A spasso per le vigne, tra dolci grappoli d’uva, sognando di mordere la Grande Mela!

In quasi contemporanea, differita soltanto da sei ore di fuso orario, dall’altra parte del mondo, si svolgeva la maratona di New York, il sogno di ogni maratoneta. L’accostamento sembra quasi paradossale, la manifestazione di Alba non ha certamente portato via iscritti alla “sorella maggiore” d’oltreoceano, tutt’al più può essere successo il contrario. Eppure, New York mi è venuta in mente più volte, perché nella primavera scorsa, dopo qualche indecisione, ho optato per non iscrivermi a quest’ultima e non affrontare il viaggio nella lontana America ed ho dirottato la mia scelta verso la più vicina e comodamente raggiungibile Alba.

Benché quella mattina abbia spesso pensato a quell’opportunità mancata, l’ecomaratona di Alba mi ha portato non soltanto consolazione ma, grazie al suo scenario, mi ha regalato un’esperienza straordinaria, comunicandomi in ogni istante che mi trovavo al posto giusto. Noi super maratoneti saremmo felici di percorrere le lunghe distanze anche attorno ad un tavolo, ad un palo o ad un qualsivoglia oggetto che possa ricondurre ad un benché minimo circuito, da ripetere una innumerevole quantità di volte. Io, nella fattispecie, mi entusiasmo per poco e credo di possedere un particolare dono che mi rende capace di percepire la “bellezza” in ogni cosa, anche laddove questa non appaia ben visibile o profondamente nascosta. Non è certamente questo il caso, in quanto il territorio delle Langhe, la bellezza, la mette in bella mostra!

I primi tratti che si sono svolti su sentiero, immediatamente ripidi sia a salire che a discendere, hanno subito messo a dura prova le gambe e smorzato immediatamente il ritmo, già di per sé rallentato dal fatto che, nei primi chilometri, ci si è ritrovati spesso incolonnati, noi, poco più di duecento maratoneti, insieme ai più numerosi partecipanti alla competizione sulla distanza di ventun chilometri.

L’organizzazione ha magistralmente ricoperto le discese sterrate più inclinate con della morbida segatura, che ha evitato la formazione di fango (nonostante il continuo calpestio, l’umidità del mattino e le recenti piogge) ed ha permesso di correre in tutta sicurezza anche i tratti più insidiosi, rivelatisi scoscesi, pendenti, ma mai esposti o pericolosi.

La gara ha beneficiato di una notevole partecipazione di stranieri, tra cui spiccavano diversi giapponesi, con i loro obbiettivi sempre pronti allo scatto, attirati nella zona dalle pregiatissime specialità enogastronomiche locali ed incantati dal paesaggio da favola, non a caso dichiarato dall’UNESCO “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”.

Degne di più di una fugace occhiata le colline, che spuntavano nella nebbiolina, tappezzate da campi simili a scampoli irregolari di velluto diversamente tinteggiati con i caldi colori autunnali, la cui trama “a coste larghe” correva parallelamente in ogni tratto, anche laddove le linee erano curve.

Mi chiedevo se tutto ciò potesse essere l’opera di un abile sarto oppure di un puntiglioso ingegnere…

La bruma mattutina si è dissolta dopo un paio di ore di gara, con il fuoriuscire di uno splendido ed inaspettato sole che, oltre a scaldare, ha acceso ed esaltato ancor di più, rendendole quasi fatate, le già incantevoli tonalità oro e rame delle coltivazioni. Molto suggestivi gli sporadici paesi che via via si attraversavano, il più seducente fra tutti sicuramente Barbaresco, con la panoramica ascesa alla base dell’imponente torre medioevale e la repentina discesa, il quanto mai gradito assaggio dell’omonimo vino, presso il ristoro del decimo chilometro, offerto in calici da degustazione, ed infine la spettacolare veduta del paese appena superato, arroccato sulla cima di una collina.

Mi chiedevo se tutto ciò potesse essere l’opera di un esimio pittore oppure di un prodigioso mago…

A rafforzare le inebrianti sensazioni provenienti dalla vista, intervenivano quelle olfattive, a percepire soprattutto i forti profumi di cibo, nei centri abitati come nelle campagne, che si susseguivano sul percorso, fin dalle prime ore della giornata.

