Qui si è immersi in un paesaggio diverso che ha un tocco di wilderness. I paesaggi non sono le colline “morbide” che tutto il mondo immagina quando si parla della campagna Toscana sono quelli delle Crete Senesi che circondano Siena, dolci declivi che regalano giochi di ombre e luci che incantano. Sono boschi e valli disabitati. Fiumi silenziosi e piccoli ruscelli. Il tutto ricorda un po’ le mie PreAlpi, non fosse per l’arrivo e la partenza scenografico a Rosia. Questo Trail se l’è inventato Luca Giglioni. Compagno di viaggio di alcune trasferte e grande affabulatore ha voluto far conoscere questi luoghi sconosciuti ai più. Luca ha fatto esperienza negli con altri eventi ed è conosciuto anche per organizzare la Maratonina sul Monte Amiata. L’ho visto il giorno il prima soddisfattissimo gongolarsi per aver raggiunto 500 presenze sommando le varie distanze 52km, 42km, 20km e 10km che assieme al Nordic Walking e al Trekking Trail. Si gongola su un muretto al Sole con il Gianfranco Nazionale (Gozzi) giunto fin qui per assaporare le emozioni della “prima”.
Il sabato ferve di preparativi e convegni che io debbo tradire per una promessa di soavità alla fiera della pasticceria “Dolcemente Pisa”. La mattina dopo ci coglie la nebbia e il buio. La partenza è alle 7 e come per magia alle sette meno 5 minuti fa chiaro cose qualcuno avesse acceso la luce. Minuto di silenzio e commozione per le Stragi Parigine e poi via. Il dislivello maggiore è subito all’inizio. In un bosco che sale, sale, sale. Poi grande discesa e il percorso diventa pedalabile a fianco della riserva naturale e del fiume Merse. Poi sale ancora al 25esimo proprio dove vidi quella famosa bandana e attraverso larghi sentieri tagliafuoco accompagna verso la fine nella Valle del Merse ricca di Colori autunnali e ampi panorami. Il traguardo della 42 è su una salitella dove un gatto sornione prende il pallido sole novembrino facendo il tifo all’ultimo tornante. Lascio l’altro Gianfranco Nazionale (Toschi) che prosegue per la 52 km e mi faccio comodamente portare dalla navetta al punto di partenza a Rosia. Qui mentre aspetto che arrivino gli ultimi della 52 mi mangio una buona pasta al ragù.
Laura è ancora scossa dai fatti di Parigi e vedo il suo sorriso poco radioso che non si confà all’adrenalico piacere di un fine corsa. Sul far della sera il volto è un po’ corrucciato. Che succede? Niente mi dice, ho solo perso la mia bandana, son disperata. Che strano io l’ho vista quella bandana, non avrei pensato che fosse la tua, era buttata lontana in un fosso come se qualcuno ce l’avesse buttata. Andiamo a prenderla! Ma adesso con il buio come facciamo? Ho una frontale e la pila del Iphone. La troveremo ci volesse tutta notte. Federico l’organizzatore ci spiega le coordinate. Occorre fare un lungo giro in macchina di avvicinamento quasi 30 km e poi cercare quel fosso. Così con il piglio degli esploratori o dei cercatori di tesori perduti partiamo attraverso la Val di Merse abbandonando l’idea di bella cenetta serale. Ci fermiamo subito all’uscita di Rosia. Fermati. Fermati. Questo è il ponte della Pia. Magari la vediamo. Un verso di Dante è passato di qui mi dice la mia bella senese:
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via”,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
“Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma.»
