Venezia, un’esplosione di emozioni! 28 ottobre 2018

Attendendo lo sparo, fa capolino un pallido sole. Parto piano, procedo frenando, ripetendomi che ho ancora nelle gambe “Pescara” e che la domenica dopo dovrò presentarmi a “Torino”, la mia città, non troppo stanca. Quasi provo un velo di onta per questi pensieri, considerando che i Supermaratoneti, quelli seri, sono capaci di correre una maratona al giorno per più giorni… evidentemente io, con molta modestia lo ammetto, non sono fatta di quella pasta! Vabbè, pazienza, mi concentro sulla corsa e cerco di godermi questo viaggio dal sapore antico, come quello dei numerosi palazzi, un tempo lussuosi, che costeggiano il fiume Brenta, che silenzioso scorre parallelo al più chiassoso e colorato fiume costituito dai maratoneti che procedono con entusiasmo nella prima parte di gara. Noto con dispiacere che le nobili ville presentano per la quasi totalità uno stato di degrado, trasmettono un senso di nostalgico rimpianto e di triste abbandono. In preda a queste elucubrazioni, proseguo la mia corsa senza fretta verso la Serenissima, catturando e registrando ciò che i miei occhi intercettano.

Mi sento bene, conservo le sensazioni positive della maratona precedente, che mi aveva sorpresa ed illusa di una discreta ed inaspettata forma fisica. Non provo fatica, regalo “cinque” ai bambini che tendono la loro manina verso di me. Sorvolo alcuni topi schiacciati lungo la strada.

La mia mente si libera del resto del corpo e viaggia in voli pindarici che ripercorrono la mia vita, i miei punti fermi, gli affetti del presente e quelli del passato, tutto ciò che mi sono persa per strada. In sua compagnia, mi affaccio timidamente al futuro, con timore e diffidenza e mi affido, come d’abitudine, alla mia buona stella, che dall’alto vigilerà la mia corsa.

I pensieri corrono sciolti a fianco alle mie gambe parimenti lungo la mesta zona industriale di Marghera, così come nell’accogliente centro di Mestre; il mio ritmo si mantiene pressoché costante fino al momento in cui comincia per me il “calvario” (ammetto che il termine non sia proprio quello adatto, considerato che per me la corsa è divertimento allo stato puro!).

Come imbocco il Ponte della Libertà, che collega Venezia con la terraferma, assisto inerme alla quasi totale sconfitta delle mie forze. Il vento, che fino a pochi attimi prima mi accarezzava piacevolmente il viso ed i capelli, mi tira ora schiaffi e sferzate continue; mi spinge con vigore, consegnandomi la sensazione di trovarmi in balia ad un tapis roulant a cui non riesco a replicare; mi ostacola lanciandomi incessantemente bicchierini vuoti e bottigliette in mezzo ai piedi, che cerco con fatica di evitare. Anche il sole, che aveva scaldato i primi chilometri di gara, se ne è andato, lasciando spazio alla pioggia. Mi sembra di scorgere alla mia destra me stessa che, procedendo di passo, mi affianca e mi supera, facendosi beffa della sottoscritta. Quel ponte lo conoscevo già, è da sempre un mio temuto avversario: è tanto lungo che sembra non debba finire mai; ha l’andamento parabolico, che fa sì che nella prima metà si avverta la salita; è monotono e, per non farsi mancare nulla, su di esso tira sempre un’aria micidiale. Quest’anno lo trovo più meschino del solito, nonostante la temperatura non sia particolarmente fredda, né la pioggia troppo incalzante. Per fortuna, vengo all’improvviso distratta da un gruppo di surfisti che cavalca impavidamente e velocemente le onde al di là del ponte, in mare aperto, su colorate tavole a vela.

Ritorno in me, accompagnata da una sorta di ottimismo. Rifletto sul clima, non così rigido rispetto alle volte passate, e mi ritengo in parte graziata, anche se un po’ delusa per il calo fisico inatteso. Con fiducia, mi riprometto di recuperare un’andatura più decente all’ingresso in Venezia: la bellezza ed il fascino della città, associati al tifo degli spettatori, mi avrebbero per certo aiutata…

Povera illusa, penso che il mio “inferno” (altro vocabolo forzato, ma rende l’idea) stia per terminare e invece no, deve ancora cominciare! Non prevedo di dover fare i conti con l’acqua alta che mi attende, quasi a tendermi un inaspettato tranello, al mio discendere dal primo dei numerosi ponti, ricoperti rigorosamente da passerelle, per renderne più agevole il superamento. Non dimenticherò mai lo sguardo sgomento dei maratoneti che si trovano nelle mie vicinanze, a fare da specchio alla mia espressione attonita, e le battute che si sprecano nel prendere la decisione forzata (non c’è alternativa alcuna) di infilare scarpe, piedi e caviglie nell’acqua. Dopo quell’attimo di esitazione, provo un po’ di preoccupazione nel domandarmi come avrebbe potuto essere, di lì in poi, il resto del percorso. Mi separano tre chilometri all’arrivo, in condizioni normali sarebbero stati “soltanto” tre chilometri, ma nel particolare frangente sono “ancora” tre chilometri. Mi domando, mentre avanzo, di “quanto” l’acqua avrebbe potuto alzarsi. Mentre mi pongo queste questioni, mi rendo conto di procedere sul bordo chiaro, lo intravedo sott’acqua, che segna il confine tra il marciapiede ed il canale; un passo falso mi costringerebbe a nuotare! La prudenza repentinamente mi induce ad accostarmi al muro che trovo sul mio lato sinistro ed a continuare camminando, come sta procedendo la maggior parte dei maratoneti attorno a me. Ben presto mi accorgo che sto commettendo un’ulteriore leggerezza: i miei piedi stanno cominciando a gelare, devo assolutamente evitare “il rischio ipotermia”. L’acqua in alcuni tratti supera le ginocchia, in queste condizioni correre non mi riesce più, sento le gambe affaticate ed il fisico spossato. Ciononostante non posso permettermi di rallentare e di trascinarmi, devo raggiungere la zona di arrivo nel più breve tempo possibile. Corricchio, marcio, non so bene cosa riesco a fare, sostanzialmente cerco di muovere le gambe e di sollevare i piedi dal fondo, nel tentativo di favorire la circolazione degli arti inferiori. Così procedendo, giungo al termine della mia “fatica”, tra cordoni di folla (per la maggior parte composta da turisti) armata di stivaloni o di ghette, o più semplicemente con i piedi nudi ed i pantaloni arrotolati, in perfetto stile “Venezia acqua alta”.

Le condizioni climatiche avverse ed il forte coinvolgimento emozionale amplificano la mia soddisfazione personale di aver tagliato un traguardo più “sofferto” del solito, condiviso con quasi cinquemila compagni di “sventura”, o meglio di “avventura”!.

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