3^ ECOMARATONA DEI CIMBRI – FREGONA (TV)

Ha piovuto nei giorni precedenti, e piove durante il briefing del sabato pomeriggio, il più ben fatto fra quanti ne abbia ascoltato. Il percorso, le difficoltà, le insidie e l’atteggiamento culturale da tenere nel bosco vengono spiegati nei minimi particolari con l’aiuto di diapositive, e di un filmato commentato non da uno speaker di professione, ma dalla viva voce di Silvano Campestrin, che conosce bene la corsa per averla vinta. “Non ci sarà il freddo dello scorso anno”, viene ripetutamente detto: “Ma per l’abbondante pioggia, in certi tratti del percorso, il drenaggio potrebbe essere insufficiente”. E’ la parola “fango” la più spesso pronunciata, cui non presto la dovuta attenzione.

Dall’aula delle conferenze, per il pasta-party si passa sotto il tendone, contro cui la pioggia ed il vento fanno sentire la loro presenza picchiettandolo e strattonandolo. Non apro gli occhi neppure nell’apprendere, fra pasta al ragù e vino, che qualcuno del posto l’indomani darà forfait. Ho guidato per 850 Km. per parteciparvi, ed il pensiero di rinunciare non mi lambisce il cervello nemmeno per un attimo.

E’ puntigliosa la punzonatura. Ogni partecipante viene fatto passare singolarmente sotto lo striscione di partenza, ed il nome con il numero di pettorale registrato: con la montagna non si scherza! Tanto per cambiare, piove! Partiti al davanti del municipio, si raggiunge la periferia percorrendola per un buon tratto, sotto lo sguardo vigile di quel campanile così diverso da tutti gli altri del territorio nella parte che sovrasta i tetti delle case. Si ritorna in centro-città, ed all’improvviso la strada va a cozzare contro una scalinata verticale di una trentina di gradini, alla cui sommità s’ergono maestose le colonne corinzie che reggono il timpano della facciata del Duomo: le pittoriche foglie di acanto dei capitelli sembrano amorevolmente sorridere al nostro sbuffare. Superato l’abside, ci si para davanti il viale del cimitero con i suoi cipressi allineati!

Le ultime case della gradevole cittadina sono ormai alle spalle, la corsa è agevole ed i chilometri percorsi sono 3,5. Prima la vegetazione s’infittisce con l’assumere caratteristiche tropicali, poi scompare il cielo sopra la nostra testa e l’asfalto sotto i piedi. Ci ritroviamo in una serie di grotte, dentro cui camminiamo sospesi in aria sopra passerelle di legno. Il Caglieron fa un tuffo di parecchi metri dando origine a cascate, poi spumeggiante il torrente scorre sotto di noi, e tutt’intorno cortine, stalattiti e stalagmiti della più varia forma e colore. Tutto ciò che a Castellana e Frasassi è nascosto nelle viscere della terra, qui è in superficie.

Con l’uscita dalle suggestive Grotte del Caglieron, ha termine la gita turistica. La strada ora s’inerpica e si fa sul serio. In otto chilometri bisogna annullare 1300 m. di dislivello per raggiungere i 1515 m. del monte Pirroc, estrema diramazione occidentale delle Prealpi Carniche. L’ascesa è costantemente dura, senza le asprezze di Busana e Collelongo. Non ha mai smesso di piovigginare, ma l’appoggio sul terreno è sicuro; dalle mie parti non si corre, ma l’andatura della fila indiana è buona. Dal viottolo ricavato dal fianco della montagna, lo sguardo non può spaziare per via delle condizioni atmosferiche. Il giovane e preparato assessore di Fregona ( del centro-sinistra, precisa; la Lega è sotto il 13% a Treviso ed il bluff di Malan è giunto al capolinea, continua; conclude saggiamente: l’importante è risolvere i problemi della gente, è secondario essere di sinistra o di destra), che ieri ci aveva portato al Rifugio Vittorio Veneto, aveva assicurato: “Nelle giornate soleggiate, la visione abbraccia tutta la pianura veneta fino a Venezia, che splende nella sua laguna”.

Il mio gruppo transita in cima (10,5 Km.) dopo 2h10’ di corsa. “Il più è fatto”, dico a me stesso: “Mi attendono 23 Km. di lieve pendenza durante i quali posso cavalcare a mio piacimento, e gli ultimi 9 Km. di dolcissima discesa”. Il dulcis in fundo c’è stato, ma dopo un inferno di fango protrattosi per cinque ore.

Certo che la faggeta era bella ed alti i fusti, ma come potevo guardare in alto, intento com’ero a vedere dove mettere i piedi per portare sana la pelle a casa! Il primo impatto fu con un sentiero scivoloso tagliato obliquamente nel fianco pendente della collina, dove l’unica consolazione era che i fitti tronchi degli alberi non mi avrebbero permesso di rotolare fino in fondo. “Evita il sentiero e procedi parallelamente più a monte”, mi veniva suggerito da chi volava su quella melma, perché più bravo e perché provvisto di scarpe più adeguate delle mie usurate skylon. Seguii il consiglio, ma non servì a non farmi battere a terra una volta il sedere, un’altra volta l’emitorace sinistro e poi ancora i polsi, che nel cadere avevo proteso onde proteggere il viso. Ovviamente, senza contare le numerose volte che riuscivo a riportare il baricentro in asse un attimo prima che toccassi il suolo. Quando Marina Mocellin mi raggiunse, ero in flessione anteriore con il deretano al vento, le mani avevo immerse nel fango e gli arti inferiori divaricati come in un esasperato stretching degli adduttori. Ero cristallizzato ancora in quella posizione sconosciuta anche al Kamasutra nel momento in cui mi superò Francesco Piccinelli.

