I giri sono 34, tutti nel sentierino del parco sotto l’ombra di alti pioppi. Qualcuno inciampa e cade e li paragona ai cerchi dell’Inferno di Dante Alighieri, ai nove gironi ove vengono puniti coloro che in vita si sono macchiati di un ben definito tipo di peccato. Ma di quali peccati si son macchiati i Supermaratoneti per farsi trascinare in questo vortice, sbattuti nei gironi infernali dalla passione che travolge loro la vita. Forse Lussuriosi di endorfina e di traguardi. Sicuramente Suicidi di tendini e muscoli. Scialacquatori di energie e sudori. Maghi e indovini di doppiette e trasferte. Consiglieri Fraudolenti dei poveri neofiti con la famosa frase: “…e che ci vuole.. ”. Avari di tempo libero e Prodighi di chilometri, condannati a spingere l’enorme masso della classifica, che all’inizio di ogni anno rirotola giù. Eretici di tutte le dottrine e tabelle di allenamento. Epicurei. Proprio di questo peccato si sono macchiati e per questo son condannati a girare in eterno. Per loro la felicità è il piacere. E il piacere può essere solo in corsa superando la totale assenza di dolore e di turbamento. Questo lo raggiungono solo se seguono i loro “bisogni naturali” che sono correre e divertirsi. La limitazione qualitativa e quantitativa del piacere della corsa è il problema stesso della loro virtù etica, e questo dà il segno della loro infima condizione umana. Proprio per questo continuano a peccare, non capendo che i piaceri si dividono in naturali necessari (come, per esempio, il correre), naturali non necessari (come il correre troppo) e vani, cioè né naturali né necessari (ad esempio, l’arricchirsi di tacche e medaglie): i primi devono essere assecondati, i secondi possono essere concessi ogni tanto, mentre i terzi devono essere assolutamente evitati, rischiando la dannazione eterna.
34 giri, come se per un giorno il centro dell’universo tutto fosse quel parco e attorno gravitassero con le loro scarpette 129 corpi celesti, facendo lo slalom tra Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, le stelle fisse e qualche radice. Una giornata diversa, una maratona in cui il Club è imploso e ci si è divertiti a incrociare e chiacchierare.
Una ragazza mi ha chiesto: “Ma che cosa si fa in paradiso? E’ come stare qui con tutti questi amici?”. “Eh, una domanda da nulla”, le rispondo . Ma una risposta la dovevo tentare. Era una ragazza veloce e mi continuava a sorpassare. Dato che son arrivato ultimo, ogni volta che passava, come un oracolo, le davo un pezzo di risposta ed il responso è durato parecchi giri. Se cerchi una risposta con cui descrivere veramente come si sta in Paradiso devi cercarlo nella tua memoria. Se vuoi averne una pallida idea facciamo un esercizio. Prova a recuperare dalla memoria il momento più bello della vita che hai vissuto finora. Non dirmelo, pensalo solo. Prova a riascoltare quella emozione e come stavi. Bene. Scommetto che non eri sola in quella situazione. E lei ci ha pensato e sorridendo mi ha detto: Sì, è vero”. E scommetto, anche la persona con te ama fare le stesse cose che ami tu anche senza chiedergliele. “Esatto mi fa lei”. Adesso immagina che in quel momento il tempo si fermi, non scorra più, resti lì inchiodato senza più un prima e un dopo. Immagina che quello che provi non abbia più limiti e l’intensità che senti sia infinita. Ecco forse questa è una pallidissima e vaga idea di come può essere stare in paradiso. “Ho capito”, mi dice, “peccato che tra un paio di giri finisce tutto”. Non l’ho più vista.
Son rimasto a girare ancora parecchio con i soliti amici, le solite facce da Trieste ad Aosta, da Bressanone a Foggia. Peccato sia sparita. In Paradiso ci vuole anche qualche angelo. Gli ultimi giri son rimasto completamente da solo coi miei pensieri come sempre. Tutti erano già arrivati da tempo immemore e stavano mangiando pizze e quantità industriali di torte. Per finirla cercavo di schivare la noia con mille distrazioni, fantasticherie e traiettorie. La testa ciondolava e una noia agitata mi sospingeva verso un continuo cambiamento di oggetti e mete, albero dopo albero, giro dopo giro, ogni cosa raggiunta disvelava il suo scarso significato, e apriva la strada a pensieri e metafore più profonde su tutte le corse che sto facendo e che mi sospingono come un novello Icaro terrestre verso mete fittizie e irraggiungibili.
