Mi dice che questo era un luogo ricco di spiritualità, e che il terremoto ha
spazzato via le 26 chiese di Campi, ma il suo eremo no, e che in questo
tempo di coronavirus tutto sembra assumere un valore e un significato ancora
più forte, come se il suo isolamento fosse condiviso da tutti. Tadeusz
Wrona, polacco di 51 anni, è l’ultimo degli eremiti che da oltre 1.500 anni
hanno scelto le vette che dominano Campi e la Valle Castoriana e trascorre
la sua vita nel minuscolo eremo di San Fiorenzo, che si raggiunge dopo un
lungo viaggio a piedi tra i sentieri dell’Appennino. Mi dice: “Questo virus
è una prova per l’umanità. Un momento importante per farci riflettere sulle
cose significative, per farci capire di che pasta è fatto l’uomo. La gente
corre troppo, a un certo punto occorre fermarsi e il coronavirus forse ci
offre questa occasione”.
Avevo messo in conto in questi due giorni della Sibilla 2020, il Trekking
degli Eremi, una passeggiata tra Natura e Misticismo degli Eremi delle Valle
Castoriana. Un’ escursione di circa 6 Km, con un dislivello limitato e alla
portata di tutti, ma senza dimenticare mai che si percorrono sentieri e
mulattiere di montagna. Purtoppo i posti per il distanziamento erano
limitati e in 30 eravamo già troppi, e si è andato solo in montagna con con
i ragazzi del Brescia Training Runnig. Così tutto è saltato e si propeso
per non diffondere questo programma che magari un altr’anno si farà. Eccolo
in sintesi come doveva essere:
ore 08,30 registrazione Presso la sede della Pro Loco Campi. Ore 09,00
partenza alla volta della prima tappa “Eremo Madonna della Croce” dove ci
sarà il primo punto di ristoro. Ore 10.00 Ripartenza verso l’eremo di San
Maccario, dove ci sarà la seconda sosta, in cui ci sarà un bel panino con
affettati vari, acqua e vino. Ore 12.00 Ultimo tratto prevede l’arrivo
all’eremo di San Fiorenzo dove si troverà l’eremita Taddeo che mostrerà ai
partecipanti questa mistica location. Pranzo con insalata fredda, grigliata,
cocomero. Ore 14.00 ritorno per la stessa strada (6km) o giro alternativo
un’ora più lungo (10 km)
Ma torniamo a Padre Taddeo e all’incontro con lui. L’eremo campestre con
annesso un oratorio sorge nella parte alta della valle della Guaita, a 1100
metri di altitudine, dove questa si restringe, sul versante idrografico
sinistro il quale ha subito nei secoli aggiunte e rifacimenti.
Da alcuni anni è tornato a nuova vita alla presenza di lui, un eremita, che
ha doti di socialità e comunicazione uniche. I suoi piccoli occhi polacchi
sono pieni di pace e curiosità, la sua voce è ferma e decisa le sue parole
scolpite.
Nelle vicinanze, tra il bosco fitto di aceri e carpini, si possono osservare
le celle scavate in uno scoglio di pietra sponga, che fungevano da riparo
agli eremiti Eutizio e Fiorenzo, vi è una sorgente che oggi serve il
sottostante villaggio di Valle.
Dopo la morte di santo Spes, i monaci scelsero come guida sant’Eutizio che
scese nella valle lasciando solo l’altro eremita. Oggi le grotte scavate
nella roccia testimoniano la presenza dei santi eremiti in questo luogo
solitario sul pendìo della montagna. Nel X secolo vicino alle grotte fu
costruito in pietra un piccolo eremo con la cappella dedicata a san
Fiorenzo.
Oggi in questo luogo isolato ma pieno di storia vive lui l’altro eremita
“venuto da lontano”: il polacco di nome Tadeusz che ha scelto di vivere da
eremita nella patria di san Benedetto, sui monti Sibillini tra cinghiali,
volpi, vipere, faine ed aquile.
Grazie al suo paziente lavoro di muratore, l’antico eremo abbandonato è
tornato alla sua semplice bellezza. Tadeusz ha già restaurato la cappella
dedicata al san Fiorenzo e ha ricavato una minuscola stanza dove vive. Due
piccoli pannelli solari gli forniscono l’energia per illuminare la sua
cella, invece la semplice stufa a legna serve per riscaldarla nei lunghi
mesi d’inverno.
