A proposito di Doping, non tutti sanno che….

E così è stato fin dai primi vagiti dello sport organizzato in gare e in eventi periodici.

De Coubertin, l’artefice indiscusso della “Idea Olimpica”, affermò che andava assolutamente stroncato questo imbroglio dell’uso delle sostanze “dopanti”. Siamo nel 1904. Il monito, come dimostrano gli eventi successivi, è destinato a cadere a vuoto. Quattro anni dopo, alle olimpiadi di Londra 1908, un italiano sarà protagonista di una sfortunata vicenda, sulla quale aleggia il sospetto del doping. Il suo nome è Dorando Pietri. Pietri corre la maratona sempre in testa quando, pochi metri prima di entrare nello stadio, viene colto da malore. Viene aiutato, risollevato, taglia il traguardo, ma i giudici sono costretti a squalificarlo, in quanto le regole vietano gli aiuti esterni. Un collasso per l’enorme fatica o un uso improprio di sostanze stimolanti? La risposta è sepolta con il “piccole eroe” di Carpi.

foto 2Nell’antica Grecia esisteva già un’alimentazione “specifica”. Maurice Genevoix racconta nel libro “Vincere a Olimpia” come gli atleti si ispirassero all’alimentazione di Milone di Crotone, più volte vincitore dei Giochi, tutta basata sulla carne di diversi animali, assunta nella convinzione di acquisire le loro caratteristiche di potenza e di resistenza. Inoltre, gli atleti dell’antica Grecia facevano anche uso di piante dall’effetto stimolante, come l’ephedra, assunte sotto forma di infuso

A Saint-Louis, durante la maratona olimpica del 1904, l’americano Fred Lorz, a 15 Km dall’arrivo, si ritira per crampi e sale su una vettura poi, a 8 Km dall’arrivo, si sente meglio, scende dalla macchina e ricomincia a correre, fino a presentarsi da solo nello stadio, dove viene acclamato come primo; nel frattempo arriva il reale vincitore, l’altro statunitense Thomas Hicks il cui allenatore, Charles Lucas, subito racconta, vantandosene, ai giornalisti: “A 10 miglia dall’arrivo Thomas è andato in crisi, prima fermandosi e poi accasciandosi al suolo; gli ho allora iniettato 1 milligrammo di solfato di stricnina e gli ho fatto bere parecchi sorsi di brandy, ha ripreso a correre discretamente ma a 4 miglia dal traguardo si è arrestato di nuovo per cui ho dovuto praticargli una seconda iniezione ed ha ripreso fino all’arrivo”.

foto 3Pierre De Coubertin commentò con molta amarezza il fatto, dicendo: “Alcuni aspetti di questi Giochi debbono farci riflettere: una performance è truccata quando è il frutto di un allenamento divenuto l’alpha e l’omega di un’esistenza e quando si dopa un atleta come un cavallo”.

Possiamo affermare quindi, con certezza, che il doping nello Sport è un problema di carattere mondiale. Agli inizi del XIX sec. era già presente, per poi diffondersi, radicarsi ed essere sostenuto in diversi paesi.

Per molto tempo, fu sottovalutato e considerato un problema di secondo piano dalle autorità sportive e governative, ritenendolo limitato solo ad atleti d’elite. In realtà, negli anni, il fenomeno in questione si è esteso anche ai giovani atleti e agli amatori, contaminando e svilendo fin dalle basi, la corretta impostazione dei valori legati allo Sport. L’atleta diventa una macchina da prestazione, che deve raggiungere le finalità desiderate dallo stato e dalla società sportiva.

Quindi il successo ad ogni costo è un imperativo dettato da pressioni derivanti dall’esterno: dal pubblico che fagocita con assoluta facilità gli idoli sportivi per poi dimenticarli, dall’equipe che avvolge l’atleta, dai mass media che hanno, a mio avviso, soprattutto in una società come la nostra, una grandissima responsabilità per l’enfasi con cui innalzano gli atleti che conseguono successi e che con la stessa enfasi li annientano.

foto 4Mai quanto negli ultimi tre decenni, il fenomeno del ricorso al doping è dilagato in modo tanto dirompente nell’ambiente dello sport mietendo vittime tra i giovani agonisti tanto nel mondo professionistico quanto, fatto ancora più preoccupante, in quello dilettantistico.

Molti tragici eventi hanno dimostrato che, in questi anni, le strategie per combattere il doping, affidate agli organismi sportivi internazionali e nazionali, si sono rivelate un totale fallimento; a tal punto che tanti hanno richiesto l’intervento di organismi terzi, per fare in modo che l’opinione pubblica possa ancora credere in uno sport pulito, che possa ancora essere fonte di principi etici.

Non a caso, nella proliferazione del doping nell’Unione Europea hanno trovato terreno fertile anche organizzazioni criminali, che hanno immediatamente sfruttato le nuove opportunità per sviluppare le loro illecite e losche attività.

Nel contempo, si è constatato che se “l’Europa senza frontiere è una realtà per coloro che organizzano e sfruttano il doping, ormai da tempo, sicuramente non è la stessa cosa per coloro che tentano di combatterlo”.

Una cosa che deve essere chiara e che invece spesso viene ignorata è “il fatto che questo fenomeno nasce al di fuori dello sport e si estende ben al di là di esso”.

Considerare il doping come un fenomeno esclusivamente sportivo, è un grave errore e per tale ragione spesso si giudica il problema con superficialità e leggerezza.

E’ necessario che intervengano le istituzioni pubbliche competenti, e non gli organismi sportivi nazionali ed internazionali che non possiedono la capacità giuridica, e gli strumenti per lottare questa piaga. In fondo, se il doping si è diffuso sempre più nel mondo dello sport e nella società civile lo si deve anche all’inerzia degli organismi sportivi.

Il vero successo nella lotta al doping dipende solo dal singolo atleta. A nulla servono doti atletiche senza cuore e intelligenza. Fama e successo possono arrivare solo dopo lunghi sacrifici, ma la strada percorsa è una strada sicura anche se non facile, al contrario di altre apparentemente più brevi, ma che nascondono insidie che possono segnare per tutta la vita.

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