19^ Maratona di Roma. Mi vale o no?

Per la mia Roma 2013 il caso è diverso: l’ho corsa, ci sono foto e filmati che mi ritraggono e ho spedito ai nostri Magnifici Rettori; Mario Ferri ha corso con me per 3-4 km, poi mi è fuggito via (anche se in classifica me lo ritrovo 6 minuti dietro)… però non sono in classifica! Perché? Squalifica per indegnità morale come alla Sellaronda 2012 (che infatti non mi è stata conteggiata, anche se la bandana di finisher ce l’ho)? No, semplicemente ho corso col pettorale di un altro!

Non avevo programmato questa corsa: a differenza dei colleghi supermaratoneti, mi sono ‘ridotto’ a correrne una al mese, però dando il massimo; due settimane fa avevo corso Treviso (4.00:01, stesso stessissimo tempo di Lucca a ottobre!), tra due settimane sono iscritto ad Aquileia, dunque per me può bastare. Ma è successo che nove giorni prima della maratona, quando stavo curandomi una tendinite lasciatami da Treviso e perdipiù mettendomi a letto con tutti i sintomi dell’influenza, mi hanno telefonato amici dal sito di Modenacorre segnalandomi che c’era un pettorale inutilizzato per l’impossibilità di un bolognese (del Granarolo!) di andarci.

foto 2Dopo qualche giorno di Amoxocillina e di Feldene, mercoledi 13 ho arrischiato una mezzoretta di corsa per vedere se stavo in piedi, e mi sono ‘fatto abile’. Solo che non si poteva più cambiare il nome sul pettorale (operazione che, oltretutto, sarebbe costata 25 euro). Dopo un’altra mezzora di corsetta giovedì, quando è stata ufficializzata la partenza alle 9.30, ho prenotato treno e albergo, e sabato mattina sono partito. Di alberghi ormai era rimasta la fuffa, salvo voler pagare 250 euro a notte; treno intercity ormai al prezzo massimo, ma con ritardo di 36 minuti che ho scoperto non essere rimborsabile (hanno elevato a un’ora il ritardo oltre il quale scatta il bonus).

Comunque si arriva a Roma, si mercanteggia un po’ sul long stay alberghiero nel dopo maratona (prima mi chiedono 30 euro in più, poi si accontentano), si va all’Expo per il ritiro del pettorale e dello zaino (elegante e pratico, non fosse che ne ho un’altra ventina: dopo aver dismesso per consunzione uno giallo di Venezia 1992, ora di solito uso quello azzurro della Barchi-Fano di una decina d’anni fa). Tra gli stand, quello di Lupo, più a suo agio nel vendere scarpe che la pseudoautobiografia aggiustata da Accorsi (a sua volta, più a suo agio come podista che come scrittore).

foto 3Resta il tempo per vedere la grandiosa mostra di Tiziano al Quirinale (turandosi il naso per la contigua circolazione di onorevoli neo-detentori di cadreghino), e per cenare vicino alla Banca d’Italia (ormai ente da rottamare, dato che non possiamo più stampare la nostra moneta), in una trattoria di fanatici laziali dove si riesce perfino a tirare sul prezzo della pizza alla carbonara.

Come mi capita sempre al mattino della maratona, mi sveglio spontaneamente alle 5, e dopo una miserabile colazione in piedi nel bar sotto l’alberghetto, senza difficoltà prendo il metrò gratuito per il Circo Massimo. A Termini mi incontro casualmente col gruppo del Finale Emilia guidato dal mitico Giuliano Goldoni, con cui avevo corso Roma 1 nel 1995 (e mi aveva battuto, in 3.17; adesso però non arriverà in fondo).

Lasciatemi esprimere l’ammirazione per la forza degli organizzatori romani (e anche degli amministratori) per aver mantenuto la data e l’ora della maratona, malgrado quel po’ po’ di contrattempi, sull’una e l’altra sponda del Tevere, capitati nelle ultime tre settimane, e quello che stava succedendo proprio domenica 17, quando il cardinal Fusari era appena uscito dal Conclave dopo aver ricevuto una manciata di voti per il soglio supremo.

foto 4Due mesi prima a Monteforte, per un po’ di neve, la maratona era stata annullata; qui semplicemente è stata leggermente deviata rispetto al passaggio in piazza S. Pietro (che però abbiamo visto da vicino, transitando per via Cescenzio e via Leone IV). Del resto, il percorso (mi assicurava Ferri) è lo stesso degli ultimi anni, compreso il passaggio vicino all’ex gasometro e la salitaccia di via Pilsudski prima di entrare nel villaggio olimpico. E dopo il km 30 è cominciata una serie di passaggi che rendono Roma la città più incomparabilmente bella del mondo: una bellezza non di un’epoca sola (come può essere il Rinascimento per Firenze o il barocco per Venezia) ma di venti e passa secoli, anche trascurando le epigrafi tipo “Mussolini duce” (ablativo assoluto) sfuggite agli strali di Liccardi.

Al traguardo siamo stati in 10660 su oltre 14mila iscritti; una fiumana impressionante come si vede solo nelle grandi capitali estere, e perfettamente gestita: i ristori contavano mediamente 12 tavoli ciascuno, sapientemente alternati (acqua, sali, solidi – frutta varia, biscotti, ecc. – ancora sali, solidi, acqua); gli spugnaggi erano decisamente sovradimensionati, con spugne sempre nuove (come non capita a Carpi già dopo 7,5 km), e porte a mano dagli addetti; ben 11 i rilevamenti chip dalla partenza all’arrivo, dove (novità assoluta per Roma, a quanto ricordo) c’erano addirittura, quantunque seminascosti e non segnalati, tre gabbiotti per le docce.

Eccellente la gestione del traffico, al massimo con qualche condivisione in corsie separate per le auto; principale neo diventa la lunghezza complessiva, che secondo la decina di Gps che ho controllato risultava tra i 42,600 e i 42,900 (sarà vero che nelle maratone affollate tagliare le curve è più difficile, ma differenze di questo genere non le ho mai trovare a Berlino, New York e dintorni). Non troppo abbondante il ristoro finale, in un sacchetto dove l’unica cosa mangiabile mi è parsa una mela. Non entusiasma nemmeno la medaglia, una roba pacchiana dove corrono in direzioni divergenti un soldato con l’elmo e le tette, e una ninfetta senza tette sotto l’effetto di un phon.

Un tempo così scarso (4.19) non lo facevo dall’11-9-2011 (Iseo); ma siccome mi ero prefisso un 4.30, direi che possa andare. E se i Magnifici Rettori non me lo faranno valere per la classifica, l’onta sarà cancellata.

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