Alle 8:30, giro per scioglimento gambe in Santo Stefano di Sessanio, si procede in direzione Calascio. Cinque km di preambolo, senza difficoltà di sorta. Appresso discesa in allegria e vista dell’omonima Rocca sita a 1.460 metri di altitudine, nei secoli abitata da guarnigioni di soldati a difesa della zona e vie dei pastori.
Doverosa sosta per foto da conservare a memoria di tanto inimitabile Reperto.
Di poi, ecco Castel Del Monte, appollaiato sopra una collina: sembra quasi toccarlo.
A questo punto inizia ciò che non t’aspetti. Raggi solari rifrangersi a specchio contro la muraglia, dislivello accentuato con curve strette a gomito, come andare per scala. Ritorna in mente “La solitudine e la roccia” narrata dal poeta Giorgio Caproni. La roccia e La terra: luoghi duri e insuperabili, tale il muro della terra, che l’uomo non può perforare.
Finalmente Castel Del Monte; ristoro, reidratazione e passaggio da stato d’ animo premonitore di non farcela ad un rilassamento di corpo e mente. Condizione di programmare la gara sino all’arrivo, salvo imprevisti.
Come ogni anno il pensiero va al borgo di Farindola, giungo al segnale che lo indica a 25 km. Ci andrò per il pecorino, raro formaggio abruzzese a latte crudo, unico al mondo coagulato con caglio di maiale.
Devo sollecitare il “generale” Franco Schiazza ad indire una 8 ORE colà.
Si va sciolti, ristori completi, copiosi, cortesia, affabilità, umana empatia delle persone al servizio. Si perviene a metà dell’opera, Ristoro Giuliani e appresso Ristoro Mucciante.
Come ogni anno, fantasmagorico raduno di motociclisti, in massima a bordo di Harley Davidson. Curva a gomito, inizio del ritorno. Profondo rettilineo ondulato per circa 10 km, quasi sino al rifugio Racollo, un susseguirsi di moto in senso contrario, a “contatto di cinque con le mani”. Degna esperienza basata sul rispetto reciproco delle regole, che rendono accettabili norme e confini del vivere comune. Moltitudine di bovini, ovini a pascolo sullo sfondo dell’aspro Corno Grande. Di sorpresa, a bordo strada un cane maremmano si accosta, mi annusa, accetta quieto le mie carezze, lo saluto con una foto: sarà un quadro in memoria nello studio.
Scenario incomparabile, cupi cumulonembi oltre lo skyline dei rilievi, ripetute foto. Perso circa un quarto d’ora; sarei potuto giungere al limite delle 8 ore. Invece 8 ore e 18 minuti. Pazienza ne è valsa la pena!
Da focalizzare nello specifico il rapporto tempo/spazio nella concreta situazione dell’essere attore di quest’unica, affascinante gara podistica. Prevalenza di dinamiche psicologiche, che portano a seguire la scia al di là di spinte emotive stimolate in gare vissute in normale, anonimo ambiente circostante.
Il Gran Sasso porta gioia esclusivamente nell’ esserci.
La prima, per me, risale al 13 luglio 2008 – 3° di cat. SM 65: 05:54. Partenza ed arrivo a Castel Del Monte. Al traguardo, la memoria va alla limpida acqua di sorgente sgorgante dalla monumentale fontana in piazza.
Ho dimorato anche a Calascio, Santo Stefano di Sessanio. Luoghi identitari, intrisi da genti propense ad accogliere l’ospite, farlo sentire quasi fosse in casa propria. Al primo contatto, si sente parte della comunità. Vige il saluto spontaneo, non modo di dire, quasi consimile al latino Ave nel senso: ti saluto, stai bene.
Ci si sente parte della comunità, accettato nel ricevere valore, sicurezza.
Il piccolo Bar in Piazza Medicea stracolmo; il Gestore riconoscermi e dire: “Lei è venuto l’anno scorso? Viene ogni anno a fare la gara?” Nel mentre serve in situazione di “Porto di Mare”, come il manzoniano convento di Pescarenico.
Contesto civico, umano dal carattere umile. Radici storiche irte di difficoltà esistenziali, risalenti ad una civiltà contadina e di transumanza.
Francesco Giuliani, pastore contadino del secolo scorso di Castel Del Monte:
A tutto ormai mi son abituato
A godere, talvolta anche a soffrire;
Si spera un tempo migliorar lo stato.
Se splende un giorno il sol dell’avvenire
Da questa speme io son confortato
Quasi son certo che non può fallire,
E verrà tempo come si predice
Veder l’umanità tutta felice.
Altri tempi. Profezia oggi incompiuta. Resta l’appello all’azione umana per potersi realizzare.
Amo tornare perché condivido in spirito, mente l’umanità degli abruzzesi, conforme alla mia autenticità, coerenza essenziale dell’essere.
Al convivio del Gran Sasso, degni di menzione dal primo Bovanini Filippo 3.25.39 a Maiuri Arduino, ultimo 11.39.20. Ad personam saluto “tanti compagni di viaggio” delle Ultra presenti. D’Errico Michele, Picca Cesario, Cameruccio Simonetta e Domenico Martino, Rizzitelli Michele e Angela Gargano, Gemma Lorenzo, Faleo Massimo e Tundo Giuseppe – giunti con me al traguardo – Gambelli Ferdinando – mio assiduo indefesso controllore al Passatore – Ancora Vito Piero, Cosma Barbara, un abbraccio particolare al suo caro Alessandro Petrini, nume tutelare di tutti, Zoli Daniele.
Grazie alla Manoppello Sogeda, mia Associazione di appartenenza. Ultimo, ma non tale, il “Comandante” Franco Schiazza, che fa “il giretto” sul percorso il lunedì mattina a raccogliere bicchieri, bottiglie, plastiche varie. Meno rispetto al passato, mi auguro zero in avvenire.
Un plauso ai salentini Stefanelli Franco, Carrozzo Emanuela, Gravili Gaetano, Fazzi Valentino e Del Vescovo Gaetano. Solo cinque.
Al prossimo anno con gli endecasillabi dannunziani dei “Pastori”.
Settembre, andiam. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’ Abbruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’ Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti.















