Ora il giro è cambiato, e le Cascine non sono più sinonimo di muro e di resa, essendo percorse, avanti e indietro, già nei primi 10 chilometri, ancor pieni di energia e speranze. Questi ricordi mi tornano in mente mentre inanello i giri, totalmente immersa nel paesaggio naturalistico e urbano delle Cascine. E’ la prima edizione della 12 e 6 ore, è il 7 maggio 2016, organizza Gianpaolo Mugnaini della Società Podismo Club Sportivo Firenze, una delle più antiche d’Italia con i suoi 144 anni di vita.
E’ un bel mattino di Primavera, partiamo alle 8 con il fresco. Si sente solo il canto delle tortore, il fruscio rapito di merli neri dal becco arancio che attraversano i vialetti correndo sulle zampette a caccia di merle mimetizzate nell’erba alta ancora rugiadosa. E’ Primavera, le Bambine non si son ancor svegliate e messer Aprile alle ..ascine è già passato. Nessuno in giro ancora, solo il serpente discontinuo degli angeli della dodici ore, le gambe come ali, gli occhi persi nella luce fresca che si fa strada tra le fronde ombrose degli olmi, olmi che diventano una navata gotica dalle crociere verdi e umide ancora delle lacrime della notte fiorentina. La pace è totale e non sembra nemmeno di correre in città, i passi risuonano nella Cattedrale di fronde, gli alti tronchi come pilastri, lo spirito va e si fonde con la natura e la fatica, che man mano si fa sentire. Lo spirito va e si fonde con l’unico grande respiro del fiume che scorre placido e antico.
Con il passare delle ore il Parco si popola dei suoi abitanti. Arrivano prima i podisti, poi i ciclisti in cerca di un’oasi libera dal traffico e infine intere famiglie e tanti bambini. L’immagine è quella di un acquerello di tanti piccini colorati sui pattini in linea e a zig zag tra birilli rossi posti a delimitare il percorso di gara. Tutto è un crescendo di sensazioni e percezioni visive che mi avvolgono la memoria. Vedo le bimbe più piccine coi pattini rosa e i nastrini nei capelli biondi, giù a ruzzolare con le gambine in aria, e poi subito di nuovo in piedi per ripartire, e poi le ragazze e i ragazzi più spavaldi e acrobatici, che mi incutono un certo timore, mentre il mio passo si fa più pesante e loro mi sfrecciano a fianco forti di una giovinezza scolpita con un volteggio nello scorrere del tempo.
Scorrono anche le ore, ed è ormai passata l’una quando il lato lungo l’argine, esposto a sud, che noi percorriamo nella direzione opposta rispetto alla Maratona rimane completamente inondato dal sole e rende la fatica più tangibile. D’un tratto, uno scuotere di foglie e rametti nella siepe, forse un cagnolino sfuggito al guinzaglio. No, è una paperella femmina, vogliosa almeno quanto me di traversare lo stradone e gustarsi la freschezza di un bel bagno in Arno. Ma aspettate…! Non è sola, è una mamma a capo di una numerosa covata pigolante. Mette fuori il capino e guarda titubante a destra e sinistra, sospettosa, lascia passare un primo podista e poi si avventura sull’asfalto per alcuni metri, i paperottoli dietro in plotone compatto. Poi s’arresta all’arrivo di una bici, e all’unisono si fermano anche i piccoli. Passato il pericolo la mamma dà il via libera, e la famigliola, tra soste e ripartenze, guadagna finalmente l’argine e la frescura del fiume.
Il parco evidentemente vuole bene agli sforzi dei podisti della 12 ore, affiancati a partire da mezzogiorno da quelli più freschi della sei ore, che continuano a superarci, e gradualmente, precedute da un vento fresco e corroborante, si affollano i nuvoloni grigi tipici dei temporali primaverili, e rinfrescanti gocce di pioggia si riversano sui nostri corpi sudati, come lacrime di fatica. La prima pioggia bagna i prati e il selciato, suscitando profumi di humus bagnato ed erbe odorose, mentre dagli alberi scendono petali dai colori tenui. Le famiglie continuano a passeggiare, qualcuno ne approfitta per fare una sosta dal chiosco che vende lampredotto e birra fresca, sembra un mondo perfetto, una sinfonia orchestrata sapientemente dall’uomo e dalla natura insieme.
Intanto inizia a far buio, Timothy Chaplin inanella gli ultimi dei suoi 121 chilometri, così come Silvia Sacchini, prima donna e terza assoluta, che supera i 109 km. Paolo Gino corre felice nelle ombre della sera e cerca di farmi animo e tirarmi come può verso i 90 chilometri, soglia da tanto agognata e appena sfiorata, i giudici ci incitano, siamo alla fine di una giornata quasi irreale, dove la fatica del correre in tondo sembra avere acquisito finalmente una sua ragion d’essere, come il ruotare del derviscio verso una dimensione sublimata della coscienza.
Poi, sotto la doccia, si risveglieranno i dolori, le piaghe da sfregamento, le vesciche, si sentirà la fame e la sete, si tornerà alla realtà, cambiati però da una giornata trascorsa come un sogno di colori, suoni e profumi che resteranno per sempre nei ricordi e nell’anima.
Firenze, Parco delle Cascine, andando dalla Maratona alle 12 ore, come una paperetta che attraversa la strada, titubante, ma decisa.
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)
Clicca qui per le foto (di Mario Liccardi)





