Abebe Bikila, il maratoneta scalzo

L’etiope Bikila fino all’età di diciannove anni aveva lavorato la terra; poi, dopo essersi arruolato nell’esercito etiopico divenendo soldato semplice della guardia del Corpo dell’imperatore, all’età di ventiquattro anni cominciò a correre. Bikila, alto 1,75 m per 60 kg di peso, aveva iniziato a correre nel 1956, mostrandosi il più ricco di talento del gruppo. Il suo allenatore, l’istruttore sportivo Onni Niskanen, non aveva lasciato nulla d’intentato nella preparazione dei suoi atleti, creando un campo d’allenamento a quasi 2˙000 m d’altitudine, ove Abebe si forgiò, sino a raggiungere il calibro olimpico. Niskanen fece costruire una sauna, al fine di ritemprare gli atleti al termine delle loro sedute di allenamento. Ricostruzioni approfondite ci conducono a ritenere che quella a cui prese parte a Roma, era la terza maratona che egli correva nella sua ancora breve carriera sportiva. Il test finale eseguito da Niskanen in quota, non rivelava un gran che, ma chiarì al tecnico finlandese su quale cavallo puntare per la spedizione romana.

foto 2Ai Giochi Olimpici di Roma 1960, sulla gara di maratona, i tecnici puntavano sul piccolo sovietico Sergey Popov. Se proprio un africano doveva essere estratto dal lotto degli aspiranti vincitori, questi era semmai il marocchino Rhadi Ben Abdesselem. Durante la gara romana, Popov sparì presto e rimasero soli dopo il 20° km, Rhadi e Bikila. I due imboccarono la via Appia, antichissima strada romana, mentre scendeva la sera, il che rendeva assai difficoltoso distinguere i corridori di pelle scura nello sfondo arrossato del tramonto capitolino. Bikila correva a piedi nudi, scatenando con ciò la discussione tra i commentatori della gara, su tale scelta. Niskanen e Abebe avevano optato di evitare ogni tipo di calzatura su quei ciottoli irregolari, facendo affidamento su di un piede avvezzo al duro e arido terreno abituale di allenamento. La battaglia tra la folla si andava progressivamente schierando a favore del corridore scalzo etiope con al petto il numero 11, ignoto ai più. Egli scendeva dagli altipiani africani, al fine di trasferire la leggerezza naturale delle gazzelle, “animali di razza” nel mondo cosiddetta della “civiltà”. Al 20° km la coppia africana formata da Bikila e Rhadi aveva aperto una sensibile breccia e il cronometro segnò per loro, il parziale di 1h02’39”. Li seguiva Vandendriessche (1h03’05”) a quasi mezzo minuto, quindi Keily 15” più tardi. Gli europei non erano in grado di tenere testa al passo spaventoso degli africani, per poter contrastare la palese progressiva egemonia. Rhadi e Bikila conservarono la loro andatura spedita, transitando al 25° km lungo il Raccordo Anulare, in 1h18’47”. Magee e Popov erano ora al 3° posto (1h22’11”), non direttamente a contatto con gli uomini di testa. Con 12 km ancora da percorrere, i corridori imboccavano la via Appia Antica, dirigendosi verso il traguardo finale. Al 30° km la coppia africana aveva quasi 2’ di vantaggio sull’altra coppia formata da Magee e Popov (1h34’29” contro 1h36’52”). Al 35° km i due passavano quasi volando in 1h50’27”, seguiti da Magee (1h52’29”) e Popov (1h53’37”). Al 40° km Magee si produceva in uno sforzo sovrumano per raggiungere gli africani e, mentre Bikila transitava in 2h08’33”, con alle sue spalle Rhadi, Magee seguiva a non più di 1’26”. Infine, lungo la via Appia, illuminata suggestivamente con le fiaccole, Bikila rintuzzava un disperato tentativo del marocchino di farsi avanti, e nel tratto conclusivo portava il suo vantaggio a 25”, correndo senza apparente sofferenza verso l’Arco di Costantino. Il tempo finale di Bikila di 2h15’16” era la nuova migliore prestazione mondiale, per meno di 1”, mentre il detentore Popov, assai staccato, concludeva al 5° posto. Abdesselem si classificava in 2a posizione, mentre Magee, meglio conosciuto come campione della pista, 2° nel campionato di maratona della Nuova Zelanda del 1960, riusciva a precedere il sovietico Vorobies.

