Si racchiude in questa celebre frase del Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio tutto il sentimento che lega gli uomini a questa terra. C’è una lapide con questa frase proprio davanti alla sua casa nella piazza di Alba. Sono le cinque di mattino del 29 ottobre 2017. E’ l’alba di una nuova vita. E’ tornata l’ora solare e dovrebbe venire chiaro prima. Sono due notti che vago tra alterne vicende per approdare in questa piazza ad aspettare un’altra alba: proprio nella piazza di Alba.
Tra quattro ore parte la Ecomaratona del Tartufo Bianco di Alba. Ci sono un po’ di transenne e una marea di chioschi ancora che testimoniano il passaggio di migliaia di persone durante le otto domeniche della lunga fiera autunnale del Tartufo con tanto palazzetto di esposizione.
Il tubero attira e il territorio di Alba ne vive. Apre il primo bar e dopo un paio d’ore fa chiaro e arrivano i primi corridori. Pochi i Soci del Club perché a 50 km c’è la Maratona di Torino che con 1.365 arrivati è grande sei volte e ha spostato l’attenzione su di lei. Il vizio assurdo dei calendari asincroni continua, ma ormai più nessuno si scandalizza e i maratoneti si godono la ricca offerta. Qui a correre c’erano i buongustai che non hanno sfidato le polveri sottili di Torino. Ad Alba gli arrivati son stati 233, più 20 dispersi categoria a cui mi onoro di appartenere. Il tempo limite di 6:30 ha infierito sul dieci per cento dei partecipanti che come me facendo di necessità virtù, senza ambizioni di classifica o tacca hanno gustato il percorso, tra questi anche dei giapponesi popolo saggio e ottimi compagni di viaggio.
Non penso costi molto all’organizzazione portare a 8 ore il tempo massimo come la Ecochianti di 2 settimane fa, attrarrebbe più stranieri. In fondo si correva su strade aperte, non c’era chip ne controlli, per i ristori gli ultimi come al solito si sono accontentati delle fontanelle che per fortuna in Piemonte ci sono ancora e infine il buio arriva alla nona ora. Ma ognuno fa le sue scelte.
Partito alle 9 al secondo chilometro ero già in totale solitudine. Le numerose balise mi hanno guidato per i restanti 40 km. Al quinto ho incrociato la camminata non competitiva e con summo gusto dopo 7 anni son riuscito a superare anche qualcuno.
Al decimo km a Barbaresco ho dato l’addio a tutti partecipanti dopo la discesa dal Torrione il “signor nessuno” va in contro al nulla assoluto. C’è un gazebo uscendo dalla piazza, a cura della Proloco e dell’Enoteca Regionale, dove dicevano “è possibile degustare il prezioso vino Barbaresco servito nei calici!”, restano solo calici spezzati e due bottiglie vuote. Vuota è la strada, vuoti i tralci, vuoti i cortili, le corti, le osterie le bottiglie…
Al km 19 ormai della Ecomaratona si son dimenticati tutti. Qui a Neive c’è un Matrimonio con gran fila di auto con fiocchi e madame incipriate. I carri sgasano troppo e la salita è tossica. Mi fermo a guardare i menu dei ristoranti e la degustazione col tartufo bianco va dai 150 ai 200 euro. Mi accontento di un Enervit e rimando l’appuntamento alla sera. Di Neive alto diceva il programma della Maratona, “piacevole novità di quest’anno, sarà la Bottega dei Quattro Vini che propone un secondo speciale ristoro enoico, e un prestigioso premio in vino per il primo concorrente maschile e femminile al passaggio prospicente la Cantina, nel cuore del bellissimo borgo di Neive alto”. Dei quattro vini non ne trovo neanche uno, anche qui aspettiamo stasera… per fortuna c’è una fontanella.
E così passo la mezza e salgo verso Treiso. Poco traffico anzi niente, è bello fare il disperso da queste parti. Si galleggia sulle colline. Ripenso ai tanti libri letti su queste vigne, al vino, al sangue, agli amori. Fenoglio, Pavese, Monti, Lajolo, Arpino, addirittura Alfieri. Ma qui è tutto intriso di Beppe Fenoglio e dei racconti sulla Resistenza, sulla liberazione di Alba da parte dei partigiani, durata soltanto 23 giorni e costata tanto sangue e sogni spezzati: “Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944”.