Ma Tadeusz o Taddeo scende spesso a pregare a Campi e aiutare la comunità e
il parroco ad officiare la messa nel container che sostituisce le 26 chiese
crollate. La vita solitaria gli ha dato una forza interiore tutta sua. Gli
ho regalato una maglietta della Speranza personalizzata e fatto un’offerta
dicendo di pregare qualche volta anche per noi, promettendogli di andarlo a
trovare quando tutte queste precauzioni anti Covid finiranno. Chissà se ce
la faremo nel 2021?
Ci lasciamo un po’ maliconici come se quell’incontro avesse mandato a rotolo
tante convinzioni e pensieri sul Lockdown e il nostro restare isolati in
casa e a rinunciare a tante cose. “Sì. Ma che c’è di strano? Io lo faccio da
24 anni”. – Beh, di strano c’è che tu lo hai fatto per scelta. E noi, invece
che vivere da eremiti, avevamo scelto la comunità e l’interazione
collettiva. “E non vi siete mai domandati se la vostra scelta era giusta? O
dove potevate aver sbagliato?” – In che senso? “Nel senso che c’è un mondo,
quello vero, che non avete mai osservato. Avete sempre vissuto al massimo
dei giri; senza mai guardare dentro e fuori di voi; senza mai ascoltare; e
senza mai capire. Il vostro mondo, però, all’improvviso si è fermato. Mentre
il mio ha continuato a girare come sempre. Così, quando è esplosa la
pandemia, a me non è cambiato nulla. A voi è cambiato tutto. All’improvviso
vi siete ritrovati soli con voi stessi. E siete stati male. Avete avuto e
avete ancora paura. Ma se capiste e osservaste la natura sapreste molto di
più di voi stessi, del mondo. E anche del virus”. – Ma la natura può
entrarci con la nascita di un virus, ma che c’entra con una pandemia?
Quella, semmai, è dovuta ai comportamenti errati dell’uomo. “C’entra,
c’entra. State sicuri che c’entra. Basta osservare e saper osservare per
capirlo. A me è bastato guardare come si comportano le volpi. Prima ne
arriva una. Poi un’altra. E insieme finiscono per formare una comunità. Ma
quando si muovono in gruppo e pensano di stare bene e cominciano a girare il
territorio credendo di poterlo dominare, ecco che arriva una malattia.
Un’epidemia che dimezza la loro popolazione. Se sfrutti troppo la natura, la
natura prima o poi si ribella. L’inquinamento. Il riscaldamento globale. Lo
sfruttamento insensato di tutto quello che ci offre la Terra. Prima o poi lo
paghi”. – Detto così questa pandemia sembra una punizione divina. “La Divina
Provvidenza non punisce. Ti aiuta. Ti aiuta a capire. A vivere nella maniera
giusta. Se il mondo avesse capito coglierebbe il vero significato della
quarantena che è stato costretto ad affrontare. Ma sono sicuro che il mondo
non ha capito la lezione nemmeno questa volta. L’uomo moderno ha perso la
capacità di riflettere. Eppure le occasioni, anche nell’ultimo secolo, non
sono mancate. Tutti noi sappiamo cos’è una guerra, per esempio. Ma ancora
oggi ci sono luoghi dove si fa la guerra. Tutti noi sappiamo cos’è la fame.
Eppure ci sono Paesi dove ancora si muore di fame. Io, qui, ogni giorno
prego per il mondo. Qualcuno dice che sono matto. Ma i veri matti siete voi
che perdete anche le possibilità per diventare migliori. Quando vi
toglierete guanti e mascherine tornerà tutto come prima. Se non peggio”.
Ma come vive un eremita? “Mi alzo alle 5. Vado a dormire al tramonto.
Osservo, ascolto, prego, leggo. E lavoro. Quando si sta da soli si impara a
fare tutto: l muratore, l’imbianchino, il falegname, il cuoco, il
giardiniere… Sono sicuro che ora lo sa anche chi è stato in quarantena. In
questi 24 anni ho restaurato gran parte dell’eremo. Era distrutto. Mi sono
ricavato una cella. Un bagno. Ho pronto un pollaio fatto tutto di legno. Ho
ricostruito la cappella, ma ci sono ancora due stanzette dell’eremo e la
chiesa che devo sistemare. Per mangiare ho l’orto. E quello che mi dà la
Divina Provvidenza. Mangio tre volte al giorno. E riesco a sfamare pure due
gatti: Kity e Fulmine. Fulmine è arrivato quando gli abitanti di Acquaro
hanno abbandonato il paese per i danni del sisma”. – Ma, anche se tu vivi
isolato, il resto del mondo ha le sue regole. Quantomeno, per fare lavori e
procurare materiale, qualche soldo ci vuole. “Non ho redditi. Non ricevo
stipendio dalla Chiesa. Sono un eremita disordinato, senza Ordine. Sono cioè
un laico consacrato che dedica la sua vita a Dio e segue la regola dell’ora
et labora. L’unico aiuto che ho è davvero quello della Divina Provvidenza.
