Abruzzo

Muro di Montalbano, tra 25° e 30° km con vetta di appena 300 metri slm. Ambiente di prima fascia ; l’attraversamento di Riolo con le sue sontuose ville, quasi manieri. Pistoia/Abetone in piena sfavillante Toscana ; boschi, orti extra urbani a colture intensive, quasi simili alle langhe cuneensi. Pistoia, impegnativa ascesa alle Piastre, poi sempre su e su sino ai 1380 metri di cima Abetone, tra folti cespugli, faggeti, abetaie. Esperienze da fare almeno una volta, perché il podista assurga alla qualifica di Ultra. Ho concluso 12 edizioni della 50 di Romagna, 2 volte in cima all’Abetone, 6 volte l’ Ultra del Gran Sasso. Provo ad evidenziare le diverse peculiarità tra le tre gare in modo assolutamente non di parte. La mia terra è piatta, solo baciata da “ lu sule, lu mare, lu jentu”, come detto dal caro Lorenzo Gemma: IL SALENTO. L’ Ultra del Gran Sasso è senza orizzonte, con vista oltre la siepe che all’ermo colle il guardo occlude. Gran Sasso, il suo Parco Nazionale, i monti della Laga, 150.000 ettari di estensione, che arrivano a lambire il Lazio e le Marche. Interessa 41 comuni tra le provincie di Teramo, L’Aquila, Pescara. Da un fianco Campo Imperatore, ben detto il Piccolo Tibet, arriva a 2.600 metri di altezza. Lo percorriamo per circa 20 dei 50 km totali. Da fine feudo di Castel Del Monte al ristoro Mucciante, non prima aver superato il Valico di Capo La Serra- 1610 metri, attraversato la pineta Mancanti, ormai verso metà gara. Ben oltre, il lago di Racollo con annesso rifugio. Cavalli da tiro allo stato brado, mucche stanziali quasi incastonate lungo pendio di 45°; quadro, pittura artisticamente inimitabile. A lato l’incontenibile muraglia del massiccio del Gran Sasso da far invidia ai Ciclopi, con vette innevate, ghiacciai perenni. Spettacolo, mirabilia della natura.  Di norma usiamo la strada da protagonisti; nella circostanza immensità, spazio senza misura del tempo, scenario influenzano la psiche. Uomini senza tempo a correre in luogo eguale da millenni. Ecco, rinvengono I Corricini ricordati da Tacito, Plinio quali allevatori, in zone montuose, di bovini, ovini sia in forma stanziale che di transumanza. Transumanza viva sino agli albori del XX secolo, con migrazioni di uomini, armenti sino alla soleggiata piana di Manfredonia nelle puglie.

Settembre. Andiamo è tempo di migrare.

Ora in terra d’ Abruzzo i miei pastori

Lascian gli stazzi e vanno verso il mare,

vanno verso l’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

…………………………………………………………

E vanno per tratturo antico al piano

Su le vestigia degli antichi padri.

…………………………………………………………..

Ora lungh’esso il litoral

Cammina la greggia

…………………………………………………………

………………………………………………………….

Poetava Gabriele D’Annunzio…………..

Abruzzesi popolo fiero, indipendente, dotati di virtù guerriere. Restano le vestigia di centri fortificati come Angitiae, attuale Luco dei Marsi. Ivi corsi quattro 6 ore nei primi anni  2000. Anima organizzativa il mio amico Angelo Massaro. Sin dal periodo classico romano, tradizione vuole che i marsicani fossero incantatori di serpenti e che, contestualmente, ne restassero immuni dal morso di quei rettili. I Peligni diedero i natali ad Ovidio, cantore di teneri amori al tempo di Augusto. Popolazione molto religiosa, testimonianza di numerose epigrafi a carattere sacro, rinvenute nella città di Sulmona. I Pentri, gente di montagna, forti, temibili, combatterono contro i romani accanto agli Irpini e Galli Senoni nel corso della terza guerra sannitica. I Sabini, nel  periodo di massimo splendore, dimorarono tra il Tevere, l’ Aniene, il Nera e l’ Aterno. Tito Livio, ben descrive il ruolo che ebbero nella fonazione della città di Roma. Nota la leggenda del ratto delle Sabine, essendo i romani popolo essenzialmente di maschi. I Vestini rivenenti da Vesta, divinità popolare. Sin dall’ antichità produttori di cereali, olive, frutta e zafferano, di cui, ancora oggi, la Regione è primo produttore in campo nazionale. I popoli d’Abruzzo nel centro penisola impegnarono per secoli, le legioni romane in guerre interne, posticipando la conquista dell’impero. Ignazio Silone afferma : “ Il carattere peculiare dell’abruzzese è l’estrema resistenza al dolore, alla delusione, alla disgrazia; una grande e timorosa fedeltà; una umile accettazione della “ Croce”, sofferenza come elemento indissociabile della condizione umana”. Affermazioni riscontrate il lunedì dopo la gara, tornando per la terza volta a l’Aquila a dieci anni dal terremoto. Fortezza d’animo frammista a delusione di quelle genti nell’affermare, sconsolate, che la ricostruzione, senza lungaggini burocratiche, sarebbe stata aurea. Com’è avvenuto per l’eccezione della basilica della Madonna di Colemaggio, ricostruita in tempi accettabili. Splendida realtà nella sua allocazione. Quanta storia è passata da lì.