Con il passare del tempo, la mancata gratificazione e la conseguente frustrazione finiranno per lasciare il posto a un’indifferenza torpida e disperata, una noia apatica come questi ultimi giri solitari. Qualcuno un giorno organizzerà “La Noia Marathon” e sarà un successo. Tutti i Supermaratoneti arriveranno a frotte e km dopo km vi sprofonderanno i loro pensieri che li accompagneranno in un’apparente indifferenza. Questa volta non si attenderà il traguardo, ma si partirà già disillusi senza la solita attesa inquieta che il mondo fornisca stimoli capaci di placare lo stato di insoddisfazione. La gara sarà diversa da tutte, si partirà già sapendola vana e frustrante e affioreranno subito sentimenti di inadeguatezza e di sconfitta che magari genereranno idee nuove sotto forma di un vero e proprio gusto per prevenire e sconfiggere sul nascere questi gesti e circuiti ripetitivi.
Anche se a tutto ci si abitua e il circuito, a detta di qualcuno, eleva lo spirito, certamente uccide la gioia e piega il tempo poiché dà un’alterazione della temporalità: qui il tempo non passa mai ed è percepito dolorosamente anziché essere vissuto armoniosamente nella corsa. Però con una goccia di personale masochismo aggiungerei che i momenti-corse noiosi della mia vita li ricordo con più nitidezza di quelli felici che se ne sono andati in attimo. Per cui ben venga la “Noia Marathon”. Comunque gira gira, mi consolavo con gli amici buontemponi che rincaravano la dose. Tra gli ultimi arrivati, il buon Massimo Faleo cantava, da lontano di là dal parco tra gli alberi, uno dei cavalli di battaglia de er Califfo: “…tutto il resto è noia… Non ho detto gioia… Noia, noia, maledetta noia”. https://www.youtube.com/watch?v=s-rulfPyxuM
Qualcuno paventa l’idea di spostare il percorso nella città di Forlì, ma lo sforzo economico sarebbe enorme e la manifestazione perderebbe quella familiarità che la contraddistingue. Per il resto l’organizzazione era perfetta a misura di Supermaratoneta e per questo ringrazio Lorenzo Gemma e Luciano Bigi che han fatto praticamente tutto da soli. C’è stata la commovente piantumazione di due alberi a ricordo dei due Presidenti scomparsi. Una quercia per l’onorario Beppe Togni e un ulivo per il Presidente fondatore del Club Sergio Tampieri.
Finalmente ho fatto chiarezza e ho capito perché si chiama Maratona del Presidente, cosa che negli anni scorsi mi era sfuggita essendo nuovo dell’ambiente. E’ come dice il volantino, un Memorial per fondatore del Club, un vero Tampieri Day nella città dove abitava. Si è corsa per la prima volta nel 2010 pochi giorni dopo la sua morte. Chi era Sergio Tampieri e il bel ricordo che ha lasciato lo si vede nella selezione di quasi due ore di interviste rilasciate durante la corsa dai suoi amici più cari presenti sul circuito. Io stesso, che non sapevo neanche chi fosse, adesso lo sento più vivo che mai correre sempre con noi portato sulle linee di partenza dai racconti e gli aneddoti degli amici di sempre.
Approfitterei di questa occasione per divulgare il suo pensiero e la sua vita diffondendo presso i nuovi soci un libro che ripercorre tutta la storia del Club dalla nascita fino al 2008. Mi è stato regalato alle 10 in 10 di Orta l’estate scorsa da Adriano Bordin. L’avevo sbirciato durante una lunga trasferta sull’auto di Giuseppe Tundo. Sono 239 pagine, l’ho scannerizzato tutto in PDF e, attendendo circa 3 minuti per il download, lo avrete a diposizione tutto: buona lettura, e GRAZIE SERGIO TAMPIERI!
https://www.dropbox.com/s/pku26xbiugxaczz/Libro%20Sergio%20Tampieri.pdf
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)
Clicca qui per le foto (di Michele Rizzitelli)

Di certo una concentrazione così elevata di Supermaratoneti non s’era mai vista. Tutti a giocare nel Parco Buscherini di Forlì. Una molteplice compagine di ragazzini vocianti appena tornati dalle vacanze e felici di tornare in classe a far caciara coi compagni di banco, curiosi di rivedere il preside, i bidelli e di conoscere qualche nuova alunna carina. Per la quinta volta si è così autocelebrata, in modo del tutto naturale, la quinta essenza del Club Supermarathon: “La voglia di stare insieme”.
