Non che mi fosse andato bene tutto dell’organizzazione dell’anno scorso: alle 6,43 della domenica mattina un sms ci aveva avvisato che il percorso era stato ridotto da 43 a circa 25: niente punti-Liccardi dunque, e per questo buona parte del ‘circo’-supermarathon aveva disertato. Io no, trovandomi sull’Alpone con i pochi supersiti (la siora Catarina e la siora Nadaina, Aligi Vandelli, Olivier Samain), e però a un certo punto, dopo la metà quando ci avevano mandato sul percorso di riserva, perdendo la traccia e sconfinando nell’aborrita 28 km. Ma in sostanza la Clivus mi mancava e, sia pure col rammarico di perdere altre belle corse nello stesso giorno (compresa la leggendaria Galaverna bolognese, o un trail a Sala Baganza nel parmense che fa parte di un interessante circuito regionale), mi sono iscritto via mail. La domanda tardiva mi è costata una bottiglia di meno nel pacco gara; fortuna che, all’uscita del paese, c’era il solito vinaio che vendeva cartoni dei suoi Soave e Turà a 10 euro.
(Ricordate l’ammonimento di Claudio Macario, podista ferrarese autore, un quarto di secolo fa, di “Pantaloncini e canottiera: “Se andate a casa di un podista, non bevete il suo vino! È quello di scarto che gli danno alle corse”. Eppure mi risulta che una cacciatrice di prosciuttini, una che va a correre solo dove ci sono premi monetari e alimentari, ha invitato a cena i suoi fans, offrendo rigorosamente e solamente la roba da lei vinta, forse perché era in scadenza o non ammessa dalla CEE).
Torniamo a Monteforte: l’anno scorso fu la neve a suggerire l’accorciamento del percorso, e ragion veduta nel 2014 posso dire che fu una scelta ragionevole (a parte la colpa di non aver trovato un percorso sostitutivo equivalente). Quest’anno la pioggia (costante nelle prime 3 ore) non ha fermato nessuno, compresa una parte del “circo” (a dire la verità, quasi tutti confinati nell’ultima pagina delle classifiche, ai limiti del tempo massimo e anche oltre). Ma, come ho sentito dire in corsa tra due amici veneti, uno dei quali stava spiegando all’altro, novellino del trail, fra una maratona su asfalto e un trail “ghe xe na diferensa come da la f** al cu*, qui te senti largo, là streto” (come Fazio colla Lucianina del turpiloquio scritto sul copione, mi dissocio a gran voce: “mi cacciano! mi cacciano!”).
E così, la partecipazione dei supermaratoneti a Monteforte non è stata collettiva e globale come, per esempio, a Calderara o Crevalcore: Massimo Morelli o Libero Zerbinati ci guardavano dalla partenza o dall’arrivo. Nessuna paura invece né per Sabrina Tricarico, che all’ingresso nella gabbia mi stampa un bacione come la maestra Pedani a don Celzani nell’ultima pagina di “Amore e ginnastica”, né per quella apprezzatissima collega i cui occhi stanno tra Liz Taylor e la Signorina Silvani, di cui vidi nel 2012 la gemella ritirarsi a Bardi, metà della Abbots Way, mentre “quella vera” finì regolarmente nella classifica dei 125 km. (Eh, gli inganni alla vista che danno le somiglianze: come quando i consoci Messeri e Razzolini videro un sosia di Prodi salire in auto al km 21 della maratona di Reggio 2005, e blasfemamente credettero che fosse Lui in Persona!).
Pure nella classifica di Monteforte la nostra Liz figura, con un tempo superiore a quello che era il tempo massimo previsto dal regolamento, ma siccome è pubblicata, per lei “vale”.