Narra la leggenda che il fantasma di Pia de’ Tolomei appaia sul ponte nelle notti di luna piena, completamente vestito di bianco, e che lo attraversi senza toccare terra. La triste storia invece è che questa nobildonna senese Pia de’ Tolomei, nominata anche da Dante Alighieri nel Purgatorio, non poteva avere figli con il suo secondo marito, il quale si era invaghito di un’altra, accusandola anche di tradimento, l’avrebbe uccisa gettandola dalla rupe su cui sorgeva il Castel di Pietra in Maremma. Secondo la tradizione, la rupe si chiama “il Salto della contessa”. Dice infatti il verso “Siena mi fé, disfecemi Maremma”… Su questo bellissimo ponte in pietra romano che da una visione romantica mozzafiato passò per andare a morire in Maremma. Il ponte è stato ricostruito nel medioevo. La struttura attuale risale ai primi anni del XIII secolo, collega le due rive del torrente Rosia. Si dice che in passato ha svolto un ruolo importante lungo il percorso della antica Via Massetana che collegava Siena alla Maremma, ed in particolare alle Colline Metallifere e Massa Marittima. Dall’altro lato si va in una gola dove scorre il torrente e dove si trova la strada, detta “manliana”, ricostruita nel corso del XV secolo, che conduce all’Eremo di Santa Lucia a Rosia. Forse perché in cielo c’è sola una piccola falce di luna, il fantasma non appare ripasseremo al primo plenilunio.
Così dopo quasi un ora di macchina arriviamo al punto X. Con luci e frontali ci mettiamo in caccia della famosa Bandana. Ci vuole quasi un’altra mezzora ma alla fine raggiungo il fosso e la Bandana è lì. Magicamente appare. Bianca e striata di blu come fosse sarebbe dovuto essere i fantasma della Pia. Grande gioia e concitazione. Nel Cielo in fondo al bosco appare un bagliore forse è un paese vicino. Laura mi dice che lì c’è l’Abbazia di San Galgano la famosa Abbazia senza tetto, e che di notte è illuminata. Andiamoci! E’ la bandana che ci ha portato qui. Seguiamola. Così ritorniamo alla macchina e facciamo rotta per l’Abbazia a Cielo aperto. Dobbiamo però passare da Monticiano. Ci fermiamo nella piazza centrale per chiedere indicazioni ma scendendo dall’auto veniamo affascinati dalla facciata della Chiesa che sembra molto antica. Entriamo ma la visita si rivela una delusione, ad una pieve del mille avevano inserito degli elementi barocchi pesantissimi. Ce ne andiamo quando scendendo le scale appare del sagrato un signore gentile e misterioso che ci dice: “Vero che non vi è piaciuta? Venite con me non avete visto niente” Lo seguiamo molto incuriositi e un po’ timorosi. Scopriremo dopo che si tratta di Ruggero Turchi la guida ufficiale del Convento Agostiniano di Monticiano. Pur essendo chiuso ci apre e accende le luci e ci introduce attraverso passaggi segreti stanze chiostri sale capitolari etc attraverso una visita notturna suggestiva.
Il convento agostiniano fu fondato tra i meglio fra il 1256 e il 1259. Situato ai margini di Monticiano, presso una località detta il Borgo, il convento derivò dall’eremo di S. Pietro a Camerata, che si trova nei dintorni. Ruggero ci racconta anche tante curiosità. Il chiostro di Monticiano, però, non fu solo luogo di devozione. Il 21 ottobre 1357 sei frati vennero denunciati al Priore Generale, Gregorio da Rimini, perché giocavano a dadi. Uno dei colpevoli era Filippo Agazzari, che forse era venuto a Monticiano per pregare alla tomba del Beato Antonio. Il gioco dei dadi, detto zara, non s’addiceva ai religiosi; a dire il vero, il Comune di Siena lo aveva proibito a tutti nel 1309-1310. Fra Filippo deve aver maledetto il giorno in cui si era recato a Monticiano, perché il Priore Generale ordinò che fosse imprigionato per sei mesi nel suo convento originario di S. Agostino a Siena. Comunque, dopo due mesi di pena, il 5 marzo 1358 il Priore Generale ordinò che venisse rilasciato. Il monastero di Monticiano, nonostante la fama del Beato Antonio che attirava molti frati e anche gente comune, rimase una delle piccole comunità religiose della provincia di Siena. Alla fine del XVIII secolo era in genere composta da tre o quattro sacerdoti e uno o due conversi. Non fece mai parte della congregazione di Lecceto (altro luogo di altissima spiritualità). Venne soppresso nel 1808 dalla giunta napoleonica che intendeva proseguire la sua politica di secolarizzazione di tutte le case religiose. Ma è rimasto un luogo magico e pieno di misteri.