Che si manifesta sempre e al momento giusto, nella maniera che ritiene
migliore. Come negli amici che ho a valle”. – Sei qui da quasi un quarto di
secolo. E in questi ultimi 24 anni il mondo ha visto cambiamenti epocali:
l’esplosione di internet, per esempio, e la diffusione di tecnologie come
gli smartphone. Un telefonino tu ce l’hai? “Ce l’ho perché me lo impose
l’arcivescovo Riccardo Fontana prima di andar via da Spoleto, sostenendo che
dovevo tenerlo per la mia sicurezza. Ma lo uso di rado. E il mio numero lo
hanno pochissime persone. Se mi arriva una chiamata da chi non ho in rubrica
non rispondo neppure. So cos’è internet. E cosa può fare un computer. Ma
sono cose inutili. Superflue. Come il frigorifero, che non ho mai avuto”. –
Ma la corrente elettrica, nel tuo eremo c’è. “C’è perché ho costruito un
impianto fotovoltaico. Mentre per l’acqua ho la fontanella che sfrutta
l’antica sorgente che hanno già usato altri eremiti per secoli. Per
scaldarmi, ci sono camino e stufe a legna. Un piano cottura a gas in casa.
Per vivere non serve di più”. – Ma in tutti i questi anni anche qualcosa del
tuo mondo sarà pure cambiato… “Sì. Ho visto aumentare gli aerei che
solcano il cielo. E poi li ho visti improvvisamente scomparire quando è
iniziata questa pandemia. Ho visto diminuire la neve. E aumentare
l’intensità dei temporali. Ho visto farsi le giornate più calde. E tornare
anche animali che erano scomparsi. Come i lupi. L’orso marsicano invece, che
proprio qui fu l’amico inseparabile di San Fiorenzo, non è ancora tornato.
Forse perché sa che l’orso, qui, c’è: ci sono io”. – I lupi? “Sì, i lupi da
qualche anno sono tornati. Di notte vengono anche qui sotto. Ululano, mi
svegliano. Io apro la finestrella della mia cella. Li ascolto e poi ululo
anch’io. E loro, ogni volta, mi rispondono. E’ un branco di sei esemplari”.
Lo racconta mentre la terra trema. “Ah, già, c’è anche il terremoto. Una
delle faglie più attive del sisma del 2016 passa proprio qui vicinissima
all’eremo. Qualcuno sostiene che sono l’uomo più vicino al grande mostro”. –
E ti fa paura? “Come si può aver paura della natura? Ho vissuto qui i
terremoti del 1997. Quelli del 2016. E tutti quelli che, ogni giorno, mi
fanno ballare le pietre dell’eremo. E il terreno che ho sotto i piedi. Chi
sceglie di vivere in questi luoghi sa bene che deve convivere anche coi
terremoti. E a me danno pure un conforto: magari le mie preghiere non
funzionano, ma se il sisma non fa più danni all’eremo significa che i
lavori, almeno quelli, so farli bene”.
LA STORIA – L’eremo di San Fiorenzo e la vita del santo si trovano anche dai
Dialugorum di San Gregorio Magno. “Fiorenzo – ricorda Gregorio – fu compagno
di preghiera e di santa conversazione con San Eutizio nell’eremo di
Collescille”. “Quando Eutizio dovette scendere più in basso a dirigere il
monastero, pregò Fiorenzo di restare ancora a santificare quel santo
asceterio”. E aggiunge: “Mentr’egli era rimasto solo lassù nell’eremo in
fervosa preghiera, un giorno chiese al Signore che gli facesse giungere un
nuovo compagno. Appena terminata l’orazione, affacciatosi alla porta della
sua cella, vide che lo attendeva un orso sollevato sulle zampe posteriori”.