Il tetto programmato dei 500 iscritti, elevato a 550, produce 458 classificati da chip (alla partenza mancava il tappetino e lo sostituiva una punzonatura: ma chi parte prima e di conseguenza non è punzonato, finirà ugualmente in classifica? Pare di sì). La tassa di iscrizione restava invariata a 20 euro, sebbene il pacco gara quest’anno risulti più leggero che nel 2013 (quando c’erano in più uno zaino e un impermeabile), e il ristoro finale non comprenda il “pranzo del podista” dove l’anno scorso c’eravamo abbuffati per miseri 10 euro supplementari. Ci basta un platò di tortellini e un bicchiere di vin brulé (bianco), questi gratis; il pasta party solo sabato sera, per chi c’era già.
Eccellente, per il resto, l’organizzazione: ottime indicazioni dei parcheggi (io però ritrovo il mio posticino dell’anno scorso, non ufficiale ma ancor più vicino), velocissime le operazioni di consegna dei pettorali; solo le docce non stanno più nelle adiacenze, come nel 2013, ma sono state spostate allo stadio, un km o quasi dalla partenza, e risulteranno assai più ‘tiepidine’ che un anno fa.
Non è propriamente un trail stile Lavaredo: dei 43,4 km dai Gps, forse una quindicina sono asfaltati o cementati, però sinceramente li benedico vista la scivolosità di certe discese che talvolta inducono a calpestare l’erba dei vigneti o costringono ad aggrapparsi ai rami: e se una volta becco un ramo della spinosa “maruga”, il mio bianco guanto si tinge di rosso (che poi diventerà marrone quando una meravigliosa scivolata in discesa mi porterà ad atterrare su un sofficissimo pantano).
A differenza dell’anno scorso, sono rare le collisioni con la Montefortiana classica dei ristori con polenta salsiccia e vin brulé: però dopo 3 km già incrociamo pseudo-podisti che discendono verso il traguardo, prima ancora che scocchi l’orario di partenza delle corse non competitive, nel timore forse di perdersi qualche braciola al ristoro finale. Faccio in tempo a urlargli dietro che quando si vergogneranno sarà comunque troppo tardi.
Da elogiare invece (dopo le critiche che avevo fatto nel 2013) la segnatura del percorso, eccellente anche nei rettilinei perché ci piace essere rassicurati, e se da una fettuccia vedi la successiva corri più sereno: non si deve mai dare per scontato, nei trail, che in rettilineo vai dritto: più volte gli organizzatori maligni ci fregano buttandoci su un sentierino seminascosto. Ottimi i ristori, cioè niente baccalà o grappa ma tè (non sempre caldo), coca, biscotti, crostatine, gatorade, frutta. Percorso gradevole, almeno quando il tempo migliora scendendo dall’ultima cima (630 metri al km 21, un’oretta dopo aver salutato il sempre cordialissimo Toschi che sale senza paure di ‘cancelli’): si gode un panorama non indifferente, e anche il passaggio da due paesini nel territorio di Cazzano, verso il km 30, è molto suggestivo (ricorda il tratto della Abbots Way poco sopra Pontremoli). Dislivello complessivo sui 1.650 metri, contro i 2.000 e passa magnificati dall’organizzazione (forse per farsi belli di fronte al Mont Blanc? Insomma, cosa non si fa per i “punti”!).
Concludo in 6 ore e 9 minuti, e per poco non mi raggiunge el sior Vitorio Bosco, mentre la Nadaina la xe un’ora drìo e la saluda solo me mugèr quando se vedemo tuti soto de la cesa. Temperatura 5 gradi, umidità 87% (dice il Gps), due sprazzi di sole prima del diluvio del tardo pomeriggio che non ci tange; ventilazione inapprezzabile (diceva Ciotti), pulsazioni medie 157, max 176 (alla mia età dovrebbero essere 156 al massimo, salvo che il dottor Rizzitelli non stabilisca che si può trasgredire dai sacri testi).
Dubbio statistico: questa 43 km è la mia trentesima ultramaratona o solo la 253a maratona? Ma mi pare di leggere già una postilla di Mariolino: non è la 253, è la 252 perché quella di Roma 2013 per te ‘non vale’.



