L’Expo è a circa 30 km dal centro città nei pressi della stazione metro di Atakoy, vicino all’aeroporto Atatürk. Maratona, 15 e 10 km partono alle 9:00 dalla sponda asiatica, 400 metri oltre il ponte sul Bosforo. Ricchi i ristori, provvisti di bottigliette d’acqua, bevande varie, banane, biscotti, tè e altro ancora. L’arrivo è all’Ippodromo di Piazza Sultanahmet di fronte alla Moschea Blu. Tempo limite 5 ore e 30 minuti. Dopo le 14:30 le strade saranno riaperte al traffico e i ritardatari dovranno correre sui marciapiedi.
Ottimo il pasta party, con stufato di pasta, banane e bevande alla frutta, gratis senza bisogno di consegnare buoni e tagliandi. Partecipanti e accompagnatori possono quindi mangiare e fare il bis senza alcuna formalità. Sul sito della maratona si legge che il pasta party è previsto solo il sabato durante l’orario di apertura dell’Expo. Ma quando arrivo io, venerdì mattina alle 11:00, tutto é già funzionante.
Sostenuta da Vodafone, Adidas, Turkish Airlines, Lacoste e Nestlè, sponsor che evidentemente in Turchia fanno affari d’oro, la Istanbul Marathon è ricca. Può sopportare gli enormi costi logistici che l’organizzazione di un simile evento comporta. Decine di modernissimi bus trasportano gli atleti alla partenza dal centro città di piazza Taksim e da Sultanahmet (di fronte alla Basilica di Santa Sofia). Il pettorale costa da 60 a 120 Lire turche (Try) equivalenti a 20 e 40 € circa. I bus con le sacche personali ripartono alle 08:30. Coloro che arriveranno dopo, saranno costretti a correre portandosi dietro il loro fardello. Causa l’esigenza di riaprire al più presto le strade al traffico cittadino, le postazioni chip saranno via via smantellate: quella del 40° km, 5 ore e 20 minuti dopo lo start.
La zona asiatica sul Bosforo è invasa da migliaia di atleti mantenuti a freno da un imponente servizio d’ordine. Tento di andare sul ponte per scattare qualche foto, ma irreprensibili poliziotti non mi fanno passare, chiedendomi se abbia per caso intenzioni suicide: il ponte, non pedonale, ha un parapetto troppo basso e c’è il pericolo di cadere di sotto. Provenienti dalla sponda europea, riescono invece ad attraversarlo venditori di bottiglie d’acqua e cornetti stipati in sacchi di plastica o caricati su traballanti carriole. Prima del via, dopo il benvenuto del sindaco, le autorità sul palco intonano l’inno nazionale turco, con gli atleti turchi rigorosamente sull’attenti.
Il tracciato della maratona è eccellente. Il primo tratto sul Bosforo ricorda il ponte di Verrazzano di New York. Ci sono alcune brevi salite, la prima sul ponte, la seconda subito dopo, la terza nella parte centrale della gara e l’ultima in vista del traguardo. Si attraversano i luoghi più belli della città, con tante moschee che impreziosiscono il paesaggio. Non sono affatto certo di finire in 5:30 e non so se i ritardatari saranno classificati. Ma, una volta partito, l’aria fresca, la bellezza del percorso e il fascino orientale mi galvanizzano facendomi passare ogni timore. Dopo circa un’ora mi raggiunge Paola Noris, incontrata già domenica scorsa a Ravenna. Magico al 10° km l’attraversamento del Corno d’Oro sul ponte di Galata. Lasciamo la parte moderna della città e ci addentriamo in quella antica. A sinistra la Moschea Nuova (1660), a destra quella di Solimano il Magnifico (1550). Alle spalle, la Torre di Galata eretta nel 1384 da coloni genovesi, per secoli l’edificio più alto della città.
