbe preso il via la manifestazione. Un gonfiabile si ergeva di lato alla piazza, quasi ad avvertirci che non era lì per caso e non c’era da preoccuparsi. Un bar d’angolo alzava le saracinesche e così le luci si accesero. Io ebbi modo di ammirare i magnifici lampadari di cristallo, l’arredamento barocco, i marmi pregiati e la grandiosa macchina da caffè che iniziò a sbuffare alla mia richiesta della prima tazzina della giornata verso un cameriere “datato”, con due grandi baffi e una trippetta niente male. Aveva una camicia bianca con fiocchino rosso e un gilet che mal sopportava tale “ingrombo”, tanto che i piccoli bottoni erano quasi “strangolati”.
Gli altri miei compagni si erano intanto recati a vedere se, nell’oltre tomba della piazza, filtrasse qualche segno di vita.
Il gestore del bar, ben vestito con giacca di ottima fattura e pantalone di velluto, quasi sicuramente marca “Cerruti 1881”, aveva poggiato il suo cappello di “Bonvicini” per poter con il dito aprire la cassa e darmi il primo scontrino, con l’altra mano reggeva ancora le chiavi e in braccio il cappotto. Poco dopo si accesero pure le luci della pasticceria nella stanza comunicante e un’avvenente commessa, cominciò a togliere le veline ai prodotti dolciari, ben protetti da vetri con cerniere dorate.
La richiesta dell’ubicazione della toilette era logica conseguenza, dopo un viaggio notturno senza soste. Il tragitto suggeritomi mi portava verso una scala a chiocciola che scendeva nel sottosuolo, ED E’ LI’ CHE TUTTA LA GIORNATA HA AVUTO SENSO PER ME, INCAMERANDO IN MANIERA INDELEBILE UN RICORDO NELLA MIA MEMORIA, PURTOPPO TROPPO SPESSO ORFANA, CAUSA “SPENSIERATEZZA GIOVANILE”, DI EPISODI ALLEGRI. Dicono i dottori che una bella risata allunga la vita ed è per questo che mi dispiace quando dimentico. Dovrei trascrivere, ma poi mi dimentico pure quello! Ma passiamo al fatto.
Appena scesi pochi scalini, la mia attenzione si concentrò su una donnona, più larga che lunga, con un grembiule azzurro, che stava sciacquando nel lavandino la dentiera. Al rumore dei miei piedi si girò di scatto, non prima di aver, in qualche modo, sistemato nelle ganasce l’apparecchio odontoiatrico, e mi guardò. In un attimo mi venne alla memoria la “regina di picche” nella famosa favola di “Alice nel paese delle meraviglie”. Non aveva la corona, ma per il resto c’era tutto, peluria compresa. Dopo avermi inquadrato del tutto, scendendo i residui scalini mi apostrofò: “C’AGGIA A FA! CHE VO’ PISCIA’! “
In quel momento, tutta la mia anima toscana venne fuori e il conte Mascetti, di “Amici miei”, prese le mie sembianze e mi venne spontaneo rispondere: “Gentile signorina, la ringrazio per la sensibilità che le suscito nel cercare di capire le mie esigenze fisiologiche, ma preferirei non svelarle il segreto”. A tale risposta, probabilmente non avendo capito niente, mi rispose: “E Và!”
Entrai in un gabinetto fatiscente, senza carta igienica e senza tazza; nel chiudere la porta mi rimase il pomello in mano, facendo quindi filtrare un velo di luce da fuori, e come io vedevo lei, lei avrebbe potuto vedere me non appoggiato sulla porcellana fredda e in bilico che mi tiravo su le brache, la poesia era finita, anzi neppure cominciata come “L’incompiuta” di Schubert.
Uscito fuori, la vidi seduta su uno sgabello e sopra un piccolo tavolo d’angolo un piattino con in bella posa una monetina da 10 centesimi, messa ad uopo. Avvicinandomi, vidi in lei uno sguardo di speranza, vedendo il mio dito che andava verso il piattino, ma subito cambiò contorno quando questo si fermò a pochi centimetri dalla moneta e le domandai: “E’ per me?” “MA VA A CAGA’!” Risalii in fretta gli scalini. Avrei voluto dirle che aveva indovinato il senso della mia visita là sotto, ma poi pensai che dovevo correre a cercare una nuova ispirazione prima della partenza, ma non ebbi più nessun segnale promettente.
Purtroppo il segnale arrivò al decimo chilometro e, trovando un bar lungo il percorso, uscii dalla fila ed entrai a chiedere la possibilità … Il gestore, gentile, mi indicò la strada con ancora scala a chiocciola, questa volta in salita e molto lunga e tortuosa (ma il pian terreno non esiste a Napoli!). Debbo svelarvi alcune delle piccole manie che coltivo in corsa. Ultimamente mi sono messo in testa di tagliare il traguardo (quando posso tentare!) in 4 ore e 00,00; ebbene ho perso per quella sosta “forzata” circa 4 minuti, e arrivato in 4 ore e 4 minuti e spiccioli, avrei potuto farcela per “culo”, perchè è questo che ci vuole, specialmente a me che corro senza orologio.
La storia è tutta qui, della maratona di Napoli ormai sappiamo tutto. Napoli e così, nel bene e nel male. Da ex sciatore non ho avuto soverchia difficoltà a dribblare le famiglie napoletane che invadevano la strada del lungomare con seggiolotti, bambini mascherati, biciclette, macchinine a pedali ecc. Coppiette che si scambiavano labbra labbra lo zucchero filato mentre io quasi quasi ci passavo nel mezzo. Erano spariti i piolini che dovevano indicare la traiettoria e meno male che conoscendo il tragitto sapevo bene il senso di marcia e dove poi girare.
I partecipanti alla maratona non erano tanti, quindi a volte non vedevo a vista d’occhio un mio potenziale avversario specialmente nella parte finale della gara. L’orientamento, pur districandosi fra la folla, lo si ritrova in vista del gonfiabile di Piazza del Plebiscito dove, come uscito da un labirinto, uno rivede la luce su quello che doveva fare e aveva finalmente fatto.
L’arrivo dei compagni di avventura in quasi contemporanea ci permise, di ripartire subito non prima di aver fatto una bella doccia con una bottiglietta di acqua minerale naturale, peccato che non c’era gassata poichè mi avrebbe dato, nell’asciugarmi, più il senso della saponata e quindi, maggiore pulizia epidermica.
Profumati come non mai, siamo ripartiti, fedeli alla nostra tabella e, lungo la via che ci portava verso l’autostrada, non mi sfuggì di notare come tracce del dopo guerra esistevano ancora, mescolate ad albergi extra lusso, il tutto in poche decine di metri, cosi come nel bar di cui parlavo prima.
Il giorno dopo, la consueta telefonata con Alessio Nistri, questa volta da me battuto per poco, però, nel rientro a casa (era con la famiglia per questa trasferta, quindi con l’alibi). L’argomento era la soddisfazione di aver trovato due napoletani ad applaudirlo durante le oltre 4 ore di corsa, a me non era successo una cosa del genere, ma forse quell’applauso è stato nel momento in cui sua moglie con il piccolo Lapo, gli si sono avvicinati per attirare la sua attenzione e incitarlo nell’immane fatica. Sembra che applaudissero lei non lui, proferendo queste parole: “Stà femmina è come le mellune! Una su cento è buona”.
P.S. Le mellune sono le angurie



