200 SUPER AUGURI A SUPER SANDRO BOGLIONI

Imperiosi gli ordini dell’amico Stefano deus ex machina di questa importante manifestazione internazionale, mentre il Presidente Gregorio

oggi farà il supervisore. Incontro subito il fratellone Gigi, compagno di squadra e di tante avventure; un attimo di imbarazzo ma poi la voce del sangue prende il sopravvento e ci abbracciamo come due vecchi amici che non si vedevano da anni; due lacrime mi rigano le guance e lavano via il rimorso di aver trasgredito ad una prescrizione.

Aria di festa appena entrati nell’arena, tutto perfetto, tutto in ordine, una fila sterminata di tavoli e gazebi contrassegnati ognuno con il numero di pettorale; sarà la zona personale sia di ristoro che di riposo.

Mi assegnano il pettorale numero 42 che farebbe invidia anche a Sir Marathon, il numero 41 appartiene a

RoSSeLLa Mulan la guerriera con tanto di codino, mentre il 43 all’amico Luciano Ferrari da Sondrio-Livigno.

Sento il peso di tutti questi amici ritrovati; ci sono i presupposti perché sia una giornata di festa, ma sono sicuro che qualcosa non collima a cominciare dalla cerniera della borsa che ha i denti accavallati e non si apre. Cerco di fare ordine scegliendo cosa disporre sul tavolo e cosa mettere da parte ma la testa è lontana. Preparo la cassetta dei miracoli con cremine, gel, integratori, ogni tipo di carboidrato, biscotti di 4 marche diverse, bevande di tutti i tipi, caramelline e caramellone pensando di attingervi in caso di SOS, ma anche questo non mi tranquillizza; di questo mucchio selvaggio e disordinato ne pagherò le conseguenze.

Finalmente si parte e tolta la mascherina si comincia sul serio. Va tutto troppo bene; non fa troppo caldo e in qualche punto addirittura tira un venticello fresco e la strada scorre da sola sotto le scarpe.

Noi di Atletica franciacorta siamo in sette; Mattia, Ale Alessandro,Aldo, Gigi, il Tato         Luca

, Marco e io il vegliardo del gruppo; bella soddisfazione vedere tanta gente della propria squadra iscritta ad una ultramaratona, come si dice “le piccole donne crescono”.

Per fortuna o per troppo zelo, i giudici ci marcano a vista e fanno rispettare le regole a questo branco di pecoroni indisciplinati perché sono/ siamo troppo contenti di poter finalmente correre con un pettorale appeso sulla pancia; si perché dove una volta c’era quasi una tartaruga, adesso è rimasta solo la gobba e qualche kg di troppo che di certo non aiuta. Dicevo dei giudici severi e in cuor mio pensavo fosse una tattica: mostrare subito i muscoli per placare da subito gli animi bollenti; sbagliato tutto, fino all’ultimo minuto non ci hanno mai concesso la minima trasgressione e comunque anche a loro vanno i miei ringraziamenti per non aver mai mollato.

Inspiegabilmente al km trenta cominciano i crampi alla coscia sinistra; mi faranno compagnia mordicchiandomi anche coscia destra e polpaccio sinistro fino al km 66. A nulla valgono integratori, bustine di polase e simil prodotti, mi auto massaggio manualmente e ripetutamente con vari unguenti alla Cagliostro ma è tutto inutile. Si dice che le cose fatte a mano hanno maggior valenza ma le uniche cose fatte a mano che mi riuscivano davvero bene, risalgono ad oltre 40 anni fa; erano di sicuro ludiche ma assolutamente prive di valenza sportiva…..

Gigi mi supera ripetutamente e mi incita ogni volta con “Vai maestro” ed Andrea

lo copia; in breve divento il maestro di tanti ed ironia della sorte trovo sul percorso una bellissima biro che sicuramente qualcuno ha perso. Ancora non ho capito come si è arrivati al titolo di maestro, ma entro subito nella parte cercando inutilmente compiti da correggere o voti da assegnare. Al terzo giro, sempre trascinando i piedi abbandono l’idea del maestro, ripongo la biro nella cassetta dei miracoli; nelle condizioni in cui sono sicuramente non firmerò autografi e probabilmente nemmeno assegni in bianco, non hanno valore quando sono compilati in stato catatonico..