I giri sono 34, tutti nel sentierino del parco sotto l’ombra di alti pioppi. Qualcuno inciampa e cade e li paragona ai cerchi dell’Inferno di Dante Alighieri, ai nove gironi ove vengono puniti coloro che in vita si sono macchiati di un ben definito tipo di peccato. Ma di quali peccati si son macchiati i Supermaratoneti per farsi trascinare in questo vortice, sbattuti nei gironi infernali dalla passione che travolge loro la vita. Forse Lussuriosi di endorfina e di traguardi. Sicuramente Suicidi di tendini e muscoli. Scialacquatori di energie e sudori. Maghi e indovini di doppiette e trasferte. Consiglieri Fraudolenti dei poveri neofiti con la famosa frase: “…e che ci vuole.. ”. Avari di tempo libero e Prodighi di chilometri, condannati a spingere l’enorme masso della classifica, che all’inizio di ogni anno rirotola giù. Eretici di tutte le dottrine e tabelle di allenamento. Epicurei. Proprio di questo peccato si sono macchiati e per questo son condannati a girare in eterno. Per loro la felicità è il piacere. E il piacere può essere solo in corsa superando la totale assenza di dolore e di turbamento. Questo lo raggiungono solo se seguono i loro “bisogni naturali” che sono correre e divertirsi. La limitazione qualitativa e quantitativa del piacere della corsa è il problema stesso della loro virtù etica, e questo dà il segno della loro infima condizione umana. Proprio per questo continuano a peccare, non capendo che i piaceri si dividono in naturali necessari (come, per esempio, il correre), naturali non necessari (come il correre troppo) e vani, cioè né naturali né necessari (ad esempio, l’arricchirsi di tacche e medaglie): i primi devono essere assecondati, i secondi possono essere concessi ogni tanto, mentre i terzi devono essere assolutamente evitati, rischiando la dannazione eterna.
34 giri, come se per un giorno il centro dell’universo tutto fosse quel parco e attorno gravitassero con le loro scarpette 129 corpi celesti, facendo lo slalom tra Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, le stelle fisse e qualche radice. Una giornata diversa, una maratona in cui il Club è imploso e ci si è divertiti a incrociare e chiacchierare.
Una ragazza mi ha chiesto: “Ma che cosa si fa in paradiso? E’ come stare qui con tutti questi amici?”. “Eh, una domanda da nulla”, le rispondo . Ma una risposta la dovevo tentare. Era una ragazza veloce e mi continuava a sorpassare. Dato che son arrivato ultimo, ogni volta che passava, come un oracolo, le davo un pezzo di risposta ed il responso è durato parecchi giri. Se cerchi una risposta con cui descrivere veramente come si sta in Paradiso devi cercarlo nella tua memoria. Se vuoi averne una pallida idea facciamo un esercizio. Prova a recuperare dalla memoria il momento più bello della vita che hai vissuto finora. Non dirmelo, pensalo solo. Prova a riascoltare quella emozione e come stavi. Bene. Scommetto che non eri sola in quella situazione. E lei ci ha pensato e sorridendo mi ha detto: Sì, è vero”. E scommetto, anche la persona con te ama fare le stesse cose che ami tu anche senza chiedergliele. “Esatto mi fa lei”. Adesso immagina che in quel momento il tempo si fermi, non scorra più, resti lì inchiodato senza più un prima e un dopo. Immagina che quello che provi non abbia più limiti e l’intensità che senti sia infinita. Ecco forse questa è una pallidissima e vaga idea di come può essere stare in paradiso. “Ho capito”, mi dice, “peccato che tra un paio di giri finisce tutto”. Non l’ho più vista.