Lasciamo Monticiano e a sei chilometri ci aspetta la Abbazia di San Galgano per una suggestiva visita notturna. La val di Merse si diletta a intrecciare leggende secolari che confondono realtà e magia, credenze popolari e usanze religiose, come nel caso del santo eremita e della spada nella roccia, che potrebbe essere stata fonte di ispirazione per il ciclo del Graal e l’epopea di Re Artù e della Tavola Rotonda. Arrivarci di notte mette uno strano timore. La storia o la leggenda sono queste. “Tutto ha inizio nel XII secolo quando, a Chiusdino, nasce Galgano Guidotti. Giovane e nobile cavaliere dalla vita dissoluta, Galgano viene convertito in sogno dall’arcangelo Michele e, da eremita, si ritira sul monte Siepi. Qui compie il miracolo di conficcare la sua spada nella roccia e ne adora l’elsa come simbolo della croce di Cristo. Convinto da papa Alessandro III a costruire un’abbazia presso il suo eremo, Galgano muore poco dopo, nel 1181. Intorno al 1185 i fedeli erigono intorno alla spada nella roccia un mausoleo, unico esempio di architettura sacra senese a pianta circolare, forse ispirata a Castel Sant’Angelo o al Pantheon di Roma, all’Anastasis di Gerusalemme o ancora alle chiese di impianto circolare dedicate al culto dell’arcangelo Michele. Le pareti e il tetto a cupola, in cerchi concentrici di cotto e marmo bianco, richiamano il concetto di infinito. Verso il 1340 alla chiesetta viene aggiunta la cappella affrescata da Ambrogio Lorenzetti. Già dopo pochi anni dalla sua costruzione il mausoleo sulla collina acquisisce importanza e così, tra il 1224 e il 1288, sul pianoro sottostante viene costruita una più capiente abbazia in stile gotico cisterciense, con pianta a croce latina a tre navate. A fianco sorge il monastero. Tra il XIII e il XIV secolo il luogo di culto gode di potenza e splendore ma, in seguito, una lenta e inesorabile decadenza conduce al totale abbandono. Nel 1786 il crollo del campanile travolge parte del tetto e la chiesa finisce per diventare cava di pietra. Il restauro dei primi anni del XX secolo consolida le strutture esistenti e oggi l’abbazia di San Galgano ha per tetto il cielo e un pavimento di erba verdissima, in un’armoniosa fusione di natura e architettura.”
Per quanto riguarda Misteri, leggende e arcane coincidenze ecco ciò che di dice. “Leggende e curiose analogie sono legate a San Galgano: alcune riguardano il corpo del santo, che dovrebbe trovarsi ancora sepolto vicino alla spada. In una teca sono conservate anche due mani mummificate che risalgono al XII secolo; un biglietto le presenta come “le mani degli uomini invidiosi”, che nel 1811 avrebbero tentato di strappare la spada dalla roccia. Anche l’architettura dell’abbazia riserva misteri e sorprese. La struttura può essere collegata al modello della tomba del sacerdote egizio Meryatum, figlio di Ramses II. In entrambi i casi le proporzioni geometriche corrispondono ai rapporti delle sette note che compongono la scala diatonica naturale, dal do al do. Potrebbe essere questa la prova che i monaci cisterciensi erano a conoscenza dei canoni armonici geometrici che risalgono all’antico Egitto, codici pervenuti a loro forse, proprio come sostiene la leggenda, dai documenti che i Templari portarono in Europa da Gerusalemme.”
Lasciamo a notte fonda la Val di Merse ringraziando la nostra Bandana perduta che ci ha portato attraverso i suoi misteri.
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)



