Iniziavo come al solito a tentare di recitare la pioggia nel pineto: “ Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo…”. Drin drin e si mette a suonare il cellulare. Chi sarà? Ermione…?. E Invece no. E’ SuperMario Ferri che con la complicità di Madame Carlà mi chiede: “Diavolaccio, allora lo vuoi il pettorale della Pistoia Abetone? Vieni?”. Sputando l’ultimo sangue, gli urlo: “Arrivooo!”.
In questi pochi anni che corro, ho sempre cercato di evitare di pensare a questa corsa considerandola proibitiva, un vero tabù, da cui girare alla larga. L’occasione di farla in doppietta apre però ad una nuova sfida che, dovesse riuscire, mi garberebbe ricordarla per tutta la vita.
Il giorno dopo all’alba, appena arrivato il piazza del Duomo mi accorgo che questa corsa è una corsa “sacra” con cui un pivellino come me “nun cià da scherzà”. Sta di fatto che i grandi della maratona Italiana come Ferri ed Ancora l’han fatta 15 volte. Nella storica piazza si avverte un legame sottile ed inconscio tra sport, ambiente e sentimenti. So che la storia del podismo è passata di qui e ha suscitato, anno dopo anno, meraviglia e commozione al passaggio di campioni o anonimi fra due ali di folla che si domandano: “Ma sanno quello che fanno?”. Su questa ala mistica e sacrale mi piace pensare che la Pistoia-Abetone è diversa da tutte le altre manifestazioni podistiche come una delle grandi classiche del ciclismo.
Infatti, fin dal partenza continuo a ripermi “pedala, pedala, pedala…”. Dall’austera e policroma Piazza del Duomo agli alberi millenari dell’Abetone, attraverso la stupenda vallata del Reno avvolta da boschi di castagni, poi S. Marcello, la Valle della Lima, Cutigliano, le immagini corrono davanti a me come la pellicola di un vecchio film. C’è un flusso innaturale in questa corsa. Il fiume sale invece di scendere. L’acqua e il sudore si arrampicano lungo i tornanti delle Piastre e quelli della Statale del Brennero. Da trentanove anni gli uomini e la natura si sfidando in un’impresa che ci riporta indietro nel tempo. Se ce la farò ho la consapevolezza che arriverò ultimo, uno come tanti altri dei 773, che pur non vestendo i panni del campione sarò in qualche modo protagonista.
Si capisce già dalla partenza che la Pistoia-Abetone non è “una delle tante corse podistiche”, ma “la corsa” per eccellenza: la gente qui ci arriva con mesi di preparazione. 50 chilometri praticamente tutti in salita, con pendenze che arrivano fino al 12%, gli amanti del podismo in salita son serviti. Io invece per un giorno mi son sentito un po’ ciclista. Vai su. Vai su. Vai su. Pedala. Pedala. Pedala. Centinaia e centinaia di concorrenti uniscono la punta della montagna con la città. Me la godo tutta, sto in fondo alla fila come in fondo ad un vecchio cinema. Vedo passarmi davanti i laghetti, le ghiacciaie, le vecchie fabbriche, le botteghe artigiane, gli abeti, le ferrovie abbandonate, i castagni, i ruscelli. Invece dei popcorn sgranocchio una delizia perduta: il pomodoro col sale. Forse è vero come dicono tanti che: Come le ciliegie, i popcorn e i pomodori col sale uno tira l’altro. Quando l’hai corsa, non puoi più farne a meno. Pedala, pedala, pedala.
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