9^ NOVE COLLI RUNNING 20-21/5/2006 CESENATICO

DNA alla mano, avevo dimostrato che a 60 anni, nel pieno della vigoria fisica e della maturazione psichica di una vita che dura 120 anni, navigavo nelle condizioni ideali per cimentarmi nella corsa romagnola. A seguire, avrei sistemato i conti con la Sparta-Atene di 246 Km., e con l’americana Bed Water, che attraversa la Valle della Morte. Nonostante la sconfitta, non rinuncio alle mie idee. E’ verosimile che il personale orologio biologico sia in leggero ritardo, e che il mezzo del cammin di mia vita si collochi a 61 anni.

La Nove Colli mi piace perchè appaga in pieno il mio modo d’intendere la corsa. Mi sento, sostanzialmente, un pede-turista. Disapprovo la fatica per la fatica, ed ho manifestato in altre occasioni la mia incurabile allergia alle lunghe distanze che si disputano nei circuiti. Dall’impegno fisico profuso, esigo un ritorno in termini culturali, paesaggistici ed umani, doni che la corsa ideata da Mario Castagnoli elargisce a piene mani.

A Cesenatico, la partenza viene data a mezzogiorno, davanti al Municipio, lungo il porto-canale, a due passi dal mare, ove la fanno già da padrone, nonostante la stagione sia ancora agli inizi, le chiome bionde ed i suoni gutturali. In giro ci sono molti ciclisti, che domani si daranno battaglia sullo stesso terreno dei podisti. Sono coreografici nelle divise smaglianti sulle loro ipertecnologiche biciclette. Al momento, non ho nessuna intenzione d’essere uno di loro, a meno che non venga colpito anzitempo da qualche malanno.

Poche, sensate parole, prese da San Paolo e che vanno bene per tutti, pronuncia il ministro di Dio: oggi si corre per una corona caduca; quella che conta è quella immarcescibile che premia una vita. Non sono in prima fila, ma una goccia d’acqua benedetta mi colpisce, che interpreto di buon auspicio. Devo dire che, sebbene credente, non ha funzionato, o meglio ha funzionato per poco più di un terzo di gara.

Per 10 Km. si procede in una sgranatissima fila indiana, per una strada drittissima, parallelamente ad una lunghissima colonna di macchine che vanno nei due sensi. Gradualmente, il traffico si fa meno intenso, e si entra in Cesena, che appare deserta e silenziosa. Dopo tanto sole, i portici, le strade strette del centro storico ed i viali alberati di questa città, bella ed addormentata, ci offrono refrigerio.

Il percorso continua ad essere pianeggiante fino a Settecrociari (21,5 Km.), dove iniziano le prime pendici. Non resisto alla tentazione di volgere lo sguardo indietro. Giù è adagiata Cesena, e più in là Cesenatico con il suo mare, che io mi auguro di rivedere prima che scocchi la 30^ ora dalla partenza. Se domani, prima che le ombre calino, m’apparirà, vuol dire che ce l’ho fatta. Urlerò: “Talatta”, con la stessa gioia di Senofonte e dei greci superstiti.

Sono durissimi i primi chilometri che portano al 1° colle, quindi la salita si fa dolce fino in cima, dove la strada diventa all’improvviso stretta, raccolta e delimitata da due file di cipressi. La solitaria, antica pieve ha al davanti un busto in pietra del Carducci, e mi vengono in mente i suoi famosi versi:…cipressi, cipressetti miei…, ed il mio insegnante di 3^ – 4^ e 5^ elementare, il più severo, il più bravo di quanti ne abbia avuti.

“Dove siamo?”, chiedo ad un vecchietto pigramente seduto su un masso.

“ In vetta al colle, a Polenta (m. 305, Km. 28,9)”.

“Come si chiama quella chiesetta?”.

“San Donato”.

Volo, in discesa. Mario Castagnoli, infaticabile, va avanti ed indietro. Incoraggia, distribuisce acqua, indica la direzione del percorso. La sua macchina organizzativa è solo apparentemente artigianale, perchè concede poco al colpo d’occhio dei palloni gonfiabili ed alla inutilità di tanti altri espedienti appariscenti. La sostanza c’è tutta. E’ ben visibile un gran lavoro di razionalità, pervaso di amore e passione. Qualche suo collaboratore appare troppo severo ed inesperto, e se la prende con la Thesis che segue Angela Gargano e Massimiliano Morelli.