 

Passano anche i crampi ma ora già le ombre si allungano ed in breve arriva il buio, il primo Garmin mi abbandona senza alcun avviso anche se il counter ufficiale dei giri mi ha mangiato due giri, con tanto di prove alla mano non protesto, tanto peggio di così non può andare.

 

La sera non mi aiuta anzi, decidendo di cambiarmi anzi tempo è come se autorizzassi il freddo ad accanirsi su di me; mi cambio ancora una volta ma non c’è storia, cammino piano cercando di non respirare a fondo, il mio corpo a contatto con gli indumenti bagnati si raffredda ad ogni respiro e combatto in tutti i modi con le armi che ho a disposizione: Coca Cola, acqua, succo di frutta gusto mela polposa, marmellatine e fette biscottate. La cassetta dei miracoli non mi aiuta vorrei mangiare qualcosa che non trovo , che magari non ho portato, che forse ho posizionato nel posto sbagliato.

 

Mattia, sfinito dopo la sua scriteriata galoppata iniziale, sta camminando lentamente; accolgo il suo invito di fare qualche giro insieme ma peggioro la situazione. Sono completamente congelato e mi cambio per l’ennesima volta e sembra di sentire un miglioramento che svanisce come il sapore della cioccolata; poco dopo averne mangiato nemmeno si ricorda più il sapore.

 

Mi sento solo, i miei riferimenti non esistono, il tempo sul giro mi confonde, qualcuno si ferma e riposa, anche Mattia si ferma, gli presto la coperta e in capo ad un giro è nel mondo dei sogni. Ho perso la cognizione del tempo e nemmeno capisco come sto andando; parecchi mi superano veloci ma tra un sorpasso ed il successivo mi sembra passi moltissimo tempo, attendo ogni sorpasso di un amico come una boccata di ossigeno.

 

Non è cattiveria se spero di non essere il solo in crisi sparata, ma tutti sembrano meteore che si perdono davanti e nell’arco di pochissimo tempo si allontanano dalla mia vista.

Sin dall’inizio instauro un rapporto speciale con

Nicolás De Las Heras

; è un fortissimo atleta spagnolo conosciuto alla Ultrafranciacorta del 2019, non perdiamo occasione di incitarci a vicenda ma siamo agli estremi opposti: Nicholas galoppa sicuro saldamente in testa alla classifica, io arranco nelle ultime schiere aspettando un miracolo che cambi le mie sorti.

Mattia decide di fermarsi definitivamente; ha avuto coraggio di provarci, ma il conto è impietoso.

Altra sosta ai box; mi avvolgo nella coperta e la stanchezza sta prendendo il sopravvento; il mio regno in cambio di un caffè, ne sento il profumo ma la realtà mi colpisce come un diretto di Mike Tyson: è solo un sogno dal quale mi risveglio bruscamente, devo andare devo andare.

La strada mi chiama al pari delle sirene di Ulisse; non vorrei cedere ma proprio non resisto alle tentazioni e, pur consapevole di cosa mi aspetta, riprendo a trascinarmi lungo il percorso come un serpente ubriaco.

Un compagno di avventura approfitta della coperta e sotto il peso della fatica cade addormentato sulla borsa contenente tutto il mio abbigliamento di ricambio; stringo i denti o meglio batto i denti ma non me la sento di svegliarlo, l’alba ormai è prossima e gli spettri della notte finalmente se ne andranno anche questa volta.

E’ l’alba, ci vorrebbe proprio un ettolitro di caffè bollente per tirarmi in piedi e invece affondo i dispiaceri nell’ultimo bricco monodose di succo di frutta al gusto mela polposa; sabato pomeriggio tutte le bevande erano troppo calde, adesso è tutto troppo freddo, la pena del contrappasso dell’inferno dantesco ancora non passa di moda…..

Mi sento uno spettatore minimamente coinvolto in questo melodramma casereccio; qualsiasi azione mia non sembra avere risultati tangibili. Corricchio ma resto indietro, cammino ma arranco, cerco di ingerire qualcosa senza risultati, fisso l’obiettivo di correre fino al terzo palo o alla curva in fondo ma spesso la mia corsa finisce anzitempo quasi che una mano contrasti il mio avanzare.

Viaggio circa al 50° posto, ma al giro successivo sono 30° e poi 20°; tutti i ritirati quale sia il kilometraggio percorso sono stati tolti dalla classifica e in fondo sembra una scelta corretta; non c’è dubbio sul significato del termine ritirato.

