3^ Ecomaratona Clivus (Monteforte d’Alpone) – Il naufragare m’è dolce in questo fango

002É una grandissima festa dello sport podistico adatta a chiunque, ed è da 39 anni che va avanti. Incredibile il numero dei partecipanti! Chi dice 15.000, chi 20.000. Clima tra festa degli Alpini e mega sagra paesana. Decine e decine di pullman anche dall’estero. Percorsi per tutti i gusti: 9, 14, 21 e 28 km del 39° Trofeo S.Antonio Abate – Falconeri, dove si poteva marciare, correre o anche solo mangiare tra i vigneti del Soave.

003Quasi a lato di questa grande kermesse, negli ultimi tre anni c’è anche l’Ecomaratona Clivus, 43 km con percorso circolare su e giù per le colline della Val d’Alpone, Val d’Illasi, Castelcerino, Montecchia, Cazzano e Soave. 560 iscritti. 458 arrivati. L’anno scorso, colpa la neve, è stata ridotta a 24 km. Alle ore 8 spara il cannone e via. Piove che Dio la manda. Mi metto la cerata che il buon Gozzi ci ha regalato a Calderara e non la mollerò fino alla fine. Primo uomo Pietro Colnaghi A.S. Merate La Termotecnica (Lecco) con 03:39:28. Prima donna Lisa Borzani. Amatori Atl. Chirignago (Venezia) 04:21:26. Più di 1.000 iscritti alla 20ª Maratonina Falconeri, la mezza maratona del “Soave”. Ha vinto Francesco Duca, prima donna Laura Giordano. 004Alle 13 una corsa dedicata solo ai più giovani: il 6° Gran Premio Pedrollo-Giovani Promesse. E dulcis in fundo la gara dei top runners, la 33ª Montefortiana Turà, la competitiva dei grandi atleti nel circuito del centro storico di Monteforte in queste desuete distanze: per gli uomini di 10,605 km e per le donne di 6,060 km. Gara solo su invito vinta da Africani.

La cosa più sorprendente è stata vedere tanta gente felice di correre tra i vigneti del Soave ed incrociare tante gare diverse e tante andature diverse. Una specie di compendio del podismo in collina. La cosa più dura, cercare di stare in piedi nei terreni argillosi battuti dalla pioggia per dieci giorni. Parola d’ordine: non farsi male. Se la terra è simbolo di sicurezza e di una solida base su cui poggiare, il fango mobile, instabile, scivoloso è immagine di tutto ciò che appare incerto e difficile. Arrivo alla prima discesa in mezza alle vigne. I bisonti son già passati tutti. E’ un muro di fango di 200 metri quasi a piombo. Bisogna sedersi e cercare di scendere. Questo terreno argilloso di collina è vischioso e risucchiante, pesante, umido, e alimenta la sensazione sgradevole quando di essere dentro l’impasto di una betoniera. Razionalmente te ne vorresti liberare al più presto. Psicologicamente è legato alla disgregazione, alla fermentazione, allo sporco, alla corruzione quando ce l’hai addosso ti senti infimo, basso, disprezzabile come un suinetto della Val d’Alpone. 005Ma rialzandomi cerco un lato positivo e medito di qualche virtù terapeutica, miracolosa o forse taumaturgica di questa poltiglia che mi avvinghia. Ecco cosa’è! Il fango è il magma primitivo da cui tutto è stato plasmato. Ti trasmette quella che è l’origine della vita. E’ la terra che entra in te grazie al movimento e alla dinamicità dell’acqua, e ridiventi tuo malgrado un elemento primordiale. Provare a correre o almeno buttarsi dentro dopo un paio di volte non mi spaventa più. Anzi comincio ad apprezzare le qualità positive legate alla guarigione ed al suo contatto, come fosse fonte di ispirazione di un grande momento magico. Al quindicesimo km bisogna attraversare anche un guado, l’acqua arriva alle ginocchia ma alla fine dilava e mi purifica dal tanto sporco. Una sensazione di freddo e di pulizia che mi fa star bene. 006Da adesso in avanti pozzangheroni e fiumiciattoli a me!! Ho trovato il modo di farmi risucchiare e sputare da questa Ecomaratona. Piero ed io a volte zigzaghiamo come due ubriachi. Gli grido: “A Sor Piè ma che ci siam bevuti ?” E lui “A sor Pà ce semo fatti neri neri”. Ma lui con la sua esperienza sta in piedi e non ha neanche le scarpe da trail, anzi galleggia danza scivola e allunga. Ci eravamo fatti beffa del cancello delle ore 4.30 posizionato alla mezza, ma ci arriviamo al pelo anzi al grumo. Ci raggiungono le scope che han lasciato gli ultimi ritirati e ci chiedono di mollare. Ironicamente dico loro che già da molte notti sogno di correre nel fango ed ora non mi possono svegliare! E loro a noi “Forza ragazzi sveglia! La viene mas longa! Tra un po’ xè scuro!”. Per fortuna la pioggia molla un po’. Intravediamo finalmente il castello di Soave, icona disneyana. C’è qualcosa oltre queste colline, una speranza, una luce. Ci viene in mente di collegare il disagio di avanzare nel fango alle difficoltà che ci aspettano nella vita, quando dobbiamo affrontare situazioni sgradevoli e oscure. Il fango che abbiamo addosso che ci ostacola i movimenti e imbratta i pensieri è solo una condizione contingente passeggera che presto ci scrolleremo di dosso. 007Ci godiamo quel che resta del giorno. Gli ultimi chilometri si intersecano con il tragitto circolare “dei 10 capitelli”. Si snoda tra territorio di Monteforte d’Alpone e Soave. E’ una facile passeggiata di 10 km a metà fra la Via Crucis e la Caccia al tesoro.

008Piero ha allungato. Ormai è buio. Piove a dirotto. Anche l’ultima scopa mi ha lasciato. Corro da nove ore. Sono un piccolo, meschino essere, minuscola parte di un universo INFINITO. Mi sento come smarrito: durante queste lunghe ore la mia mente ha conosciuto e compreso cose molto più grandi di me, il mio pensiero ora può abbracciare questa immensità. Son sceso sotto la melma. Guadato fiumi. Ascoltato la pioggia per chilometri. Meravigliato per la mia caducità. Guardato tante volte il sentiero da dieci centimetri da terra. Tre volte ho perso la strada tra colline. Ma adesso sono arrivato. Quest’ultimo tratto nel buio per me è il più significativo, perché ha risposto ad una domanda cui cerco da sempre una risposta: da cosa dipende la grandezza dell’uomo? …. Dallo stupirsi della sua caducità! Dalla bellezza del rialzarsi!

009

Ma “correndo” e rimirando, interminati

spazi di là dal “colle”, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

io nel pensier mi fingo, ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo “fango”.

 

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