In suo ricordo, il CORO ACAI terrà un concerto alle ore 20:45:00 di venerdì, 12 dicembre, presso la Sala “Balducci” del Bocciodromo, Via Castelfranco 16/a, San Giovanni Persiceto.
Pubblichiamo una sua nota autobiografica inedita, scritta un anno prima della sua morte, inviataci dal figlio Andrea.
NOTE AUTOBIOGRAFICHE
Antonino Morisi
classe 1929, Ingegnere Libero Professionista
Ho iniziato a praticare podismo, nel 1991-92, all’età di oltre sessant’anni per due fortuite coincidenze. Primo, causa un colesterolo abbastanza alto, il dottore mi consigliò di fare un po’ di moto…; secondo perché, ad una certa età, per godere le bellezze della natura è bene andare in montagna un pò allenati alla fatica ed il podismo poteva fare al caso mio.
Risultato fu che nel giro di pochi mesi il colesterolo si abbassò da 260 a 210 e quello che doveva essere un allenamento per escursioni alpinistiche divenne una pratica fine a se stessa. La montagna, comunque, come primo amore, non la scordo mai.
Dall’età di 18 anni ho praticato l’alpinismo.
Ho scalato quasi tutti i “quattromila delle Alpi italiane” e molti delle Alpi svizzere, come ad esempio la cima 4810 metri del Monte Bianco, il Dente del Gigante, il Cervino, il Gran Paradiso e, nel Gruppo del Monte Rosa, tutte le cime quali la Doufur, la Nordend, la Piramide Vincent, il Naso del Lyskam, la Punta Parrot, La Zumstein, il Corno Nero, il Castore, il Polluce, il Breithorn, il Balmenhorn, la Punta Gnifetti col Rifugio Regina Regina Margherita, il rifugio più alto d’Europa coi suoi 4559 metri, e nel quale ho pernottato una ventina di volte provando una soddisfazione… quasi sadica al riscontrare le mie buone condizioni fisiche mentre verificavo che la maggior parte degli alpinisti a quella quota soffriva di mal di gola, nausea, inappetenza, insonnia, mentre io riuscivo a dormire come un ghiro. E poi il Bernina, lo Stralhorn, l’Allalinhorn, ecc.
Ancora un altro inciso: l’anno in cui Messner festeggiava, primo al mondo, la conquista dell’ultimo quattromila, il 14°, impresa portata a termine in un lasso di tempo di circa 10 anni, assieme ad altri alpinisti del CAI di Bologna, fra i quali i miei figli, ed alle Guide Alpine di Gressoney S. Jean, i tre fratelli Squinobal, in una sola giornata, nel Gruppo del Rosa, scalammo la bellezza di ben otto “quattromila”. Fatte le dovute proporzioni… si dovrà convenire che Messner, al confronto, è ben poca cosa…
Quando il vocabolo “trekking” non era ancora entrato nel lessico italiano e non figurava neppure tra i neologismi, assieme al mio amico Franco Capponcelli ed a mio fratello Roberto (soprannominato “Bonatti” per le sue doti alpinistiche) si son fatte escursioni da rifugio a rifugio che a volte avevano la durata anche di un mese e passa.
Con zaino militare sulle spalle, che avrebbe piegato sulle ginocchia anche un mulo, dotati di coperte e di tutto quanto necessita per essere in qualunque situazione autosufficienti, capitava di dormire il più delle volte, non nei rifugi alpini, ma nei luoghi più impensati.
Sarebbe oltremodo divertente ricordare i luoghi di pernottamento quando non erano a portata di mano i rifugi alpini.
Studenti squattrinati ci adattavamo, obtorto collo per ragioni economiche, a dormire nei posti più inimmaginabili.
Ci sarebbe da scrivere una storia a parte lunghissima e ricchissima di episodi spassosi e tragicomici che ci porterebbe molto lontano e del tutto fuori tema.
Sotto un certo aspetto posso dire che la mia prima maratona l’ho percorsa nel 1955 sul tratto Cesano di Roma – Anguillara (sul Lago di Bracciano) e ritorno. Frequentavo allora la Scuola Allievi Ufficiali e per essere ammesso nel Corpo degli Alpini (al che tenevo moltissimo) dovetti gareggiare con Bergamaschi, Bresciani, Friulani che, se fossero ritornati al loro paese senza il cappello di Alpino in testa, sarebbero stati additati dai compaesani con derisione. Era quindi una competitiva molto combattuta. Mi piazzai nei primissimi posti riscuotendo plausi anche dal mio capitano che non credeva per nulla nella capacità di un bolognese di pianura, che suscitava ilarità per la sua parlata dall’esse moscia, ma sul quale non avrebbe puntato un soldo per quella corsa.
Ufficiale degli Alpini a Merano ho continuato a praticare podismo-escursionismo di corsa da Maia Alta ad Avelengo o da Merano alla Muta (cima di oltre 2000 metri. Lo facevo con alcuni Alpini, anche sprofondando nella neve fino alle ginocchia, quasi tutti i giorni su ad Avelengo o di domenica (di nascosto dal mio capitano) su alla Muta.
