25 novembre 2014. Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi. Lezione di selfie.

Con l’ausilio di video, di documenti inediti e di un allestimento particolarmente coinvolgente, ripercorre il racconto visivo, le vicende esistenziali e le avventure dell’alpinista ed esploratore italiano con immagini che raccontano oltre 30 anni di viaggi alla scoperta dei luoghi meno conosciuti e più impervi della Terra. Una passione travolgente per l’avventura insieme alla straordinaria professionalità di un grande reporter. Di origine bergamasca, è morto nel 2011 a 81 anni dopo una vita intensissima.

Forse non ci azzecca molto coi percorsi di soli 42 km un pò piatti che siamo abituati a fare ultimamente. Però sarebbe bello avere come sfondo delle corse i deserti di sabbia, di ghiaccio, e poi l’isola di Pasqua, il Cervino, il K2 e gli angoli di mondo più remoti dove si è spinto Walter. Spingersi fin lì. Correre e ripassare tutti quei posti che ci ha fatto conoscere con i suoi reportage, per le grandi riviste italiane, e soprattutto per Epoca. Novantasette dei suoi scatti di cui sette in formato enorme.

Una luce interna mi si accende quando penso a Walter per tanti ricordi personali della mia infanzia. Tra questi, quelli della mia maestra delle elementari che ci faceva le lezioni di geografia portando in classe i ritagli della rivista Epoca. Associava alla spiegazione della regione il racconto di Walter. Era come essere lì. Mi ricordo ancora adesso certi passi della Pampa argentina che la identificavano come il confine dell’Universo. Io bambino giurai di andarci. Tanti altri luoghi suoi e tante altre luci si accendono che danno una forza infinita di partire e conoscere.

Un altro aspetto comune con certi runner è come condivideva i momenti magici. Da Facebook al nostro piccolo sito di Maratoneti, oggi tutti fotografiamo, filmiamo raccontiamo. Però a pensarci bene Walter è stato il maestro di tutti noi che adesso spariamo ovunque selfie a ripetizione. Allora le foto costavano mille lire l’una. Ci si pensava bene prima di farle. Guardando le sue, si capisce quanto impegno e passione per testimoniare o rubare l’anima del luogo. Fotografie da cui traspare la gioia per la scoperta, ma anche il piacere di esserci, uomo dietro ma anche davanti all’obiettivo. Si vede che il paesaggio diventa automaticamente lo sfondo di un suo racconto. Ci ha insegnato a diventare protagonisti di ciò che si racconta. Lui scrisse già 50 anni fa che “L’uomo moderno non sa più stare solo”. All’inizio e alla fine di una maratona e, ormai, anche durante, tutti mandano foto all’altra metà del mondo.

Oltre alle foto, a Palazzo della Ragione sono esposti alcuni oggetti che riportano ai momenti felici oppure a tragici avvenuti in gioventù, quando era un fortissimo scalatore. Ci sono gli scarponi di cuoio consumati sulla Nord del Cervino, la macchina fotografica, una Ferrania Condoretta, che usò al Petit Dru, la sua prima (e unica) macchina per scrivere: una Serio (l’azienda fu comperata dall’Olivetti), modello Everest-K2. Bonatti la ricevette in dono nel 1954, quando tornò dal K2, dopo il tradimento dei compagni di spedizione nell’impresa che segnò la sua esistenza. Processi e polemiche si trascinarono fino al 2008. Ci sono anche i guanti bianchi di lana (moffole) del Pilone Centrale del Monte Bianco. Questa fu forse la pagina più tragica della sua vita, la sua sconfitta più profonda. Era il 1961: di sette alpinisti, francesi e italiani, ne tornarono tre, Walter, Pierre Mazeaud e Roberto Gallienie. Stettero una settimana intera a lottare con la morte bloccati in parete

Per informazioni:

http://palazzodellaragionefotografia.it/exhibition/nei-grandi-spazi/

Fino all’8 marzo 2015, a Palazzo della Ragione Fotografia di Milano, Piazza dei Mercanti 1, Milano

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