7^ Raidlight Ultramaratona della Pace sul Lamone – Traversara di Bagnacavallo (RA), 11/01/2015. Un mondo di nebbie.

foto 4Pino Tundo molla e non parte. Si divertirà a modo suo a far foto e interviste, perfettamente calato nella sua nuova veste di reporter. Così comincia la nostra avventura nel giorno del Signore 11 Gennaio 2015, a Traversara di Bagnacavallo. Qui si corre la settima edizione della Ultramaratona della Pace sul fiume Lamone, Ultra DOC la cui esatta denominazione è “RaidlightUltramaratona della Pace sul fiume Lamone”.

La mattina è più opaca della notte più profonda. Presa l’ultima tachipirina, mi avvio al mesto corteo che si dirige verso il gonfiabile della partenza da qualche parte nel grigio laggiù. Unico raggio di sole, il sorriso benedicente di Paolo Gilardi in compagnia del torreggiante Gianfranco Gozzi. Il generale inverno si fa sentire e dalle loro tane sono scesi alcuni Puma di Montagna con borraccioni e razioni K. Gongola con aplomb abruzzese il “Vikingo” per 218 iscritti, 193 partiti, con qualche rammarico per i 23 che non si sono presentati alla partenza senza nemmeno avvisare. Ormai è un organizzatore professionista che non si fa scalfire dall’emozione. E’ Enrico Vedilei, 8 volte maglia azzurra, che abbiam rincorso inutilmente in centinaia di gare. All’ultimo minuto ha dovuto cambiare per ben due volte il percorso causa lavori sull’altra sponda del Lamone. Si è dovuto così rinunciare al tradizionale percorso ad anello di 47.2 e non si è passati più su i due ponti. Il tragitto del 2015 è stato tutto su unica sponda, quella da cui si parte. Il tragitto è stato allungato con un giro di boa quasi nell’abitato di Mezzano per poi tornare indietro sullo stesso argine con due sottopassi impegnativi sotto il ponte e il metanodotto. Totale 44.5 km.

foto 5Il solito sterrato è duro e senza fango. L’armata si perde subito nella nebbia che si taglia con il coltello. I brividi di febbre son come raffiche di un vento contrario. Mariolino mi dice che sono troppo immaturo per avere il coraggio di ritirarmi. Io gli cito il manuale del kamikaze: “Devo soprattutto distaccarmi dalla vita terrena già prima della morte fisica per concentrarmi solamente sul nemico”. Il modo migliore per sconfiggerlo è studiarlo attentamente. La nostra missione è: sconfiggerlo. Oggi il nemico è il Lamone. Ma Mario si defila. Rimango subito ultimo e solo col “nemico”. E’ qui da qualche parte che mi spia. Un profilo bluastro nel grigiore per un momento appare nella nebbia e poi scompare di nuovo. Il fiume deve essere lì sotto. In fondo alla scarpata alta più di dieci metri. Appare e dispare nel freddo umido del mattino. Giunchi, cespugli ed erba, nessun albero, nessun animale. Freddo e silenzio. Quando scende la gamba e tocca il duro terreno si sente rimbombare nel vapore acqueo, nella nebbia che sta velando il fiume e lo lascia di sotto in un grigio torpore. Mi faccio delle ipotesi e penso a quanto sia importante questo serpente grigio qui sotto.

foto 6Non tutti sanno che il Lamone nasce lassù al 48esimo km del Passatore dove si scollina alla Colla di Casaglia e poi come la famosa 100 km attraversa Marradi, Brisighella e Faenza. Dopo la via Emilia comincia il suo percorso in pianura. Passa nelle campagne tra Russi e Bagnacavallo, dove si corre l’antica maratona che quest’anno capita a Pasquetta. Passa di qui, attraverso queste sponde ormai celebri per la Ultra di Enrico, e poi muore in mare a Marina Romea sopra Ravenna, nella Pineta di San Vitale. E’ lungo 88 km e magari si potrebbe fare una Ultra che unisca idealmente queste tre gare facendone tutto il percorso.

A proposito di Passatore, se da Traversara invece di discendere il fiume lo avessimo risalito per gli stessi chilometri saremmo giunti a Boncellino di Bagnacavallo dove nacque Stefano Pelloni, detto il Passatore, il famoso crudele brigante romagnolo. Il soprannome gli venne dal mestiere di traghettatore (o “passatore”) sul fiume Lamone che faceva suo padre Girolamo. Tutto il mito e il nome del Passatore nasce da qui. Anche la corsa di oggi ricorda, per il secondo anno, Vittorio Costetti, grande ultrunner che corse per 26 volte la 100 km del Passatore, deceduto nel corso del 2013. Vittorio è il Papà delle due campionesse: Franca e Maria Luisa Costetti. Le incontrerò più volte nel freddo del percorso col loro bel sorriso. Maria Luisa al giro di Boa su al Polo Nord e Franca ad animare il ristoro centrale.

foto 7Passata mezz’ora di completa solitudine arrivano i primi che tornano indietro. Galoppano come purosangue a San Siro. E’ uno spettacolo vederli andare. Spingono tutto con naturalezza risalutandomi ad ogni giro. Sono Alessandro Benerecetti e Marco Bonfiglio, il grande vincitore della Nove Colli che arriveranno primi tenendosi la mano. Appena dietro, con un sorriso lungo 44.5 km, Ivan Cudin, l’eroe della Spartathlon, un vero onore vederlo correre. Per la cronaca è stato anche premiato dal Sindaco prima di partire.