Quindi, si corse (si fa per dire!) per vie pianeggianti stracolme di acqua e fango, rese ancor più viscide dall’essere state calpestate da centinaia di pedate. Procedevo ora su un bordo, ora sull’altro, spesso allontanandomi dal percorso ufficiale. Le difficoltà erano le stesse, anzi allungavo il percorso, le mie povere gambe venivano percosse dalle felci e ferite dalle ortiche, motivo per cui ritornai ad affrontare di petto le sabbie mobili della retta via. Accennai anche alla corsa, ed una scarpa rimasse annegata nel fango, lasciando libero il piede di guazzarvi dentro. La riportai in superficie usando la forza di ambedue le braccia, e v’infilai dentro piede e melma.

Preoccupato di giungere al traguardo con il minor numero di danni possibili, avevo dimenticato i Cimbri. Ne feci conoscenza in una radura, dove la segnaletica riportava a grandi lettere: “I Pich – Villaggio Cimbro”. C’era una sola una casetta dal tetto spiovente – più nuova della mia costruita un anno fa -, dalla quale uscì un uomo sulla quarantina: “As bi biar!”, lo salutai. Colui che doveva essere un cimbro, di quella lingua non conosceva nemmeno il semplice saluto, e biascicò qualcosa in un dialetto veneto più stretto di quello del buon Luciano Morandin. A Vallorch c’era qualche abitazione in più, un ristorante che serviva tutt’altro che patate, crauti e salcicce, ed una piccola cappella nuova di zecca. A Le Rotte le tre-quattro casette portavano i nomi ed i cognomi dei proprietari, che non si chiamavano Hohenstaufen o Hohenzollern, ma semplicemente Azzalini.

I Cimbri attualmente presenti nel Veneto e nel Trentino non sono che un centinaio (ancor meno ne conoscono la lingua), e sul Pian del Cansiglio non se ne vede neanche l’ombra. Raggiunsero una certa consistenza e benessere quelli che vivevano nei territori della Serenissima, che concesse loro benefici fiscali per il fatto che ne difendevano i confini e dai boschi ricavavano i migliori remi. Con l’arrivo di Napoleone, il buonismo finì, ed andarono incontro ad una lenta ed inarrestabile emorragia. A quei tempi, i montanari non avevano ancora capito che potevano arricchirsi insegnando a scivolare sulla neve agli abitanti della pianura. Per povertà emigrarono e si sparpagliarono. Durante la Prima Guerra Mondiale i loro territori si trovarono in piena linea di fronte, e durante la Seconda Guerra Mondiale i tedeschi martoriarono quelle zone per scovare i partigiani. Poi venne l’emigrazione postbellica.

Superato l’ultimo villaggio cimbro, dopo qualche chilometro all’altopiano seguivano 9 Km. di discesa lungo la strada del Santo….veramente santa fu perché il fondo permetteva la corsa. Ce la misi tutta per concluderla entro il tempo massimo delle otto ore. Ricoperto di fango dalla cintola in giù, giunsi al traguardo 4 minuti oltre il limite, ma salvai l’onore perché Angela lo tagliò qualche minuto dopo in compagnia di Luciano Morandin, suo salvatore.

Essendo state le condizioni meteorologiche pessime in tutte e tre le edizioni disputate, per la legge delle probabilità la prossima sarà contrassegnata dal bel tempo, l’unico ingrediente mancato ad un’organizzazione perfetta. E dal monte Pirroc sarà spettacolare spaziare fino a Trieste!

E’ un’iniziativa degna di lode il celebrare con un evento sportivo il dramma della minoranza cimbra, i cui rapporti con la popolazione locale, è bene dirlo, non sempre furono idilliaci. Ora che è nella condizione di non nuocere, coloro che l’hanno assimilata, come spesso accade, compiono atti di magnanimità nei suoi confronti, com’è avvenuto per gli aborigeni australiani, per i natives americani.

Un problema molto serio è quando la minoranza diventa maggioranza e, non avendo io nessuna intenzione di complicarmi la vita addentrandomi in difficili analisi sociologiche, rimarrò nel mondo circoscritto della maratona. Non è completamente fuori della realtà prevedere che fra cent’anni (o meno?) i cinesi organizzeranno la “Maratona dei Pratesi”, che si snoderà per i luoghi dove Mario Ferri e compagni spendono tante energie per farcela correre. Chissà cosa penseranno di quel topo morto, che tanto emozionò l’amico Fabio ed altrettanto irritò l’amico Mario. “Che stupidi questi italiani, la solita storia della secchia rapita! Andava mangiato!”, come capitò a me, recatomi in Cina nel 1991. Solo dopo avercelo fatto mangiare ci dissero cosa avevano servito. Io riuscii a controllare la peristalsi intestinale, che procedette fisiologicamente in senso caudale; altri commensali non ne furono capaci, e riversarono il tutto nel piatto. Era troppo tardi quando ci precisarono che il topo era di bosco e non di fogna. Sempre topo era!

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