La gente d’Abruzzo per diversità, forza ad affrontare il dolore, le difficoltà sino all’indigenza, è depositaria di profonda saggezza trasmessa in proverbi, modi di dire. “ Quelle che vete, vete , quelle che sinda sinde, se vu fa bbene ne arrecunda maje ninde”- quello che vedi vedi, quello che senti senti, se vuoi far bene non raccontar mai niente-. “ Se vu gabba lu vicine, addurmete terde la sera e azzete preste a la matene”- se vuoi ingannare il vicino, addormentati tardi la sera e alzati presto la mattina ( cioè, non farti vedere mai-. “ Tantè che la paijare bruscia, ascallemece li mane”- giacchè il pagliaio brucia, scaldiamo le mani-.

L’ accortezza nel discernere il matrimonio è tradotta nel detto “ apre l’ucchie e spannele, can en hè callare, ca se arecagne”- apri l’occhio e informati perché non è una pentola che si può cambiare-. Ancora “ Robba truvata nen è rrubbate, se arechesce lu patrene, ce vo lu regale”- roba trovata non è rubata, se si trova il padrone ci vuole il regalo-.

Lo scrivere è vivere, far rivivere storia, costumi, etnia, indole, carattere, bellezze naturali di un posto. Maggior valenza se il tutto riferito a compositi, articolati significati di una regione come l’Abruzzo. Mi sono dilungato con la penna, quasi dimenticando di avere portato a termine ben 50 km in tale contesto. Passo alla gara, anzi al momento di convulsa attenzione, tensione del pre gara. Si parte, non si parte, si varia il percorso, partenza ritardata da stabilire. Notizie frammentarie, commenti convulsi su ciò che accade atmosfericamente in altura. Intanto anche a Santo Stefano scrosci di pioggia battente. Decisione subitanea, alle 8,45 partenza! Tra Santo Stefano e Calascio pioggia, solo pioggia, corsa tra nuvole basse. Al terzo km chiedo aiuto a motociclisti in gruppo a bordo strada; mi stringono i fermi dello zainetto a spalla. Sono parte di quella staffetta che avrebbe dovuto farci da scorta tra Castel Del Monte e Campo Imperatore. Sesto km, ristoro. Cessa la pioggia a Calascio, successiva discesa, risalita sino a Castel Del Monte. Appresso si va ai 1610 metri del valico delle Serre, successiva discesa, falsopiano con strada a tagliare la pineta Mancanti. Mo inizia il bello: buio pesto, sembra quasi notte, Massiccio del Gran Sasso invisibile, al ristoro Mucciante vento, tanto vento a raffica, stilettate di pioggia violenta quasi a penetrare nella carne tumida. Continue raffiche frontali, laterali, tanto continue quasi da sembrare abituali, ormai acquisite, senza fine. Ambulanza a staffetta, avanti, indietro per oltre 15 km a coprire la parte mediana della corsa sino alle retrovie, dove io, ancora “c’ero”. Il medico a chiedermi come andasse, io, abbozzando un pallido sorriso a rispondere non male. Effettivamente la mente è lucida sino a sub dorare un probabile, imminente rischio di ipotermia. Giunto al luogo dove il Gran Sasso sembra venirti addosso con vette innevate, ghiacciai perenni, soltanto tetri violenti nembi tuonanti, con noi umani vaganti nel mezzo. A destra la fievole vista del rifugio Racollo con l’inimitabile riquadro di placide mucche stanziali in pendenza. Spettacolo della natura! Per oltre due ore la realtà di tale scenario quasi da tregenda, conduce l’animo all’Amore per l’Universo, l’Amore per l’Ambiente, soprattutto l’Amore per gli abitanti dell’Universo. Non ultimo l’Amore per la Vita.