ATLETA/PASSAGGI 5 KM 10KM 15KM 2     20 KM 25 KM 30 KM 35 KM 40 KM 42 KM
1) A. Bikila (Eth)     15’35” 31’07” 48’02” 1h 1h02’39” 1h18’47” 1h34’29” 1h50’27” 2h08’33” 2h15’16”
2) R. ben Abdesselem (Mor) 15’35” 31’07” 48’02” 1   1h02’39” 1h18’47” 1h34’29” 1h50’27” 2h08’33” 2h15’41”6
3) B. Magee (Nzl)       1 1h03’41” 1h22’11” 1h36’52” 1h52’29” 2h09’59” 2h17’18”2
4) K. Vorobiev (Sov)                 2h19’09”6
5) S. Popov (Sov)       1   1h03’41” 1h22’11” 1h36’52” 1h53’37”   2h19’18”8
25) A. Keily (Gbr) 15’35” 31’07” 48’02”   1h 1h03’20” 1h22’34”       2h27’00”

Con una vittoria nella terra dei conquistatori, quale quella ottenuta tra le tracce dei fasti dell’antica Roma imperiale, Bikila cancellava a “passo di corsa” un’epoca di dominazione, dando inizio alla piccola grande storia di un mito quale quello di un atleta “purosangue”.

foto 3Come si è già accennato, Bikila fu forgiato fino a raggiungere un calibro olimpico su un campo di allenamento in patria, a un’altitudine di quasi 2˙000 mslm. Là si allenavano i membri delle forze armate, oltre alle guardie personali di Selassìe. I programmi di allenamento di Niskanen, tecnico degli etiopi, nella preparazione per la maratona di Roma comprendevano un misto di corsa campestre, e ascensioni sull’ostico e forgiante terreno montuoso etiope. Vi rientravano anche corse su strada della distanza di 20 miglia (= 32,186 km) eseguite con o senza scarpe, più lavoro frazionato, principalmente corse di 1˙500 m in pista. Dopo la data della gara olimpica romana, si venne a conoscenza che Bikila aveva vinto prove sulla distanza completa, nei mesi di luglio e agosto, poco prima della maratona olimpica. Nella prima di queste, egli siglò un modesto 2h39’50”, che migliorò sensibilmente in una seconda successiva prova, vincendo in 2h21’23”, con 9’ di distacco dal suo compatriota Abebe Wakgira. Tali corse si effettuarono entrambe nella capitale Addis Abeba, quindi a poco meno di 2˙000 m di altitudine, con un’aria assai rarefatta; quindi la seconda prestazione fu veramente straordinaria.

La vittoria di Bikila, unita al 2° posto del valido marocchino Abdesselem, sancirono l’affermazione di campioni provenienti dal continente africano, attesa da tempo. Sino ad allora solamente Zatopek aveva corso con maggiore velocità di Rhadi. Quest’ultimo fu campione internazionale di corsa campestre nel 1960, e abbassò la sua migliore prestazione cronometrica sui 10˙000 m a 29’20”8, quattro settimane prima della maratona di Roma; perciò la vittoria di Bikila acquista ancor maggior valore di eccellenza per quei tempi e in assoluto.