Son rimasto a girare ancora parecchio con i soliti amici, le solite facce da Trieste ad Aosta, da Bressanone a Foggia. Peccato sia sparita. In Paradiso ci vuole anche qualche angelo. Gli ultimi giri son rimasto completamente da solo coi miei pensieri come sempre. Tutti erano già arrivati da tempo immemore e stavano mangiando pizze e quantità industriali di torte. Per finirla cercavo di schivare la noia con mille distrazioni, fantasticherie e traiettorie. La testa ciondolava e una noia agitata mi sospingeva verso un continuo cambiamento di oggetti e mete, albero dopo albero, giro dopo giro, ogni cosa raggiunta disvelava il suo scarso significato, e apriva la strada a pensieri e metafore più profonde su tutte le corse che sto facendo e che mi sospingono come un novello Icaro terrestre verso mete fittizie e irraggiungibili.
Con il passare del tempo, la mancata gratificazione e la conseguente frustrazione finiranno per lasciare il posto a un’indifferenza torpida e disperata, una noia apatica come questi ultimi giri solitari. Qualcuno un giorno organizzerà “La Noia Marathon” e sarà un successo. Tutti i Supermaratoneti arriveranno a frotte e km dopo km vi sprofonderanno i loro pensieri che li accompagneranno in un’apparente indifferenza. Questa volta non si attenderà il traguardo, ma si partirà già disillusi senza la solita attesa inquieta che il mondo fornisca stimoli capaci di placare lo stato di insoddisfazione. La gara sarà diversa da tutte, si partirà già sapendola vana e frustrante e affioreranno subito sentimenti di inadeguatezza e di sconfitta che magari genereranno idee nuove sotto forma di un vero e proprio gusto per prevenire e sconfiggere sul nascere questi gesti e circuiti ripetitivi.
Anche se a tutto ci si abitua e il circuito, a detta di qualcuno, eleva lo spirito, certamente uccide la gioia e piega il tempo poiché dà un’alterazione della temporalità: qui il tempo non passa mai ed è percepito dolorosamente anziché essere vissuto armoniosamente nella corsa. Però con una goccia di personale masochismo aggiungerei che i momenti-corse noiosi della mia vita li ricordo con più nitidezza di quelli felici che se ne sono andati in attimo. Per cui ben venga la “Noia Marathon”. Comunque gira gira, mi consolavo con gli amici buontemponi che rincaravano la dose. Tra gli ultimi arrivati, il buon Massimo Faleo cantava, da lontano di là dal parco tra gli alberi, uno dei cavalli di battaglia de er Califfo: “…tutto il resto è noia… Non ho detto gioia… Noia, noia, maledetta noia”. https://www.youtube.com/watch?v=s-rulfPyxuM
Qualcuno paventa l’idea di spostare il percorso nella città di Forlì, ma lo sforzo economico sarebbe enorme e la manifestazione perderebbe quella familiarità che la contraddistingue. Per il resto l’organizzazione era perfetta a misura di Supermaratoneta e per questo ringrazio Lorenzo Gemma e Luciano Bigi che han fatto praticamente tutto da soli. C’è stata la commovente piantumazione di due alberi a ricordo dei due Presidenti scomparsi. Una quercia per l’onorario Beppe Togni e un ulivo per il Presidente fondatore del Club Sergio Tampieri.
Finalmente ho fatto chiarezza e ho capito perché si chiama Maratona del Presidente, cosa che negli anni scorsi mi era sfuggita essendo nuovo dell’ambiente. E’ come dice il volantino, un Memorial per fondatore del Club, un vero Tampieri Day nella città dove abitava. Si è corsa per la prima volta nel 2010 pochi giorni dopo la sua morte. Chi era Sergio Tampieri e il bel ricordo che ha lasciato lo si vede nella selezione di quasi due ore di interviste rilasciate durante la corsa dai suoi amici più cari presenti sul circuito. Io stesso, che non sapevo neanche chi fosse, adesso lo sento più vivo che mai correre sempre con noi portato sulle linee di partenza dai racconti e gli aneddoti degli amici di sempre.
Approfitterei di questa occasione per divulgare il suo pensiero e la sua vita diffondendo presso i nuovi soci un libro che ripercorre tutta la storia del Club dalla nascita fino al 2008. Mi è stato regalato alle 10 in 10 di Orta l’estate scorsa da Adriano Bordin. L’avevo sbirciato durante una lunga trasferta sull’auto di Giuseppe Tundo. Sono 239 pagine, l’ho scannerizzato tutto in PDF e, attendendo circa 3 minuti per il download, lo avrete a diposizione tutto: buona lettura, e GRAZIE SERGIO TAMPIERI!
https://www.dropbox.com/s/pku26xbiugxaczz/Libro%20Sergio%20Tampieri.pdf


