Da vent’anni partono con borracce e racchette all’alba i cacciatori di trail per cercare le fate lassù sul bordo del Canyon. Non le vedi mentre corri. Son piccole fate trasformate in fiori alti in mezzo al campo. Ma se poi scendi sugli aghi di pino, oltre la cascata, nel buio del bosco, le vedrai per un attimo e poi spariranno veloci tra gli alberi lasciando dietro di sè la magica pozione.
Per quattro volte son salito lassù a cercare la Fata Verde. La chiamano “DEFI” sfida. E’ un bel trail di quelli umani. Quest’anno in abbinata con la notte della 100 km più antica del mondo: quella di Biel che si correva a mezzora di macchina a nord la sera prima. C’era anche la Maratona per noi tapas. Peccato che questa manifestazione sia poca apprezzata dagli Italiani in un weekend con niente a solo tre ore da Milano. Ma è questa valle dove nasceva l’artemisia per fare l’assenzio che mi attrae come falena la fiamma nelle notti d’estate. Già l’assenzio un mito che due secoli fa fece sognare tutto il mondo. Dicevano che un po’ d’assenzio diluito in acqua, era un vaccino per tifo, coler me toccasana e cordiale. In Francia da allora quest’amaro gusto di anice divenne , e dissenteria e salvava da ogni male: e allora giù…
La sua leggenda era iniziata verso il 1830 in Algeria con la Legione Straniera cui veniva passata con un rito sociale una moda per tutte le classi, anche perché il vino costava caro e scarseggiava per un’epidemia di filossera. Il grande Poeta Paul Verlaine era bevitore accanito. La chiamavano le péril vert il pericolo verde, o anche la fée verte, la fata verde uguale a quelle che ho visto nel bosco. Forse anche correre specie in salita dà un poco alla testa dando un leggero e gradevole senso di stordimento, di lontananza dalla realtà e fa dimenticare gli umani affanni. Come l’assenzio ci si perde nel bosco impolverati. Mi viene in mente un quadro di Degas dove due avventori dagli occhi paradisiaci preparano con un rituale vagamente iniziatico il magico intruglio con una zolletta di zucchero e un poco di acqua.
Narra la leggenda che l’ora dell’assenzio andava allora dalle cinque alle sette del pomeriggio, l’heure verte la chiamavano, l’ora verde. Tutto si dimenticava e rinasceva in attesa della notte. Resta il fatto che pittori e poeti da questi boschi ci son passati e forse persi: Toulouse, Lautrec, Van Gogh, Picasso, Gauguin, Degas, Baudelaire. Tanti ci han lasciato la pelle ma mi piace lasciare ancora una volta la Val Traverse con questa frase di Alfred Delvau: “L’ assenzio che dà un’ebbrezza che non assomiglia a nessun’altra di quelle conosciute. Non è l’ubriacatura pesante della birra, né quella feroce dell’acquavite e neppure la gioviale ubriachezza del vino… No, l’assenzio vi fa girare la testa alla prima fermata, vale a dire al primo bicchiere, vi salda sulle spalle un paio di ali di grande portata e si parte per un paese senza frontiere e senza orizzonti ma anche senza poesia e senza sole”.
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)