foto 4Quando Abebe, quattro anni dopo l’appuntamento olimpico romano si presentò al via della maratona dei Giochi Olimpici di Tokio 1964, all’età di trentadue anni, il suo mito era scalfito dall’operazione di appendicectomia, subìta appena sei settimane prima della disputa della gara olimpica giapponese, e dalla sconfitta patita l’anno precedente nella maratona di Kosice, unite queste dalla peculiarità di una dura e affascinante competizione qual è sempre quella dei mitici 42 km: le credenziali sulla sua vittoria finale erano molto esigue, una scommessa almeno paragonabile a quella romana. La gara di Tokio, invece, si rivelò un autentico dominio dell’atleta etiope, il quale sin dalla partenza sbaragliò il campo degli avversari, correndo a un ritmo frenetico per quei tempi, con un crono finale di 2h12’11”2 e un distacco quasi abissale, pari a 4’ sul 2° classificato, l’inglese Basil Heathley. Quest’ultimo, allora trentenne, campione internazionale di cross country, nel 1961, tre volte campione e recordman mondiale sulle 10 miglia, con il tempo di 47’47”, riconobbe come sul podio di quella gara giapponese, l’ultima della sua decorosa e medagliata carriera podistica, ebbe l’unica occasione per stringere la mano a Bikila; egli rimase colpito dal portamento maestoso, nobile dell’africano, in un corpo alto, esile, con un carattere chiuso, taciturno, che aveva suggellato il suo essere e la sua condizione sociale nella gara di Tokio. Heathley aveva visto Bikila per la prima volta proprio in occasione di tale corsa. Al via della maratona giapponese l’umidità era molto elevata e produceva una sudorazione abbondante per gli atleti. Heathley lamentò subito crampi allo stomaco e si trovò indietro, convincendosi che chiaramente quella non fosse la sua giornata; invece ciò si rivelò un vantaggio, poiché gli permise di risparmiare le forze. Il tracciato era di andata e ritorno, con un giro di boa a circa metà gara, tra due ali di folla. A quel punto Heathley era 15° e si sentì meglio; egli cominciò a rimontare, avendo l’impressione che l’energia in corpo s’accrescesse, mano a mano che osservava i suoi rivali accasciarsi al suolo. Non conosceva la sua posizione, i rifornimenti erano sporadici, come da regolamento allora vigente. Giunto a 5 km dal traguardo finale, l’inglese scorse davanti a sé due concorrenti, un ungherese, che superò negli ultimi 2 km, e il giapponese Tsubaraya, che affiancò nei pressi dello stadio Olimpico, scavalcò a 200 m dalla linea di arrivo e quindi staccò, concludendo con 10 m di vantaggio su di lui. Egli venne a conoscenza, tramite un dirigente della federazione inglese, di essersi classificato al 2° posto dietro a Bikila, nel frattempo già sparito negli spogliatoi, dopo aver allietato la folla con alcuni esercizi ginnici di defaticamento: capriole, balzi e flessioni, eseguiti ancor prima di rivestirsi degli indumenti con i quali si era presentato alla partenza. Come testimonia il racconto fornito da Heathley, Bikila non era considerato come favorito, per i motivi elencati in precedenza, uniti al fatto che non era mai accaduto in precedenza che un olimpionico bissasse l’oro nella maratona. Il nome più accreditato alla vigilia era quello del connazionale Mamo Wolde, nato il 12 giugno 1932, atleta di vertice nella gare di fondo in pista. Egli però si ritirò in quella gara per uno stiramento appena dopo qualche chilometro dal via; questi si rifece nella successiva edizione dei Giochi, nel 1968, a Città del Messico, vincendo la maratona con il tempo di 2h19’58”6 e conservando in casa la maglia della gara di Filippide.

foto 5Durante la prova giapponese, Bikila si produsse in una corsa strabiliante, testimoniata da tempi intermedi veloci e in continua progressione, sin all’ultimo metro. Il bis olimpico dell’etiope era così compiuto; il mito tornava a rifulgere di luce ancora più splendente, una simbiosi tra il tocco di “civiltà”, le scarpe ai piedi calzate in quell’occasione e la “fierezza”, figlia di una nobile razza. Mito che non fu scalfito neanche quand’egli, divenuto nel frattempo un tenente della guardia imperiale, durante il colpo di stato contro Hailé Selassìe, l’ennesimo ritorno del sovrano etiope e la successiva deposizione, il giorno seguente a questa non esitò ad accompagnare una squadra di pallacanestro, non macchiandosi così, nonostante un tradimento. Il suo blasone di atleta era invece deturpato a causa dei suoi ritiri e dell’inevitabile declino fisico, quando si presentò alla maratona dei Giochi Olimpici di Messico 1968. Nella gara messicana, Bikila fu costretto al ritiro da una distorsione al ginocchio, “getto di spugna” un po’ amaro, ma che non sopprimeva quelle magnifiche immagini, che avevano contraddistinto due maratone e con esse pagine significative, esemplari ed eterne della storia dello sport.

