Felice dice cose straordinarie senza magari rendersene conto. Noi stiamo in silenzio ad ascoltare. A volte dolcissime e malinconiche, come quando parla della amata Maria, altre feroci, e le dice in un modo tutto suo facendo delle iperbole in dialetto, che è impossibile rendere in italiano con la stessa efficacia. È una lingua potente che si sente poco dalle mie parti, ma che sgorga, in maniera sotterranea e imprevista, come un vulcano che esplode. Storie divertenti, un microcosmo di aneddoti, detti e battute dialettali, personaggi, avventure e piccoli drammi al limite del paradossale. Storie precise dove ci racconta sempre nome e cognome di tutti. A volte fanno sorridere, altre fanno pensare, storie che qualcuno dovrebbe trascrivere per il puro piacere poi raccontarle.
E così Lavello Hermes per me non è più un idraulico della Basilicata, come pensavo facendo confusione all’inizio, ma questo Paese Immaginario che ora si concretizza, popolato da tutti i personaggi descritti da Felice. Per questo, quando ci sono arrivato, mi sembrava di esserci sempre stato. Se non fosse per un piccolo particolare. Nella mia mente l’ho sempre visto assolato con temperature estive impossibili. Invece mi son ritrovato in mezzo ad un freddo temporale da far scappare tutti. Si corre su una pista ricavata da un anello di 1055 m sulla ciclabile davanti a un residence dove vive Felice.
E’ sabato, 6 settembre, siamo alla terza edizione della Sei Ore Lavellese. Purtroppo, negli anni precedenti, nonostante gli inviti e la voglia d’esserci, non c’ero. Nel 2012 me ne ero andato a fare un trail sui monti Appalacchi nello stato di New York: la Monster Marathon, in una vegetazione talmente fitta che pur essendo di giorno bisognava accendere la luce. Mentre nel 2013 ero alla Dingle Peninsula Marathon, sulla costa sud occidentale dell’Irlanda a rifarmi gli occhi tra scogliere atlantiche e panorami ricchi di pascoli e arcobaleni. Così lontano dalla Basilicata, ma in fondo un pochettino con il cuore io c’ero, e di lassù sentivo gli amici girare in pista.
Appena arrivato mi accorgo che l’organizzazione è una cosa seria, di tipo militare. Almeno venti addetti con una maglietta arancione si prodigano a mettere a punto tutto. Transenne. Palco per le autorità. Tendone per pasta party. Casette in legno montate appositamente per spogliatoi. Speaker. Tre mega gonfiabili. Addetti chip con schermi. Ben due pasta party. Altra tenda per dare i pettorali. Grande pacco gara ricco di ogni bene, formaggi, brioche e una altra ventina di omaggi. Gran medaglia forgiata all’arrivo. Decine e decine di coppe e targhe. Striscioni e bande colorate dappertutto che non so quanto tempo c’è voluto a piazzare. Fuochi artificiali alla fine. Autorità sul palco. Ecc. Ecc. Massimo Faleo dirige l’orchestra. Felice Russo, elegantissimo, fa da gran cerimoniere e dà il benvenuto a tutti nonostante il temporale. Integrato nella macchina organizzativa vedo addirittura Mario Liccardi che con geometrica proiezione misura e certifica ingegnerizzando il circuito a bordo di una rotella metrica. Il brulicare degli addetti trasforma questo piccola fetta di Basilicata in una specie di Central Park, dove non si lesina e la parola d’ordine è generosità. Ognuno viene accolto il pompa magna e, addirittura, prima della partenza Massimo Faleo & C. mi fanno omaggio di una gran targa! Troppa grazia, San Felice.
E si parte. Sono le ore 15:00. Si gira in senso antiorario. Rivedo i tanti amici del Sud che ho un po’ trascurato negli ultimi mesi. Vito Carignani mi sorpassa con il suo passo sartoriale, un particolare atletico incedere elegante e preciso come quello di una macchina da cucire che non si ferma mai e confeziona la sua gara. Vito Todaro sfreccia irruente e mi sorpassa e risorpassa senza pietà. Ciccio Capecci vola al solito come se il percorso fosse in continua discesa, e tanti altri simpatici, scoppiettanti amici.
Essendo ogni giro di 1055 m, con 40 giri precisi si ottiene una maratona. Sembra facile. Ma le cose facili non ci piacciono. E così calcolando che l’ora di punta dello struscio nel centro del paese è alle 18.30, il poliedrico Felice per dare lustro e visibilità alla manifestazione si complica la vita facendo virare tutti, dopo 3 ore e 30 minuti di cricetica navigazione, verso il Dowtown of Lavello. In effetti è stato un colpo di genio, a quell’ora, di gente, ce n’era davvero tanta. Per noi, abbandonati nel lento freddo solitario fluire dei giri all’imbrunire in periferia, è stato come passare da una vasca di acqua gelata a una pentola di acqua bollente, anzi tiepida. Sì, perché, come raccontava nei suoi aneddoti Felice, i lavellesi sono molto timidi e compassati. Il tifo non è stato come quello di Brooklyn o della prima strada. Forse il prossimo anno faremo vestire Mr Carlone e Aldo Gallo da ragazze Pon Pon per animare le vie del centro. Metteremo a dirigere i cori Raffaele Perrone. Però tutto sommato è stato il momento clou della manifestazione, emozionante come essere a una piccola New York, tanto che io e Massimo Faleo volevamo fare un giro in più.
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