Affronto al passo i tornanti del 2° colle. Il mare è completamente scomparso dall’orizzonte, e ci s’inoltra nell’entroterra, in un paesaggio dominato da colline coltivate con cura. L’erba tosata di fresco ai bordi della strada espande il suo caratteristico odore. Le casette di campagna sono circondate da numerose varietà di fiori, dove sono le rose selvatiche ad essere le più esuberanti. Sul fianco delle colline esposto al sole, ordinatissimi filari di Sangiovese salgono fino a raggiungerne la sommità. Abbondano qualità tardive di ciliegie, albicocchi, meli e peri. Tutto è ben curato, rigoglioso, bellissimo. Fra tanto splendore, gli unici ad essere tristi sono i pochi esemplari di ulivi rachitici, che danno l’impressione d’essere degli extracomunitari con una grave patologia d’inserimento. Li conosco bene, per cui riesco a percepire i loro gemiti: “Che male abbiamo fatto! Riportateci nella Puglia piana!”. La gioia d’essere arrivato a Pieve di Rivoschio (m. 400, Km. 57,6) mi fa dimenticare la dolorosa storia degli ulivi.

Mi butto nella discesa che porta a San Romano, dando poco peso agli spasmi intestinali che fin dalla partenza mi hanno molestato, tutto preso dalla pioggia di fiori che le acacie, scosse dal vento, lasciano cadere in quantità tale da ricoprire come un tappeto il manto stradale.

Raggiunto Vito Piero Ancora, al 70° Km., in sua compagnia, attacco il 3° colle, Ciola (m.531). Vito Piero è un vero campione che non ha pari quando la lotta si fa dura ed occorre bruciare ogni energia fino all’ultima goccia, incurante dei dolori lancinanti che gli provocano le ulcerazioni dei suoi piedi non proprio perfetti. Afflitto da una tenovaginite dei flessori dorsali del piede sinistro, strascico della 48 ore vinta a San Vito al Tagliamento, non ha voluto mancare all’appuntamento IUTA, il cui traguardo è stato fissato a Barbotto.

I chilometri cominciano a farsi sentire, ma la fatica è addolcita dalla visione di colline verdeggianti, di caratteristici profili di borghi antichi e di scene di vita agreste. E’ un vero peccato che da queste parti si sentano soltanto accenti con il sì che dolce suona. La Nove Colli, che unisce la costa alla montagna, potrebbe indicare nuovi percorsi a quanti affollano il lungomare, contribuendo ad armonizzare i due territori, con una meglio distribuita e più sostenibile fruizione turistica.

Nel precipitarmi verso Mercato Saraceno, inizia a consumarsi il mio dramma. I disturbi intestinali mi costringono a fermarmi, mentre Vito se ne va. Riesco a liberarmi solo del contenuto della parte distale dell’apparato digerente, non di quello della parte prossimale. Sono costretto ad andare al passo anche in discesa.

I conati di vomito si fanno sempre più insistenti nella salita del 4° colle che porta a Barbotto (m. 515, Km. 84,4). Lì, a metà strada, mi lasciai cadere al suolo, giacqui e decisi di ritirarmi. Espulso il contenuto gastrico, mi ripresi, raggiunsi la cima, e pavidamente abbandonai semplicemente perché qualche minuto prima così avevo deciso, trovando conveniente essere di parola!

Per la bellezza del percorso, per l’eccitante difficoltà, per il periodo in cui si colloca e per mille altre cose, è una corsa che s’ha da fare. I cancelli e le 30 ore sono alla portata di un ultramaratoneta medio adeguatamente preparato: il mio fallimento è dovuto in parte alla precipitosa decisione ed in parte al non aver effettuato allenamenti infrasettimanali: uno stimolo muscolare allenante, per risultare veramente tale, deve essere eseguito almeno a giorni alterni.

Non nascondo che, dopo un impegno fisico così massacrante, vengono accumulati tanti radicali liberi quanti se ne immagazzinano in un’intera vita. Ma è altrettanto vero che i vantaggi che riceve la mente sono incommensurabili. Sta ad ognuno di noi quale dei due privilegiare. Del resto, “caro et verbum” sono un sistema di vasi comunicanti, una struttura olistica, un tutt’uno ben superiore alla semplice somma delle parti.

A chi porta a termine la Nove Colli, Sergio Tampieri attribuisce un solo punto. Sarebbe opportuno che si seguisse lo stesso criterio che l’Avvocato applicava alle azioni in borsa: si pesano, non si contano!

Chi è interessato alla cronaca dal Km. 84,400 al Km. 202,400, deve avere la pazienza di aspettare la 10° Edizione.

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