Fiorenzo addomesticò l’orso. E Quando il fatto cominciò ad essere conosciuto
scatenò la curiosità degli abitanti e degli altri religiosi della valle, ma
anche invidie e gelosie. Un giorno Fiorenzo trovò il suo orso, al quale
aveva insegnato a pascere le greggi, ucciso insieme alle sue pecore. Fu
preso dallo sconforto. Erano stati “alcuni dei suoi compagni monaci
dell’abbazia” – racconta ancora Gregorio Magno – ma “la vendetta del cielo
non tardò a raggiungere i rei e poco tempo dopo tutti e quattro vennero
colpiti da lebbra e l’uno dopo l’altro finirono i loro giorni consumati
dall’orribile morbo”. Fiorenzo però per il resto della vita non cessò più di
piangere, afflitto sia per la morte dell’orso che per quella dei compagni.
Per chi volesse approfondire le vicissitudini dell’eremo di S. Fiorenzo,
come dicevo sono narrate da S. Gregorio Magno, nel libro” Dialogorum” e sono
illustrate in alcune tele esposte nell’oratorio di S. Eutizio. Dicono i
Dialoghi che mentre Eutizio era più portato all’apostolato, Fiorenzo era di
temperamento più semplice e contemplativo.
Dai “Dialugorum” di San Gregorio Magno
La storia del Santo così ci viene testualmente narrata:
Fu compagno di preghiera e di santa conversazione con S. Eutizio nell’eremo
omonimo (sotto la Villa Collescille). Quando Eutizio dovette scendere più in
basso a dirigere il Monastero, pregò Fiorenzo di restare ancora a
santificare quel santo asceterio. Nella sua semplicità e delicatezza di
animo, alternava la preghiera con la custodia di un piccolo gregge di 5
pecore.
“Florentius simplicitati atque orationi deditam ducebat vitam” dice S.
Gregorio (Dialoghi, III, c. 5) ed aggiunge: “Mentr’egli era rimasto solo
lassù nell’eremo in fervosa preghiera, un giorno chiese al Signore che gli
facesse giungere un nuovo compagno che ivi volesse abitare. Appena terminata
l’orazione, affacciatosi alla porta della sua cella, vide che lo attendeva
un orso sollevato sulle zampe posteriori. Mentre abbassava la testa a terra
non dimostrava nessun istinto feroce ed apertamente dava a conoscere ch’era
venuto a rendere omaggio al servo di Dio. Osservando egli che non v’era chi
custodisse il piccolo gregge che possedeva, prese ad ordinare
all’orsacchiotto: “Va e conduci queste pecorelle al pascolo e riconducile
all’ora sesta”.
La bestia cominciò ad obbedirgli e sebbene abituata a divorare il gregge,
ora adempiva le cure da pastore senza molestarlo. Quando l’uomo di Dio
voleva digiunare fino all’ora nona ordinava all’orso di ricondurre le pecore
per quella medesima ora; quando preferiva mangiare all’ora sesta, a sesta
rientrava l’orsacchiotto. La bestia obbediva diligentemente, in modo che mai
rientrò all’ora sesta se aveva avuto l’ordine di rientrare all’ora nona, né
avuto l’ordine per la nona ora, rientrava alla sesta.
Quando questo fatto singolare cominciò ad essere conosciuto, un Diacono
venne da lontano a trovare il santo eremita per raccomandarsi alle sue
preghiere. Appena si avvicinò alla sua cella, trovò la strada infestata
ovunque di numerosi serpenti. Preso dallo spavento chiamò: “Buon servo di
Dio, prega”.
Nonostante che il cielo era tersissimo, appena Fiorenzo uscito dalla sua
cella elevò gli occhi al cielo e stese le braccia al Signore, perché a modo
suo liberasse la strada da quella infestazione di serpi, il cielo risuonò di
tuoni. Un fortissimo tuono uccise tutti quei serpenti, tanto che il servo di
Dio vedutili uccisi aggiunse nella preghiera: “Ecco Signore, tu li hai fatti
perire, ma chi oserà toglierli di mezzo?”
A quelle parole giunsero tante aquile per quanti serpenti erano stati
uccisi, che precipitate sulla strada, ognuna raccolse un serpente portandolo
lontano, così ne liberarono il luogo.
