ANTONINO MORISI

Mi raccontava che gli piaceva, ogni tanto, abbandonare il tavolo di lavoro con i suoi freddi calcoli scientifici per indagare sugli uomini: si metteva in contatto con i fantasmi del passato e li interrogava. Di Filippide sapeva tutto. Per conoscerlo meglio ha consultato storiografi antichi e s’è messo in contatto con filologici moderni; ha fatto ricerche sugli originali greci e latini, ed ha viaggiato instancabilmente in internet. Quando le fonti erano lacunose o contrastanti, ha chiesto aiuto alla fantasia di poeti e romanzieri.

Poi ritornava al primo amore del compasso, dei numeri e degli assi cartesiani, mettendoli al servizio dei supermaratoneti: raccoglieva in ascisse ed ordinate le loro imprese, e ne evidenziava i “picchi”.

Ovviamente, alla teoria dedicava gli spiccioli del suo tempo: la gran parte lo impiegava nella pratica dello sport. Sbrigava la maratona in 4h 30’; si arrampicava a Davos ed Interlaken; era in grado di girare un giorno ed una notte in una pista.

All’ultima maratona di Reggio Emilia non potemmo incontrarci in coda al gruppo per scambiarci vicendevolmente delusioni, gioie ed aspettative, essendo la griglia di partenza programmata. Fu costretto d’ufficio a stare con i primi, per essere lui “un senatore” che aveva portato a termine tutte le edizioni. Nel recarmi nella mia zona abituale, lo scorsi da lontano fra gli altri concorrenti, lo chiamai per nome a gran voce e lo salutai. Antonino si girò verso di me: rividi i suoi capelli bianchi ordinatamente ravviati all’indietro, il viso gentile e la figura snella sorretta da gambe forti. In risposta al mio saluto, portò lentamente il braccio in alto e, con il palmo della mano aperta, cominciò a farlo ondeggiare. M’impressionò molto quel movimento prolungato e cadenzato dell’arto superiore. C’era un non so che di misterioso in quella mano che si agitava nell’aria, come volesse sventolare un fazzoletto. Non capii che non era un saluto ordinario: era il saluto per sempre!

Aveva percepito che la sua ora era giunta, e non volle essere trovato immobile ed agonizzante in un letto ad aspettarla. Impavido, l’affrontò di petto, prese la bicicletta e le andò incontro!

Ora corre in compagnia di Filippide. La sua sete di sapere è soddisfatta: finalmente, sa come si svolse la leggendaria corsa fra piante di finocchio selvatico in quell’afosa giornata d’agosto del 490 A.C.

I due, fra un allenamento e l’altro, si guardano e sorridono: “Quante stupidaggini dicono (e fanno) gli uomini laggiù!”.

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