002E mentre mi riempivo gli occhi di tanta natura e le orecchie di altrettanto silenzio, fiancheggiando di tanto in tanto alcune edicole votive, ecco che, provenienti dal cuore, si affacciavano prepotentemente alla mente le immagini oniriche ed il frastuono di quella New York corsa una dozzina d’anni prima.

Non un esiguo e colorato cordone di podisti che tagliava a mezza costa le vigne calpestando un esile sentiero, ma uno spesso e compatto serpentone di concorrenti, un fiume in piena composto da decine di migliaia di persone che attraversava le “avenue” della grande metropoli. Non filari di viti che nascondevano in sé timidi grappoli sopravvissuti alla vendemmia, ma una muraglia umana di folla acclamante, che non si esauriva ad altezza d’uomo, ma proseguiva animando le finestre dei palazzi. Non la quiete della campagna, interrotta soltanto dal brusio del vento, ma grida, cori da stadio, sbattere di coperchi, musiche di orchestrine di strada, suoni di vecchie canzoni americane, tutta una città in fermento ad incitare ed incoraggiare l’interminabile passaggio dei maratoneti, eroi per un giorno, dal primo all’ultimo. Non il copioso e dinamico scorrere del fiume Tanaro nel mezzo delle campagne, ma l’immobile Hudson River, che si faceva spazio tra gli alti grattacieli di Manhattan. Non le mura difensive che cingevano i paesini di struttura medievale, con le loro torri di avvistamento, ma le recenti ed alte “tower”, erette per soddisfare esigenze di spazio e per scopi turistici. Non la corsa solitaria ed il porre attenzione alle fettucce appese ai rami degli alberi, nel timore di perdersi, ma il procedere costantemente sospinti da una pressante moltitudine di partecipanti e la preoccupazione di venire travolti e calpestati. Non il vociare sommesso degli uccelli, ma il ronzio degli elicotteri di sicurezza che sorvolavano lungo tutto il percorso. Non piccoli indicatori chilometrici posti a lato della strada, ma imponenti cartelli ad ogni miglio, sormontati da pannelli cronometrici luminosi, a segnalare lo scorrere del tempo. Non la calma e la spensieratezza a fare da padrone, ma la forte adrenalina che scorreva nelle vene e la massima concentrazione, atta a governare il fisico e la mente. Sempre quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, ma ogni maratona è un mondo a sé.

La mia avventura si è così conclusa, un po’ realtà ed un po’ favola, un po’ fantasia ed un po’ sogno.

Degno di essere rammentato, nel dopo corsa, l’eccellente pranzo completo, con piatti tradizionali piemontesi, accompagnato da ottimo ed abbondante vino, il tutto servito in piatti di ceramica e bicchieri di vetro, consumato all’interno del Palamarathon.

Notevole anche il pacco gara, costituito da una maglia tecnica di qualità a manica lunga ed una bottiglia di Barbaresco DOCG.

Magnifico il panorama e seducente anche il percorso, benché a mio avviso ci fossero troppi tratti su asfalto “spaccagambe”, rispetto a quelli, ben inferiori, su sterrato, dove era più piacevole e più dolce correre, nonostante alcune difficoltose “rampe”.

L’organizzazione si è dimostrata quasi impeccabile. Vorrei soltanto esprimere un piccolo, ma importante, appunto: la mancanza di un deposito borse custodito, che mi sembra assolutamente cosa dovuta e necessaria, presente ormai in pressoché tutte le maratone. Ciò permetterebbe di correre con la mente più serena e di meglio apprezzare l’affascinante paesaggio, senza l’assillo che qualcuno possa impossessarsi del nostro zaino “abbandonato” in un angolo dello spogliatoio di una palestra, o possa forzare la nostra auto per sottrarre i miseri, ma indispensabili, abiti di ricambio. Purtroppo, troppo spesso, queste biasimevoli scene si ripropongono “dietro le quinte” delle manifestazioni podistiche.

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