Costeggiamo il Corno d’Oro avanti e indrè fino al 20° km. Bello il passaggio sotto l’acquedotto costruito dall’imperatore bizantino Valente nel 375 d.C. Sempre degno di nota il tratto lungo il Mar di Marmara con il giro di boa intorno al 31° km nella zona Expo. Mancano 11 km e, a meno di crolli improvvisi, ho ancora un certo margine per arrivare entro il tempo limite consentito. Posso quindi concedermi altre pause per fotografare maratoneti(e), navi, chiatte e traghetti sul Mar di Marmara e un caratteristico mercato di pesce. Dopo un tratto in salita superato senza danni, ecco la postazione chip del 40° km non ancora smantellata. Il tracciato prosegue nel bellissimo Gülhane Park situato sotto il palazzo Topkapi. Fotografo una grande statua in bronzo che rappresenta un ottomano con turbante e la mano sinistra posata in segno di possesso su un mappamondo. Nella targa metallica del basamento é scritto Turgut Reis, 1485 – 1565. Mi riprometto di saperne di più navigando in internet. Terminato il parco, dopo un’ultima salita nel centro cittadino fra ali di folla plaudente, ecco il traguardo. Arrivo fra gli applausi in 5 ore e 20 minuti di fronte alla Moschea Blu, la zona più bella della città.
Dieci minuti dopo spariscono le transenne che delimitano il percorso. Alle 14:30 in punto, bus, tram e automobili riprendono a circolare. Mentre, dall’alto di un minareto, il muezzin intona una cantilena per chiamare i fedeli alla preghiera, vedo molti ritardatari arrancare fra la folla. Temo che non potranno mai trovare la retta via. Leggendo oggi la classifica, mi accorgo invece come i miei timori siano infondati: dopo di me arrivano ancora 170 uomini e 100 donne, gli ultimi in 6 ore 25 minuti. Tanto di cappello all’organizzazione: anche i tapascioni conquistano la medaglia agognata. Terminano 3.185 uomini (fra cui 1.040 turchi) e 745 donne (77 turche). La predominanza di stranieri dimostra quanti passi avanti abbia fatto Istanbul negli ultimi anni per incentivare il turismo.
Prima di tornare al personaggio di Turgut Reis, una breve divagazione. Sui turchi esistono luoghi comuni, pregiudizi e stereotipi. L’antico modo di dire “Fuma come un turco” vale ancora adesso: oltre alle sigarette normali, sono in tanti a fumare il narghilè (pipa ad acqua) per un tempo variabile fra 20 e 80 minuti equivalente al fumo di 100 o più sigarette. “Le turche” (intese non come ragazze ma come latrine) che costringono a difficili equilibrismi per non macchiarsi i pantaloni durante la minzione, resistono nei traghetti e in pochi altri luoghi pubblichi, ma sono scomparse da alberghi e ristoranti. Il “Caffè turco” non è più particolarmente diffuso, soppiantato dal caffè normale, tè, spremuta di arance e melagrane. Anche il modo di dire “Fare cose turche”, nel senso di cose incredibili e esagerate intese in senso ironico o negativo, non si addice ai turchi d’oggi che si comportano più o meno come gli altri popoli occidentali. Che dire infine su “Mamma li Turchi”? Sono in molti ad avere ancora diffidenza verso i turchi. Da cosa deriva questa atavica paura? Per rispondere anche a questa domanda, la ricerca su Turgut Reis si rivela fruttuosa. La riassumo di seguito perché interessante.