Al 40° il peggio è passato, tutto trascorre al di là del rapporto spazio-tempo. La natura ritorna benigna. Ecco il 45° con Santo Stefano di Sessanio quasi a toccarlo. Ancora 5 km di discesa in tornanti, percorsi amministrando con sapienza il residuo rimasto. Ultimi 50 metri, il traguardo in 7 ore 49 minuti e 10 secondi. Sedici minuti in più dello scorso anno; ci stanno tutti a 76 anni suonati.

Due considerazioni in chiusura, una oggettiva, l’altra soggettiva. 1) A Santo Stefano di Sessanio non si va, bisogna arrivarci. Non è da tutti. Ci siamo arrivati quasi in 500. Ringraziamo l’Organizzazione ( pubblica/Privata). Gli eroici uomini, donne ai ristori per otto ore a confortarci, Loro necessitavano di conforto. Franco Schiazza, indefesso, a precedere in bici Alberico Di Cecco, primo in 3:21:11, media 4.01. Franco, al mio arrivo, a confidarmi “ Vito, non vi dovevo far correre”. Liberazione dopo aver trepidato 8 ore per la nostra incolumità, sicurezza. Bravo, encomiabile Franco. Soltanto chi ha corso 20 volte il Passatore può capirti.

2) Il mio medico, nonché amico fraterno ha categoricamente vietato profferire: “ per l’ultima volta” detto da me di una gara. Devo dire “ 