A cavallo fra gli anni ’80 e ’90 sono stato Presidente del Club Alpino Italiano di Bologna per circa cinque anni. Ritengo un fatto molto positivo avere organizzato escursioni indimenticabili, della durata di una settimana, alla quale hanno partecipato fino a una quarantina di Soci del CAI per volta. Attraversare tutte le Alpi da Gressoney a Saas Fee, in Svizzera, scalando svariati “quattromila”, pernottando in rifugi dislocati a 3000 metri ed anche oltre i 4500 m di quota, in cordata, in mezzo ai ghiacciai eterni (capitava di non vedere una foglia, un albero verde per giorni e giorni): sono eventi che non si scorderanno mai. Il dato è positivo anche perché nelle numerose cordate dei quaranta partecipanti vi erano Soci di tutte le età (dai diciottenni agli ultrasessantenni) e di entrambi i sessi. E’ soprattutto positivo il poter riscontrare che tutti quanti hanno sempre portato a termine l’impresa. Queste escursioni si sono ripetute ogni anno durante la durata del mio mandato di Presidente del CAI Bologna.
E a pensarci bene la mia passione per il podismo viene ancora da più lontano. Nel 1946 frequentavo l’Aldini Valeriani di Bologna che aveva sede, allora, in Via Castiglione 40. Tutti i giorni, scesi dal treno, in comitiva si percorreva Via Indipendenza, a piedi. Giunto, un giorno, all’incrocio con Via Rizzoli, in corrispondenza dell’edicola esistente tuttora, sulla prima pagina del giornale “Stadio” lì per lì mi parve di conoscere l’immagine di una persona nota: …subito rinsavivo e mi riconoscevo ritratto in un cambio della staffetta. Sulla parte sinistra, in alto figuravo io, sul lato opposto, sulla destra, un mezzo busto raffigurante il notissimo ciclista velocista Leoni. Avevo partecipato al “Gran Premio dei Giovani”, corsa a livello regionale, e mi avevano scattato quella foto. Un giornale sportivo, subito dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, aveva ben poco da raccontare. Altri problemi incombevano. Ricordo che quel giorno, probabilmente per riempire le pagine, furono riportate cronache insignificanti di corse di cavalli all’Arcoveggio e poiché probabilmente era restato ancora dello spazio libero, venne pubblicata la mia foto… Comunque sia quella foto stralciata dallo “Stadio” la conserva ancora fra le più care nell’album di famiglia.
Dopo questa lunga premessa, che vorrebbe in definitiva dimostrare che forse nel mio DNA risiede una predisposizione alla corsa, ritorno a quanto detto in principio.
A tutt’oggi, a partire dal 1991-92, prima iscritto alla Podistica Persicetana, ora al Lippo di Calderara di Reno (retto da persone veramente brave come Roberto Montaguti, Gianfranco Gozzi, Bonfiglioli, Rino Serra, Franceschini e tanti altri) ho portato a termine, tra maratone, cento chilometri e ventiquattro ore, 284 gare.
Nella classifica italiana dei Supermaratoneti figuro attualmente al 6° posto. Senza togliere nulla ai cinque che mi precedono, faccio notare, però, che io ho collezionato 284 gare in 12-13 anni, mentre loro hanno iniziato a correre molto prima, anche 10-15 anni prima di me. Onore comunque a Giuseppe Togni, classe 1926, che annovera un “bottino” di oltre 600 maratone.
Scendendo nei dettagli, fra le 284 corse portate a termine posso annoverare:
1) 11 ventiquattro ore, cinque delle quali corse a Basilea. Migliore prestazione = 152 km;
2) 5 dodici ore;
3) 2 dieci ore;
4) 36 cento chilometri (12 “Passatore” Firenze-Faenza; 11 a Biel/Bienne in Svizzera);
5) 2 Tour du Mont Blanc, ognuno in 4 tappe della lunghezza equivalente a 4 lunghe, faticosissime maratone da percorrere anche ad oltre 2500 metri di altezza) in soli 4 giorni;
6) 4 Swiss Alpine Post Marathon con partenza ed arrivo a Davos, in Svizzera, della lunghezza di 70-80 km, con passaggi ad oltre 2700 metri di quota;
7) il restante ad arrivare a 284 sono maratone;
8) non sono conteggiate, nella cifra di 284, una quarantina di maratone non competitive, ma di solito molto più impegnative, portate a termine nel Veneto, nel Trentino, ecc.
9) nel 2003 sono stato campione italiano Categoria Veterani M70; titolo conseguito alla Maratona di Pisa.
Entro quest’anno spero di festeggiare la 300a maratona. E’ evidente che alla mia età punto non tanto alla “qualità”, ma alla “quantità”. Sarebbe, oltre che presuntuoso, ridicolo pensare di competere in fatto di tempi con ragazzi di 20-30 anni.
Non mi interessa il tempo che impiego per portare a termine una maratona e tanto meno una 100 chilometri: l’importante è terminarla, e terminarla in condizioni fisiche accettabili, non sfinito, nauseato dalla fatica, bensì con la voglia di correre ancora la prossima.
Ho partecipato, in circa dodici anni, a più di mille corse, competitive o meno, e posso dire di non essermi mai ritirato.
Mi sono accorto che, trascinato dai ricordi, mi sono troppo dilungato, riportando episodi e fatti che possono essere interessanti per chi scrive, ma insignificanti per chi legge. Si può obiettare che potevo accorgermene prima, ma ormai la frittata è fatta…
Veda lei, in ogni caso, se, setacciando il tutto, può restare qualcosa che possa essere degno di attenzione.
San Giovanni in Persiceto, 5 maggio 2004.
Cordialmente
Antonino Morisi