Faccio l’inventario: le gambe ci sono, la testa anche, non ho dolori particolari, non sono troppo stanco ma mi vedo attraverso un vetro smerigliato che confonde il tutto senza contorni definiti o sensazioni precise; so solo che è difficile andare avanti, sempre più difficile.

Si accenda a mia insaputa la macchinetta dei pensieri positivi, non ricordo quale arte marziale sfrutti l’energia dell’avversario, ma smetto di combattere e di accanirmi e come per miracolo tutto cambia. Interessa niente se mi superano, se farò pochi kilometri, se ancora una volta mi sentirò in dovere di giustificare la mia scarsa performance, sono qui per divertirmi e la festa inizia alle 5 e 40 di domenica mattina.

Mancano solo poco più di 4 ore e mezza ma adesso viene il bello, solo adesso vedo parecchi tavoli sgombri perché tanti hanno mollato, solo adesso vedo gente che zoppica, solo adesso vedo tanti amici che faticano, compagni di strada che caparbiamente vanno avanti. Dio santo ho impiegato quasi 20 ore per capire che bastava cambiare gli occhiali, che bastava cambiare punto di vista e fanculo le duecento maratone se ancora mi areno di fronte a queste cose. E con tutte quelle parole negative presenti nelle frasi scritte, poi mi chiamano maestro; in castigo dietro la lavagna questo è il mio posto altro che maestro.

Sai che bello bere Coca cola senza il timore di effetti più o meno spiacevoli, che soddisfazione affrontare la discesa che porta in pista correndo solo per distanziare l’amico chiacchierone con cui ho percorso parecchi giri e non essere ammonito dai giudici, che gioia incitare Fiorenza che è piegata in due da sette ore ma non molla, e doveroso a questo punto ringraziare i giudici che mi tenevano all’erta con la loro sorveglianza serrata ma intanto ho fatto un altro giro e poi un altro e poi un altro ancora: grazie ragazzi, grazie di cuore.

Questa è la mia 24 ore bonsai, ridotta come tempo ma carica di emozioni; la mia notte è stata davvero buia ma l’alba splende di sicuro, il maestro Angelini ha deciso di camminare fino alla fine e inanelliamo parecchi giri chiacchierando di olive, di caccia, di corse, di fiori, di programmi futuri ma nessuno pensa di lamentarsi per i dolori o malesseri vari.

Questo è lo spirito dell’ultramaratona, liberare la mente, fare il pieno di serenità, sorridere e naturalmente andare avanti.

Claudia per il male di piedi cammina senza scarpe, lo zio

Stefano brontola come un vulcano inferocito, Gigi è tornato nel gruppo,

Paolo il coach riposa sul materassino ma le sue donne non hanno mai mollato,

Oscar è contento perché le scarpe vecchie fanno meno male, Rossella purtroppo ha mollato dopo aver lottato fino in fondo; era talmente pallida che di notte si intravedeva la sua posizione….,

 

Giuliano e Silvana camminano imperrterriti.

 

L’ultima ora come da copione passa in un lampo; siamo alla fine anche di questa avventura e non ci sono parole per descrivere le sensazioni; l’adrenalina fa il suo dovere e si mescola alle emozioni;

 

Paolo scoppia a piangere, anche Giuseppe è commosso, Stefano è il nuovo Campione Italiano sulle 24 ore e corro gli ultimi minuti insieme con il campione spagnolo Nicolas; il suo ultimo invito “Vamos companiero” non cade nel vuoto.

 

Corro gli ultimi minuti a perdifiato e sulla sua scia, al secondo sparo appoggio il mio segnale numerato rigorosamente un metro dietro a Nicolas e ci abbracciamo con le foto di rito; sarà difficile dimenticare il sapore di questa avventura.

 

In classifica sono ritornato ad essere oltre la cinquantesima posizione perché tutti i ritirati sono stati reinseriti, ma sapete cosa vi dico? Non è un problema mio.

 

Un grazie speciale a tutti quanti hanno permesso tutto questo, ai partecipanti, all’organizzazione, ai pompieri che sono intervenuti tempestivamente, ai giudici, alla mia società, e a tutte le moglie e i mariti che sopportano questa passione smisurata e si sforzano di non mandarci ( magari di corsa) a quel paese.

 

Forse sono andato un poco lungo , ma anche un 24 ore non scherza; se vi siete ritirati anzitempo dalla lettura, non preoccupatevi, resterete comunque in classifica.

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