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Tre gare si equivalgono sotto l’aspetto tecnico  a) La 50 di Romagna, b) Pistoia- Abetone, 3) Ultra Maratona del Gran Sasso. Obiettivo di ogni gara è arrivare al traguardo. Nelle Ultra si aggiungono altri fattori:  ambiente, paesaggio, territorio, gente, costumi, consuetudini, storia. Ognuna delle citate Ultra ha proprie prerogative, che possono interessare, differentemente, i partecipanti. La 50 di Romagna in splendido territorio collinare tra Castel Bolognese, Riolo Terme, Casole Val Sennio, Brisighella. Muro di Montalbano, tra 25° e 30° km con vetta di appena 300 metri slm. Ambiente di prima fascia ; l’attraversamento di Riolo con le sue sontuose ville, quasi manieri. Pistoia/Abetone in piena sfavillante Toscana ; boschi, orti extra urbani a colture intensive, quasi simili alle langhe cuneensi. Pistoia, impegnativa ascesa alle Piastre, poi sempre su e su sino ai 1380 metri di cima Abetone, tra folti cespugli, faggeti, abetaie. Esperienze da fare almeno una volta, perché il podista assurga alla qualifica di Ultra. Ho concluso 12 edizioni della 50 di Romagna, 2 volte in cima all’Abetone, 6 volte l’ Ultra del Gran Sasso. Provo ad evidenziare le diverse peculiarità tra le tre gare in modo assolutamente non di parte. La mia terra è piatta, solo baciata da “ lu sule, lu mare, lu jentu”, come detto dal caro Lorenzo Gemma: IL SALENTO. L’ Ultra del Gran Sasso è senza orizzonte, con vista oltre la siepe che all’ermo colle il guardo occlude. Gran Sasso, il suo Parco Nazionale, i monti della Laga, 150.000 ettari di estensione, che arrivano a lambire il Lazio e le Marche. Interessa 41 comuni tra le provincie di Teramo, L’Aquila, Pescara. Da un fianco Campo Imperatore, ben detto il Piccolo Tibet, arriva a 2.600 metri di altezza. Lo percorriamo per circa 20 dei 50 km totali. Da fine feudo di Castel Del Monte al ristoro Mucciante, non prima aver superato il Valico di Capo La Serra- 1610 metri, attraversato la pineta Mancanti, ormai verso metà gara. Ben oltre, il lago di Racollo con annesso rifugio. Cavalli da tiro allo stato brado, mucche stanziali quasi incastonate lungo pendio di 45°; quadro, pittura artisticamente inimitabile. A lato l’incontenibile muraglia del massiccio del Gran Sasso da far invidia ai Ciclopi, con vette innevate, ghiacciai perenni. Spettacolo, mirabilia della natura.  Di norma usiamo la strada da protagonisti; nella circostanza immensità, spazio senza misura del tempo, scenario influenzano la psiche. Uomini senza tempo a correre in luogo eguale da millenni. Ecco, rinvengono I Corricini ricordati da Tacito, Plinio quali allevatori, in zone montuose, di bovini, ovini sia in forma stanziale che di transumanza. Transumanza viva sino agli albori del XX secolo, con migrazioni di uomini, armenti sino alla soleggiata piana di Manfredonia nelle puglie.
Settembre. Andiamo è tempo di migrare.
Ora in terra d’ Abruzzo i miei pastori
Lascian gli stazzi e vanno verso il mare,
vanno verso l’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
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E vanno per tratturo antico al piano
Su le vestigia degli antichi padri.
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Ora lungh’esso il litoral
Cammina la greggia
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Poetava Gabriele D’Annunzio…………..
Abruzzesi popolo fiero, indipendente, dotati di virtù guerriere. Restano le vestigia di centri fortificati come Angitiae, attuale Luco dei Marsi. Ivi corsi quattro 6 ore nei primi anni  2000. Anima organizzativa il mio amico Angelo Massaro. Sin dal periodo classico romano, tradizione vuole che i marsicani fossero incantatori di serpenti e che, contestualmente, ne restassero immuni dal morso di quei rettili. I Peligni diedero i natali ad Ovidio, cantore di teneri amori al tempo di Augusto. Popolazione molto religiosa, testimonianza di numerose epigrafi a carattere sacro, rinvenute nella città di Sulmona. I Pentri, gente di montagna, forti, temibili, combatterono contro i romani accanto agli Irpini e Galli Senoni nel corso della terza guerra sannitica. I Sabini, nel  periodo di massimo splendore, dimorarono tra il Tevere, l’ Aniene, il Nera e l’ Aterno. Tito Livio, ben descrive il ruolo che ebbero nella fonazione della città di Roma. Nota la leggenda del ratto delle Sabine, essendo i romani popolo essenzialmente di maschi. I Vestini rivenenti da Vesta, divinità popolare. Sin dall’ antichità produttori di cereali, olive, frutta e zafferano, di cui, ancora oggi, la Regione è primo produttore in campo nazionale. I popoli d’Abruzzo nel centro penisola impegnarono per secoli, le legioni romane in guerre interne, posticipando la conquista dell’impero. Ignazio Silone afferma : “ Il carattere peculiare dell’abruzzese è l’estrema resistenza al dolore, alla delusione, alla disgrazia; una grande e timorosa fedeltà; una umile accettazione della “ Croce”, sofferenza come elemento indissociabile della condizione umana”. Affermazioni riscontrate il lunedì dopo la gara, tornando per la terza volta a l’Aquila a dieci anni dal terremoto. Fortezza d’animo frammista a delusione di quelle genti nell’affermare, sconsolate, che la ricostruzione, senza lungaggini burocratiche, sarebbe stata aurea. Com’è avvenuto per l’eccezione della basilica della Madonna di Colemaggio, ricostruita in tempi accettabili. Splendida realtà nella sua allocazione. Quanta storia è passata da lì.