Turgut Reis nato nel 1485 e morto a 80 anni durante l’assedio di Malta nel 1565, è conosciuto come Dragut. Nato in una povera famiglia contadina, si arruolò nell’esercito ottomano. Compì numerose scorrerie e saccheggi, specie sulle coste napoletane e siciliane. Catturato, fu consegnato ad Andrea Doria, che lo fece incatenare per quattro anni come galeotto ai remi della sua nave ammiraglia. Fu venduto come schiavo e infine liberato pochi anni dopo. Nel 1544 il Sultano Solimano il Magnifico gli affidò il comando della flotta ottomana. Fu chiamato “Spada vendicatrice dell’Islam”, per la spietatezza delle sue azioni. Diventò viceré di Algeri e Signore di Tripoli. Imperversò nelle coste del Mediterraneo. Assediò Rapallo depredando la città e ridusse in schiavitù più di cento fanciulle. Assalì l’isola d’Elba e distrusse Terranova (l’attuale Olbia) in Sardegna. Nel 1551 dopo un assedio al castello di Gozo (Malta) portò via circa 5.000 abitanti come schiavi. Assalì e conquistò la fortezza di Tripoli sconfiggendo i cavalieri di Malta. Nel 1554 assediò Vieste, incendiandola e devastandola, decapitò circa 5.000 persone e deportò giovani e donne da destinare al mercato degli schiavi. Nel 1563 effettuò una memorabile impresa: partendo da Napoli, doppiò Santa Maria di Leuca e risalendo l’Adriatico fino ad Ancona, fece prigionieri migliaia di malcapitati. Nel 1565 Dragut si rivolse contro Malta; assediò il forte di Sant’Elmo, cannoneggiandolo ripetutamente. Il forte resistette e contrattaccò. Durante uno di questi scontri Dragut morì (finalmente!!), ferito alla fronte da una scheggia di pietra. I turchi lo vendicarono conquistando il forte e uccidendo tutti i superstiti. Si dice che Andrea Doria nutrisse rispetto e affetto per Dragut, tanto da dare lo stesso nome al proprio amato gatto.
Vicende simili a quelle di Dragut, Spada vendicatrice dell’Islam, spietato protagonista di credenze popolari, romanzi e film, sono responsabili della paura atavica che molti di noi hanno ancora oggi per tutto ciò che sa di turco. “Mamma li turchi”, appunto.
Le efferatezze turche appartengono ormai ad un passato morto e sepolto, a tempi in cui anche a casa nostra le Sante Crociate e la Santa Inquisizione si macchiarono di tremende stragi e orribili delitti. Da quando nel 1922 Atatürk (“padre” dei Turchi e principale artefice dello Stato turco moderno) destituì l’ultimo califfo, in Turchia più nessuno “Vive come un Pascià”. Anche se alcuni comportamenti della tradizione integralista islamica faticano a morire, come ad esempio quello di una giovane donna incontrata durante la maratona che indossava il “niqab” (velo nero che copre l’intero corpo compreso il volto lasciando scoperti solo gli occhi) ma con in mano un costoso telefonino, la comunità turca è fatta oggi di gente che lavora sodo e si diverte, mescolando tradizione e modernità nella vita quotidiana. L’attuale Turchia deve però risolvere la questione delle rivendicazioni territoriali e dei diritti della minoranza curda, ma questa è un’altra storia.
Un viaggio a Istanbul può aiutare a dissipare eventuali diffidenze verso i Turchi. Non riuscendo a entrare nella corsia transennata dei tram perché la ricarica della mia Istanbul Kart era terminata, un ignoto passante ha aperto la sbarra inserendo la sua tessera davanti ai sensori, regalandomi l’equivalente di 2 Lire turche. Non ho fatto in tempo a ringraziare che l’ignoto benefattore era sparito. Lunedì mattina, giorno del ritorno in Italia, un onesto tassista a cui avevo chiesto di accompagnarmi sulla costa asiatica di Kadıköy, dove avrei preso il bus per l’aeroporto di Sabiha Gökçen, mi ha fatto notare (contro il suo interesse) che avrei risparmiato un bel po’ prendendo lo stesso bus da piazza Taksim, situata a 10 minuti di taxi.
Tutto a posto quindi nella mia breve vacanza? Quasi tutto. Se, durante la prima colazione in albergo, non avessi visto uno fottuto scarafaggio che pascolava nel cestino del pane, facendomi andare di traverso tutto quello che avevo mangiato, il soggiorno sarebbe stato certamente migliore.
Clicca qui per le foto (di Mario Liccardi)