Appartiene alla cronaca nera e non a quella sportiva, la notizia apparsa sui giornali del tempo, che nella notte del 24 marzo 1969, a causa di una jeep guidata da un conducente in probabile stato di ubriachezza, Bikila sulla strada statale che conduce ad Addis Abeba finiva fuori strada, rotolando nella scarpata; estratto malconcio ma vivo, lamentò la schiena spezzata: la gazzella era ferita; all’età di trentasette anni egli era costretto a concludere la sua carriera di atleta, lui nato e vissuto per correre a tal punto da affermare di se stesso: «Esteriormente sono un uomo, dentro mi sento un cavallo», e nel contempo condannato alla vita da paraplegico su una sedia a rotelle. La sua esistenza si concluse il 25 ottobre 1973, nell’ospedale di Addis Abeba, in seguito a emorragia cerebrale. Il suo coraggio e la sua forza d’animo non si appannarono dal giorno del tragico incidente, fino al suo decesso. Lo sono testimonianza le immagini di Abebe che lo ritraggono negli spazi antistanti l’ospedale britannico di Stocke Mandeville, alla periferia di Londra, con in una mano l’arco simbolo della sua razza di cacciatori, stella che egli reggeva, con un immagine triste nei Giochi Mondiali per atleti disabili. In quell’occasione, quando si prestava a partire, Bikila affermò:

foto 6«Questo non è uno dei soliti, tristi giorni per me. Ritorno nel mio paese, nella mia terra, fra i miei cari, questo per me è l’inizio di una nuova vita».

In precedenza, nell’aprile del 1971, egli aveva vinto la gara delle slitte dei cani in Norvegia, coprendo i 25 km del percorso, nel tempo di 1h16’17”; poi partecipò alle gare di tiro con l’arco e giocò al tennis tavolo.

Il triste epilogo della sua leggendaria esistenza non cancellano il messaggio ch’egli aveva saputo inviare al mondo; quello di un combattente, un eroe silenzioso, umilmente e naturalmente scalzo, un simbolo di un continente, quello africano, secolarmente subalterno rispetto al resto del mondo, ma che avrebbe alzato la testa anch’esso, cercando di emularne le imprese quanto mai valorose e dal significato eterno. La sua leggenda vive ancora oggi e vivrà per sempre! L’altezza con cui Bikila ha saputo affrontare le tristi ultime vicende della sua intensa vita, testimoniano come la disciplina della maratona forgi il carattere dell’atleta, al punto che questi saprà affrontare con spirito da combattente ciò che per altri potrebbe essere motivo di disperazione: la maratona è scuola di vita!

Nella terra etiope dei tempi di Bikila era diffuso il cristianesimo nel culto copto, secondo cui Cristo avrebbe una sola natura, quella divina e non divina ed umana, come crede e professa la Chiesa cattolica. Quella copta è una religione che per secoli è vissuta isolata, è riuscita a resistere all’invasione araba, l’unico suo contatto esterno con il resto del mondo è la dipendenza da Alessandria d’Egitto, che ancora sino all’anno 1959 provvederà a nominare il patriarca d’Etiopia. I preti possono sposarsi ed avere figli, ma non divorziare. Il digiuno riveste notevole importanza per tale credo, secondo cui per 268 su 365 giorni dell’anno, i fedeli non possono consumare grasso, carne e uova. Seguendo tale disposizione, Abebe Bikila, il cui patrigno era una volta prete presso la Chiesa della Trinità, in Debre Birhan, nei giorni di mercoledì e venerdì, nei suoi pasti consumava esclusivamente vegetali e cereali.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Leggi anche