La gente d’Abruzzo per diversità, forza ad affrontare il dolore, le difficoltà sino all’indigenza, è depositaria di profonda saggezza trasmessa in proverbi, modi di dire. “ Quelle che vete, vete , quelle che sinda sinde, se vu fa bbene ne arrecunda maje ninde”- quello che vedi vedi, quello che senti senti, se vuoi far bene non raccontar mai niente-. “ Se vu gabba lu vicine, addurmete terde la sera e azzete preste a la matene”- se vuoi ingannare il vicino, addormentati tardi la sera e alzati presto la mattina ( cioè, non farti vedere mai-. “ Tantè che la paijare bruscia, ascallemece li mane”- giacchè il pagliaio brucia, scaldiamo le mani-.
L’ accortezza nel discernere il matrimonio è tradotta nel detto “ apre l’ucchie e spannele, can en hè callare, ca se arecagne”- apri l’occhio e informati perché non è una pentola che si può cambiare-. Ancora “ Robba truvata nen è rrubbate, se arechesce lu patrene, ce vo lu regale”- roba trovata non è rubata, se si trova il padrone ci vuole il regalo-.
Lo scrivere è vivere, far rivivere storia, costumi, etnia, indole, carattere, bellezze naturali di un posto. Maggior valenza se il tutto riferito a compositi, articolati significati di una regione come l’Abruzzo. Mi sono dilungato con la penna, quasi dimenticando di avere portato a termine ben 50 km in tale contesto. Passo alla gara, anzi al momento di convulsa attenzione, tensione del pre gara. Si parte, non si parte, si varia il percorso, partenza ritardata da stabilire. Notizie frammentarie, commenti convulsi su ciò che accade atmosfericamente in altura. Intanto anche a Santo Stefano scrosci di pioggia battente. Decisione subitanea, alle 8,45 partenza! Tra Santo Stefano e Calascio pioggia, solo pioggia, corsa tra nuvole basse. Al terzo km chiedo aiuto a motociclisti in gruppo a bordo strada; mi stringono i fermi dello zainetto a spalla. Sono parte di quella staffetta che avrebbe dovuto farci da scorta tra Castel Del Monte e Campo Imperatore. Sesto km, ristoro. Cessa la pioggia a Calascio, successiva discesa, risalita sino a Castel Del Monte. Appresso si va ai 1610 metri del valico delle Serre, successiva discesa, falsopiano con strada a tagliare la pineta Mancanti. Mo inizia il bello: buio pesto, sembra quasi notte, Massiccio del Gran Sasso invisibile, al ristoro Mucciante vento, tanto vento a raffica, stilettate di pioggia violenta quasi a penetrare nella carne tumida. Continue raffiche frontali, laterali, tanto continue quasi da sembrare abituali, ormai acquisite, senza fine. Ambulanza a staffetta, avanti, indietro per oltre 15 km a coprire la parte mediana della corsa sino alle retrovie, dove io, ancora “c’ero”. Il medico a chiedermi come andasse, io, abbozzando un pallido sorriso a rispondere non male. Effettivamente la mente è lucida sino a sub dorare un probabile, imminente rischio di ipotermia. Giunto al luogo dove il Gran Sasso sembra venirti addosso con vette innevate, ghiacciai perenni, soltanto tetri violenti nembi tuonanti, con noi umani vaganti nel mezzo. A destra la fievole vista del rifugio Racollo con l’inimitabile riquadro di placide mucche stanziali in pendenza. Spettacolo della natura! Per oltre due ore la realtà di tale scenario quasi da tregenda, conduce l’animo all’Amore per l’Universo, l’Amore per l’Ambiente, soprattutto l’Amore per gli abitanti dell’Universo. Non ultimo l’Amore per la Vita.
Al 40° il peggio è passato, tutto trascorre al di là del rapporto spazio-tempo. La natura ritorna benigna. Ecco il 45° con Santo Stefano di Sessanio quasi a toccarlo. Ancora 5 km di discesa in tornanti, percorsi amministrando con sapienza il residuo rimasto. Ultimi 50 metri, il traguardo in 7 ore 49 minuti e 10 secondi. Sedici minuti in più dello scorso anno; ci stanno tutti a 76 anni suonati.
Due considerazioni in chiusura, una oggettiva, l’altra soggettiva. 1) A Santo Stefano di Sessanio non si va, bisogna arrivarci. Non è da tutti. Ci siamo arrivati quasi in 500. Ringraziamo l’Organizzazione ( pubblica/Privata). Gli eroici uomini, donne ai ristori per otto ore a confortarci, Loro necessitavano di conforto. Franco Schiazza, indefesso, a precedere in bici Alberico Di Cecco, primo in 3:21:11, media 4.01. Franco, al mio arrivo, a confidarmi “ Vito, non vi dovevo far correre”. Liberazione dopo aver trepidato 8 ore per la nostra incolumità, sicurezza. Bravo, encomiabile Franco. Soltanto chi ha corso 20 volte il Passatore può capirti.
2) Il mio medico, nonché amico fraterno ha categoricamente vietato profferire: “ per l’ultima volta” detto da me di una gara. Devo dire “ 

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