Mentre corro in discesa ormai al tramonto scendendo da Treiso “on my own”, “dimpermè”, insomma da solo, mi sento leggero e imprendibile e penso a Johnny il partigiano sognatore, a quei giorni lontani, a come era lui e come son diventato io e a una frase in cui c’era tutto e in cui si riassume tutto anche questa Ecomaratona solitaria ma letteraria: “Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione di impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita…”
Arrivo ad Alba che è quasi buio. Hanno smontato tutto e la piazza è traboccante di visitatori della Fiera dal Tartufo. Vedo la Casa di Fenoglio ma la domenica è chiusa. Mi districo in fretta dalla folla e mi butto in macchina verso Santo Stefano Belbo.
Dalle colline mentre correvo lo sentivo che mi chiamava. Lo sentivo. Lui è stato un compagno fedele del mio cammino negli anni del Liceo e ancora adesso specie nei giorni tristi e malinconici come questo lo sento che mi chiama ancora: Cesare Pavese. La fortuna vuole che l’ultima visita guidata è stata ritardata per aspettare un bus di Accademici provenienti da Roma. Parte così alla 18 un giro per i luoghi Pavesiani attraversando i Santo Stefano Belbo, la fondazione di Studi Pavesiani, la falegnameria del Nuto per concludersi nella Casa Natale. Un fantastico giro notturno durato due ore dove Pavese che io chiamavo “il mio fratello triste” mi ha dato ancora una la volta la mano. La banda dei professoroni è veramente molto preparata e mettono in difficoltà la guida e il vicesindaco che ci accompagna. Son venuti fin quassù per onorare un membro della loro “Accademia” Franco Piccinelli, giornalista radiofonico e scrittore scomparso tra anni fa.
Anch’io sono venuto qui a onorare il “mio fratello triste” tante volte. La prima volta fu nel 1980 per fare la tesina della maturità. Ricordo che la Casa Natale era chiusa, però mi dissero di andare a parlare dal Nuto, il compagno d’infanzia di Pavese. Era nella sua falegnameria, ma era tardi chiamò così la moglie e mi invitò a cena. Davanti a un piatto di minestrina e un buon bicchiere di rosso mi raccontò dei tanti anni passati col come lo chiamava lui per il suo naso adunco “al gal vistì”: il gallo vestito. L’amicizia era uno scambio di informazioni, Pavese gli raccontava della grande città e il Nuto dei personaggi e le storie di paese, ma quando parlava delle donne sempre una grande tristezza scendeva nella cucina, scuoteva il capo e anche se erano passati 30 anni non capiva il perché di quel gesto estremo.
Anche i professoroni alla fine del giro si son messi a disquisire sul perché del suicidio di Pavese cercando risposte nello spirito, nella fede, nell’amore, nella immaturità e avanti… Ma il mistero della sua morte è stato sempre il momento più profondo della sua esistenza. In tanti momenti come questo sento vicino “il fratello triste” che ha amato troppo e troppo ha sofferto fino a perdere ogni difesa. Nel suo diario letterario del Mestiere di Vivere ha scritto: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela la nostra nudità, miseria, infermità, nulla”.
Lascio Santo Stefano Belbo per raggiungere un altro angolo di mondo dove ho lasciato pezzi del mio cuore: Barolo. Lì c’è il Ristorante giusto per festeggiare la Ecomaratona del Tartufo Bianco on my own: Tartare, Tajarin e Ov con delle belle grattugiate del divin tubero, con un irraggiungibile Barolo del 2009. Dopo due notti all’agghiaccio mi aspetta un amato B&B in cima al paese. La culla che mi aspetta è calda, ma non è quella che ricordavo, non riesco a dormire neanche stanotte, troppe emozioni troppi ricordi, come se la mia vita mi avesse presentato il conto tutto di colpo. Fa troppo caldo apro la finestra. Dall’alto del paese di Barolo si dominano metà delle Langhe, paesini come presepi, la luce di Torino a ovest e a sud nel buio oltre le montagne ci sarà la in fondo anche il mare che mugugna e una nave che è un puntino lontano come la speranza.
Da una casa vicina qualcuno mi guarda, con sospetto giro gli occhi e vedo una gatta ad una finestra antica. Mi guarda come se si fosse innamorata di me, ci fissiamo a lungo. Poi stacchiamo lentamente gli sguardi. I nostri occhi vanno nella stessa direzione fino all’ultima collina.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)


