05/05/2019. ColleMar-athon. Una Maratona, tanti traguardi

Siamo noi, piuttosto, che dobbiamo un GRAZIE ad Annibale Montanari ed a tutti coloro che hanno collaborato con lui per la buona riuscita della splendida manifestazione, che ha avuto inizio il giorno prima con un accogliente pasta party ed un sottofondo musicale di vecchie canzoni, tutte da ballare. Ciò è bastato, fin da subito, ad instaurare tra i partecipanti e gli accompagnatori quel clima conviviale e quell’atmosfera amichevole e goliardica capaci di trasformare una serata qualsiasi in una “bella” serata.

L’organizzazione si è dimostrata decisamente all’altezza della situazione, e per la logistica perfetta, e per la grande disponibilità.

La domenica mattina è cominciata presto, in viaggio verso Barchi con i pullman navetta, tutti piacevolmente puntuali ed attentamente riempiti a dovere. In loco, dopo aver salutato ed abbracciato gli amici ritrovati, il mio pensiero si è soffermato immancabilmente verso coloro che sapevo non avrei più incontrato sulla mia strada: la fresca scomparsa dell’amico Gennaro Tedesco, collega di maratone e di altrettanto sudati racconti, mi ha indotto a dedicare a lui la mia fatica.

Repentino il ritorno alla realtà, per eseguire gli ultimi preparativi prima della partenza, consumare piccoli riti scaramantici ed operare una meticolosa cernita degli indumenti da mettere addosso, confidando di non “toppare” le previsioni meteo. Nonostante l’ora della partenza sia giunta rapidamente, non mi sono lasciata sorprendere dallo sparo, avvenuto subito fuori dalle mura, alle 9 precise. È stato come il via di una grande festa, un’esplosione di coriandoli colorati che mi ha invaso il cuore d’emozione e sbrogliato le gambe ancora intorpidite, tramutandole in cavalli scalpitanti. Questa seconda sensazione, così favorevole, si è ben presto ridimensionata, poiché le numerose salite rendevano i miei arti inferiori rigidi al pari di tronchi. Benedivo le discese, anch’esse molteplici, che mi permettevano di sciogliere i muscoli doloranti e di recuperare un po’ del terreno perduto.

La corsa è stata tutta un susseguirsi di paesaggi incantati, che sembravano sortiti dal pennello di un abile pittore: la mia vista si soffermava sulle colline interamente rivestite da colorati campi coltivati dalle forme geometriche più disparate, mentre attraversavo fiabeschi paesi circondati dalle mura di fortezze e di affascinanti castelli. Sorridenti sagome in carne ed ossa indossavano costumi d’altri tempi e suonavano musiche medievali, accrescendo in me quell’euforia gioiosa, che trasudava nell’aria, nonché il sospetto di potermi scoprire dentro ad un sogno, anziché nella realtà.

I chilometri transitavano velocemente, grazie al continuo avvicendarsi di salite e discese, che rendevano la gara gradevole, non troppo faticosa e particolarmente varia. Passo dopo passo superavo graziosi borghi, impregnati di tanta storia, e venivo accolta con intenso calore dalla gente del posto.

Ben presto è entrato nel mio campo visivo anche il mare, oscuro e grosso, sotto un cielo cupo dominato da nubi nere e minacciose e da forte vento.

La temperatura ed il clima erano ideali per correre. Freschezza ed umidità al punto giusto mi hanno sicuramente offerto un grosso aiuto, fatto salvo nell’ultima parte del percorso, in cui le condizioni atmosferiche si sono fatte particolarmente avverse. Il tratto che mi separava dall’arrivo corrispondeva alla passeggiata del Lisippo, resa viscidissima dalla pioggia battente mescolata a cristalli di ghiaccio, ed al successivo rientro verso il centro di Fano, percorrendo il sottostante porto turistico; benché le salite fossero ormai soltanto un ricordo, gli ultimi chilometri sono risultati per me i più “lunghi” e faticosi.

Ripresa dallo sforzo, dall’acqua e dal freddo, nel pomeriggio mi sono recata sotto la grande tenda in prossimità della zona di arrivo, dominata dalla Rocca Malatestiana. Eravamo in molti a ristorarci con il secondo pasta party offerto dall’organizzazione. Non sono mancati brindisi, festeggiamenti, auguri e complimenti nei confronti di tre “mostri sacri” del nostro Club: Massimo Faleo, Rita Zanaboni e Paolo Gino, che hanno raggiunto proprio quel giorno rispettivamente 550, 500 e 400 maratone (e ultra). Mi sono timidamente affiancata a loro per una foto ricordo, con le mie 150 appena portate a compimento, che fino a poco prima mi avevano conferito una carica ed un’energia fuori dal comune, mentre ora quasi svanivano dinnanzi a cotanta abbondanza.

Ricorderò la “Colle” come una maratona capace di infondere entusiasmo, fiducia ed altrettanta voglia di correre; inverosimilmente mi è parsa persino “veloce”: le gambe giravano libere e leggere, sollevate dal terreno, con un roteare ritmico e rapido, favorite dal sublime inganno della discesa.

Quella sensazione adrenalinica di forza acquisita e di placida felicità dello spirito che ho avvertito nel correre è stata forse simile a quella che provava Gennarino nella conclusione di ogni sua maratona, e che era solito sintetizzare nelle sue cronache con quell’inno di soddisfazione e di ringraziamento che gli giungeva immancabilmente dal cuore: “VOLA GENGIS VOLA”.

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