“Come una stella che lassù nel cielo diffondi su di noi la tua luce radiosa
Così resterai nei miei ricordi ogni volta che guarderò in alto,
giorno dopo giorno.”
Queste sono le parole che ho letto sul necrologio dedicato dalla figlia, dalla nuora e dalla nipotina alla nostra Annie Rossum.
Era diventata quasi la mascotte della Sei Giorni del Pantano di Pasquale Brandi. Da quando si erano scoperti, era stata subito immensa intesa, nonostante Annie non parlasse altro che una mistura difficilmente decifrabile di olandese all’80% frammisto ad una certa dose di inglese e condito da qualche parola in italiano. E tuttavia s’intendevano perfettamente e si stimavano, lui la nave del deserto e lei, l’olandese impavida, implacabile, perseverante. Soffriva, e neanche in silenzio, ché spesso sul circuito sentivi che snocciolava tra sé una serie di mantra o imprecazioni o preghiere in olandese, caparbia, inarrestabile, nel caldo rovente dei pomeriggi lucani così come nel freddo delle notti stellate.
Abbiamo condiviso per qualche giorno il bungalow all’oasi di Pignola in occasione della Sei Giorni del Pantano 2014, luogo di sofferenza, speranza e gioia, dove alloggiavano tutte le specialiste della distanza, oltre a me, che mi affacciavo timidamente sulla scena dell’ultramaratona azzardando una 72 ore, circondata dai miei miti di sempre, Zecchino, Lutterotti, Gargano, Satta, Montagnin, le donne italiane che da esploratrici del pianeta ultra ne erano diventate di diritto le Regine. E così era Annie in Olanda, Regina dell’Ultraloop, famosa nel suo paese quale una delle pochissime over 60 a cimentarsi in tali corse di resistenza. Disponibile, sorridente, enigmatica, sapeva nascondere molto bene i suoi segreti, celando lo sguardo, e forse anche una capigliatura innaturalmente corta, sotto la visiera dell’immancabile cappellino.
Golosa della vita, delle sensazioni che le poteva dare, nella gioia e nel dolore, della sua capacità di vivere a fondo ogni chance, aveva fatto amicizia con tutti, ma soprattutto con Quintieri e Franculli, che la ricordano anche nei momenti di debolezza e condivisione. Irene, nella sua memoria, racconta come la notte sgranocchiavano i suoi frù frù, di cui Annie andava matta, spartendoli anche con i cani randagi dell’oasi di Pignola.
Sei giorni sono lunghi e faticosi, ma dentro di sé, con la consapevolezza della propria situazione fisica, immagino assumano una dimensione mitica ed eroica: solo l’anno scorso Annie aveva corso a Policoro più di 300 km. Forse troppo presa da me e dalle mie trepidazioni, non mi sono accorta che, come purtroppo accade a molti, Annie correva per vivere, per esorcizzare la malattia, con quella lucida e serena disperazione di chi ha capito sulla propria pelle che la vita non è eterna, ma che vale la pena fare le cose apparentemente più folli per assaporarsela ad ogni respiro.
Credo che lei alla Sei giorni di Pasquale ci sarà sempre, puntuale, ogni anno, osservando i seigiornisti dall’alto, come la stella in cui si è mutata, sussurrando a ciascuno di non mollare, consolando Pasquale nelle sue fatiche col suo inconfondibile olandese-inglese, sorridendo delle nostre vanità, lei, che ha raggiunto finalmente la pace del traguardo.