Così passano le lunghe, fredde, nebbiose ore. A mezzogiorno la nebbia non sale. Mi rassegno a trascinarmi sollevato per incontrare tanti corridori. Ma poi arrivano tutti e l’ultimo giro è di nuovo in completa solitudine. Si alza anche un gelido vento, teso, contrario. Vorrei essere un aquilone e farmi alzare in volo sopra questa coltre opaca, ma la febbre mi tiene attaccato a questa dura erba. Per fortuna mi viene a prendere Pino che con frizzi e lazzi butta una cima e mi salva dal naufragio del Lamone. Finalmente arrivo. Enrico mi aspetta fino alla fine e Franca mi da una fraccata di baci. Ci vuole una bella ora per rimettermi, insieme anche Luca Giglioni, il simpatico senese è tornato provato e mi dice: “Dura Dura: dal terreno alle nuvole basse!”. Ma poi la compagnia scalda il cuore. Le tagliatelle 4 stelle. Una cantata con Enrico, Luisa, Franca, Vito, Isa, Luca, Pierone sotto la direzione di Pino. Grazie a tutti per avermi salvato.

foto 8Tutto passa ma il Lamone lascia il segno. Non è una passeggiata. Una volta vorrei venirci a zonzo o a correre in proprio guardando oltre. Ho scoperto che a metà percorso, dove c’era il ristoro della Franca, c’è il Centro Etnografico Della Civiltà Palustre di Villanova. L’Ecomuseo inizia la sua attività di ricerca e recupero nel 1985, per salvare e documentare un bagaglio di capacità e valori legati alla vita vissuta proprio tra questi giunchi. Il Centro recupera incastri, intrecci, tessiture, trame, torsioni, filature, realizzati con le vegetazioni spontanee delle zone umide. Il suo motto è: NESSUNO AL MONDO TRAMERÀ MAI COSÌ. Qui il fiume, dove abbiamo corso, un tempo era assai diverso. Non aveva queste alte sponde, e questi territori della Bassa Romagna erano caratterizzati da ampie zone allagate. Leggendo alcune informazioni sul Museo ne sono rimasto affascinato e vorrei citare alcune frasi che portano dentro questo mondo umido e fatto di nebbie che ormai non c’è più.

foto 10“Fino all’inizio delle grandi bonifiche del secolo scorso, l’intera area era disseminata da zone umide facenti parte di un ricco complesso idrografico che includeva stagni, zone acquitrinose dell’entroterra, aree deltizie, piallasse e basse retrodunali. Questo era l’ambiente ideale per la crescita di una rigogliosa vegetazione spontanea, adatta a vari usi. E’ in questa realtà che, nel XIV secolo, sorse “Villanova delle Capanne”. Il paese si sviluppò lungo l’argine sinistro del fiume Lamone e le sue abitazioni si disposero a pettine lungo la strada, che collegava i territori di Bagnacavallo a Mezzano, raggruppandosi in borgate. Le abitazioni non vennero utilizzate solo come dimore, ma ben presto anche come laboratori, dove la popolazione, laboriosa e geniale, svolse per lungo tempo un’attività di tipo artigianale che l’ha resa nota anche al di là dei confini nazionali. Fino a poco tempo fa, chi si trovava a percorrere la strada che attraversa il paese, avvertiva immediatamente la singolarità dell’attività locale, svolta in ogni cortile e sulla soglia delle case, con grande qualità e varietà produttiva. Stuoie di diverse misure e qualità, graticci, legacci, funicelle, impagliature di sedie, scope di vario tipo, panciotti, sporte, ciabatte, pantofole, cappelli, uscivano dalle mani capaci e svelte degli artigiani che intrecciavano abilmente le erbe palustri arricchendo ogni manufatto con trame diverse dettate dalla creatività individuale che lasciava sempre spazio a nuove variazioni. Questa attività artigianale raggiunse livelli particolarmente importanti per qualità e quantità alla fine dell’800. Seguendo i dettami dell’industrializzazione, negli anni ’50, la produzione venne a perdere in parte la finissima qualità dei manufatti a favore della quantità e della moderna tendenza della moda, per concludersi definitivamente negli anni ‘70 con l’avvento delle materie plastiche.Ciò che, da sempre, ha caratterizzato questa attività artigianale è la sua specificità locale, essendo racchiusa nei ristretti perimetri del paese; tutt’al più si poteva incontrare a Santerno, al di là del fiume Lamone oltre il ponte, dove però gli artigiani potevano considerarsi veri e propri lavoranti villanovesi. Le materie prime utilizzate, reperite nell’ambiente circostante, consistevano in cinque varietà di erba palustre: canna, stiancia, carice, giunco e giunco pungente. Complementare all’utilizzo delle erbe, era la lavorazione dei legnami nostrani: pioppo e salice. Le attività di sramatura e di sfalcio, eseguite da anziani e competenti vallaroli, rispettosi in modo sacrale dell’ambiente vallivo, erano fondamentali per mantenere un equilibrio ambientale, floristico e faunistico, oggi a rischio. Un’importante caratteristica ambientale locale, un tempo diffusissima ma oggi completamente perduta, era la costruzione rurale in canna palustre: il capanno. Si tratta dell’unica costruzione dell’uomo ad impatto ambientale “zero” che si integra armoniosamente con l’ambiente circostante, sia nelle zone umide che in quelle rurali e periferiche, da considerarsi una vera e propria “casa della natura”, esattamente come le tane degli animali o il nido degli uccelli. In contrapposizione agli attuali criteri di edificazione dei grandi agglomerati urbani, violenti ed invasivi sia nei confronti del suolo ma anche del cielo, il capanno ha il grande pregio di fondersi con l’ambiente. Queste splendide costruzioni, realizzate in canna palustre con tecniche ancestrali che arricchivano la corte di ogni tenuta o podere rurale, furono utilizzate prima come abitazioni e in seguito come luoghi di lavoro, ricoveri per attrezzi o animali, conserve o cantine ineguagliabili”.

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