Da tutto ciò vediamo come il Signore abbia premiata la sua semplicità,
umiltà e fiducia in Lui, inviando (invece di un compagno con cui conversare)
un orsacchiotto che facilmente si lasciò ammansire e addomesticare; anche se
gli mancava la parola, era docile agli ordini di Fiorenzo.
Ma il povero orsacchiotto gli fu causa di dispiaceri da quanto racconta S.
Gregorio. (Cfr. P. Pirri: L’Abbazia si S. Eutizio, pg. 11):
Il fatto singolare non tardò a richiamare l’attenzione e l’ammirazione non
solo dei Monaci, ma anche della gente dei dintorni e tanto bastò a creare a
Fiorenzo un aureola di taumaturgo. Ma gli effetti furono funesti, non per
Fiorenzo il quale rimase nella sua semplicità ed umiltà vedendo in tutto ciò
la mano di Dio, ma per alcuni dei monaci suoi compagni, meno di lui fondati
nello spirito soprannaturale. Questi presero ad interpretare malignamente la
cosa.
“Ecco, dicevano, questo zoticone, che è appena capace di pascere quattro
pecore, dà a dividere di far miracoli; mentre Eutizio, il nostro Abbate,
miracoli non ne fa. Questo è uno scandalo che non si può tollerare: bisogna
porci rimedio” .
Invero le parole di S. Gregorio non sono proprio queste, ma il
senso:”vehe-menter invidentes, quod eorum magister signa non faceret, et is
qui solus ab eo relictus erat, tanto hoc miraculo clarus appareret”
Venne il giorno in cui la bestia, che Fiorenzo amava chiamare, fratello
orso, ed il piccolo gregge non si videro rientrare all’ora consueta. Il
santo monaco si mise in pensiero, e il dì seguente di buon mattino uscì di
cella sulle loro tracce. Immaginare lo strazio che provò, quando ritrovò il
piccolo gregge sbandato e fratello Orso steso a terra cadavere. Cadde in
preda al più crudele dolore e per quanto Eutizio, chiamatolo a sè, cercasse
di consolarlo, non cessava di sfogare con gemiti e lacrime la pena che lo
affliggeva e di invocare dal cielo un’esemplare vendetta su coloro che
avevano ucciso la povera bestia che com’egli diceva non faceva male a
nessuno “quid nihil se laedentem ursum meum occiderunt”.
Il fatto ebbe subito eco in tutta la religiosa comunità e non ci volle molto
perché il buon Fiorenzo venisse a scoprire il nome di quattro compagni
ch’erano stati gli autori dell’eccidio. Con tutta la sua evangelica
mansuetudine egli non poté reprimere qualche impeto d’ira e di rancore.
La vendetta del cielo non tardò a raggiungere i rei e poco tempo dopo tutti
e quattro vennero colpiti da lebbra e l’uno dopo l’altro finirono i loro
giorni consumati dall’orribile morbo. E ciò aprì una nuova piaga nell’anima
pia e timorata di Fiorenzo, il quale ricordando quei movimento di sdegno e
di vendetta, che non aveva potuto reprimere davanti al cadavere del suo
amato orsacchiotto, ne provò un cocente rimorso; si ritenne colpevole della
loro sorte e per tutta la vita non cessò più di piangere e di accusarsi come
reo di omicidio.
Queste tristi circostanze dovettero non poco contribuire a rendergli meno
gradito il soggiorno di quella cella e di quei selvatici paraggi, dove aveva
trascorso ore tanto beate in compagnia di Eutizio. Finché questi fu in vita
non ebbe cuore di staccarsi da lui, ma appena egli fu chiamato in cielo al
premio delle sue virtù, se ne partì (nel 540) e andò a raggiungere un altro
grande solitario, S. Vincenzo che da molti anni praticava vita solitaria e
penitente in una cella fuori delle mura di Foligno e a quanto dicono i
biografi era a lui legato da vecchia amicizia. Si crede che essendo questi
creato vescovo della città, nel 523, a Fiorenzo sia toccato in sorte di
abitare nella stessa cella ch’era stata santificata dalla sua presenza.
S. Fiorenzo sarebbe morto nel 548 o il 551 e il suo corpo fu seppellito
nella cattedrale. (Ughelli, Italia Sacra, Venezia, 1717, 686). Martir.
Romano, 1 giugno: “Apud Nursiam, Sanctorum Monachorum Euditii et Florentii
quorum meminit D. Gregorius Papa“, (altre incerte notizie in Jacobilli).





