Ha sempre un sapore dolciastro questo percorso. Da una parte il centro storico di Sabaudia, con la sua tipica architettura razionalista voluta dal DUX. Qui, quelli che ci mettono sei ore, arrivano così soli che sembrano stare in un quadro di De Chirico. Sfilano tra vie ortogonali. Rincorrono architetture essenziali, che si susseguono in prospettive non realistiche. Si immergono in un clima di trascendenza e spettralità. Dall’altra il Parco Nazionale del Circeo e il mare, selvaggio e misterioso. In quei lunghissimi chilometri solitari guardavo il mare che tuonava impetuoso e il monte Circeo. Ore ed ore in balia dei venti e della salsedine come avessi fatto naufragio su quelle alte onde.
Mi sembrava di navigare e mi ritornavano alla mente le avventure di Ulisse. Dice Ulisse: “Il terzo giorno io mi feci forza: ero il capitano, e dovevo pensare anche agli altri. Presi la lancia e da solo mi avventurai all’interno, arrampicandomi su una cima rocciosa per orientarmi. Dall’alto vidi che eravamo su un’isola verde, circondata a perdita d’occhio dal mare. Ma da una radura nel bosco, saliva del fumo: c’era qualcuno! Ancora non lo sapevo, ma quella che vedevo era la casa di Circe, la figlia del Sole, una maga bellissima e seducente, ma molto, molto pericolosa…”.
Ho aspettato chilometro dopo chilometro che Circe apparisse… ma nulla, il vuoto assoluto. Ogni cartello mi appariva come un nuovo capitolo di “Cent’anni di solitudine”. Ogni raro cartello era una generazione della famiglia del romanzo di Marquez. La mia lenta corsa infinita era come il corso e il ricorso della storia. La mia solitudine, portata all’estremo in questo luogo bellissimo, mi dava la consapevolezza della condizione di ogni uomo all’interno dei nostri cento anni di solitudine terrena: “Il nostro microcosmo dove i vivi si agitano e combattono senza tuttavia muoversi da uno stesso punto e i morti ritornano sulla terra come sagome, così solitarie e affrante che finiscono per diventare amiche di quelli che erano stati in vita i loro peggiori nemici” (Prudencio Aguilar).
Il messaggio o senso finale della mia Centesima Maratona è stato un lungo viaggio interiore tra Marquez e Omero. Correre sul mare rende liberi, fieri con tutta la voglia di scoprire nuove, bellissime terre, sentendo l’avventura crescere dentro come dei novelli Ulisse. Ma il lento incedere di un universo solitario e ripetitivo dà tutto il senso della tragedia umana dei personaggi di Marquez con la loro incapacità di evolversi fino a vivere cent’anni in solitudine come una dolce punizione scritta in una pergamena. E’ questo il destino di noi Supermaratoneti, cerchiamo l’ebbrezza di una nuova avventura e poi trovarci soli a macinare infiniti chilometri…
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)


