Attraversare l’oscurità…

Caro lettore, adorata lettrice,

se te ne parlo, non è tanto per raccontarti nei dettagli della mia ultima gara, anche se ti ho già abituato, e spero non stancato, con resoconti simili (se ti va, puoi rileggerti Il Passatore è questo e Il Passatore è (anche) questo).

Se te ne parlo, è perché la mia vicenda personale mi ha indotto a riflettere sulla nostra condizione di essere umani, su ciò che siamo tu ed io, ciascuno di noi. Esseri limitati, eppure grandi.

A te stesso/a puoi confessarlo: quante volte hai avuto voglia o paura di mollare? Io, tante. Eppure, c’è un “eppure”.

Sarà stata la promessa fatta a qualcuno, la voglia di non deludere chi ci ama, l’ostinata determinazione che ti porta a tagliare un traguardo, la tenacia e la follia, l’incoscienza di chi non sa arrendersi: resta il fatto che, quando si ha un perché, tutto, o quasi tutto, diviene più sopportabile. Nietzsche docet.

E tu ce l’hai un perché? Mi raccomando, cura che sia grande, che sia nobile, che sia forte: ti sosterrà nei momenti peggiori, in cui pensi di non farcela più e di essere prossimo alla débâcle. Non tutto dipende da noi: le forze possono non bastare, i nervi non essere abbastanza saldi, le gambe non sostenerci più. Cosa ci resta, in momenti simili, se non una ragione sufficiente per attraversare, a piedi nudi e mani sanguinanti, l’oscurità?

Il bello è che, se lo facciamo, se non cadiamo per strada, alla fine, la luce ritorna. Puntuale. Come ad ogni alba.

E allora avremo una forza nuova e qualcosa da raccontare. Con parole luminose. A chi ci ama, ma anche no. A chi ha voglia di ascoltarci.

Per la cronaca: non sono mai stato così vicino ad alzare bandiera bianca, eppure il mio terzo Passatore l’ho portato a termine, arrivando da Firenze a Faenza, alle nove e mezzo del mattino, dopo una notte da inferno. Per via di una congestione, avevo rimesso cinque volte di seguito, una dietro l’altra; non ho potuto più bere, se non a piccoli sorsi, e non ho potuto nutrirmi come necessario. Il mio calvario è durato 18 ore e 29 minuti, per metà del tempo sotto la pioggia. Ho dovuto camminare dal 54mo km al 93mo, quando il mal di stomaco mi ha dato tregua e ho potuto riprendere a correre fino al traguardo.

Ma ho anche avuto la fortuna di avere accanto un amico che non mi ha lasciato solo e tanti, tanti altri che mi attendevano, compagni di strada e di fatica: di pazzia e di passione.

Per fortuna, ho potuto almeno bere del caffè, in notevole quantità e, per una volta, con molto zucchero. Era del buon caffè: come quello che, ora, auguro anche a te.

POST SCRIPTUM:

Purtroppo non conosco i loro nomi, ma devo un grazie di cuore a tutto lo staff del Pronto Soccorso di Casaglia. La vostra umanità e gentilezza, prima ancora che la vostra scienza, mi hanno rimesso in sesto: «Balto, sarei stato perso senza il tuo aiuto».

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