Però, le ‘rare’ volte che calzo le scarpette, metto su chilometraggi non indifferenti, anche se qualsiasi distanza vale per uno, sia che si corra su una pistina ciclabile a Calderara sia che si vada su e giù per i monti durante un giorno e una notte intera… Eccomi dunque alla Abbots way (l’inglese, invece del latino “Via Abbatum”, si giustifica solo perché era irlandese colui che la aprì, San Colombano), corsa tale da spaventare i comuni maratoneti: credo che, a parte il Tor des Geants, sia il trail più lungo in Italia (125 km ufficiali, a cui ciascuno di noi ne aggiunge vari a seconda degli errori di percorso che fa, o anche semplicemente per evitare solchi, pozzanghere e laghi più che può, o addolcire un’erta con qualche serpentina in più).
Secondo l’ultima versione della classifica (faticosamente recuperabile dai due siti dell’organizzazione, che sono forse la cosa peggiore di un allestimento tutto sommato buono), nella corsa individuale siamo arrivati in 102 (più 13 staffette a coppie e 23 a quattro componenti: quest’ultima categoria non si aggiudica punti-Liccardi perché la percorrenza di ciascuno sta intorno ai 30 km), con un calo del 10% rispetto all’anno scorso. I primi, degli autentici mostri, impiegano 16 ore e 11 minuti (l’irlandese Murray, primo uomo), e 16.52 Lisa Borzani, prima delle 9 donne classificate: la loro bravura consente di percorrere di notte solo 3-4 ore, su sentieri più agevoli rispetto alla terribile discesa dal Monte Lama (tra Bardi e Farini, terza frazione, verso il km 80) che invece a noi comuni mortali tocca nel buio più completo. I tempi sono comunque più alti di un’ora e passa rispetto a quelli del 2012: Fabio Granzotto, secondo, ha impiegato 1 h 20 più del suo tempo precedente; lo svizzero Christian Schneider, plurivincitore della manifestazione, fino all’anno scorso è stato sulle 14 ore e mezzo, adesso finisce terzo in 16h 41: suppongo sia per il caldo, rispetto alla rinfrescante pioggerellina dell’anno passato. Ma per quanto mi riguarda posso tranquillamente ammettere che sto invecchiando (al traguardo intermedio di Bardi ho impiegato un’ora in più), e non io solo: la ‘nostra’ Adele Rasicci figura tra le classificate del 2012, ma quest’anno i suoi occhi hanno brillato solo in partenza, e non so fino a dove; certo non a Bobbio.
Il confronto più calzante si può forse fare con la Lavaredo Ultra Trail, poco più corta (120 km) e con dislivello poco superiore (6000 contro 5500 metri): dove però si corre su sentieri segnati dal Cai o dalla regione, in genere ben livellati, e per giunta sempre in gruppetti data la numerosità dei concorrenti, dunque la possibilità di perdersi è quasi nulla. Qui, il sottoscritto e altri due (uno dei quali reca l’illustre cognome di Paolo Bucci) si sono persi, indipendentemente, verso il km 100, imboccando un sentiero costeggiato da pali contrassegnati in bianco e rosso (cioè i colori normali della Abbots), ma che non erano i nostri! Poi è stato tutto un andare in alto per vedere più in esteso, in basso per trovare campo onde telefonare agli organizzatori, ecc. Tra un’ora, e un’ora e mezzo se ne è andata così. Poco avanti a me (alla fine ci separeranno 1 minuto e 44 secondi) stava lo squisito e premuroso collega Raffaele Carli, che potrà raccontare lui pure le proprie eventuali deviazioni; ma nel trail si sa che queste cose possono succedere: come si diceva quand’ero bambino, fungono da “scantacaioun”, e in fondo fanno parte del divertimento.
Che comincia fin dal momento di trovare alloggio a Pontremoli: a differenza dell’anno scorso, quando trovai posto senza difficoltà in un albergo centrale semideserto, quest’anno (dicono, per una gara nazionale di pesca) erano esauriti già 8 giorni prima tutti gli alberghi e B&B entro un raggio di 10 km. Nessun aiuto viene dalla Pro Loco (che è chiusa anche negli orari d’apertura, e mi risponde solo il giorno prima della trasferta dandomi il telefono di un B & B che era esaurito da una settimana); ma per fortuna gli organizzatori (che rispondono ai nomi dei “Lupi d’Appennino” Elio e Armando, trailers di lungo corso) hanno predisposto alloggi a modico prezzo o offerta libera nel castello comunale, nella storica abbazia e nel vecchio e grande seminario ora disabitato per la crisi delle vocazioni.
Dopo avere, come al solito, perso la coincidenza ferroviaria a Parma (stazione in perenne ristrutturazione, continui cambiamenti di binari – anche non annunciati – e che per evitare mugugni ha abolito l’ufficio reclami), ed essere arrivato a Pontremoli con l’ultimo treno utile per sentire il briefing (il treno è popolato solo da podisti), punto sul seminario, il più vicino alla partenza, e l’unico che dispone di camere a 2 o 4 letti con bagno interno e acqua calda, sebbene senza lenzuola e asciugamani: siamo in totale in 8 (prevalentemente da Viadana, nessuna donna, ehm ehm, e tutti temprati alle ultra), la chiave è una sola e se l’aggiudica Alfredo Panicali, con cui ci incamminiamo verso la rituale cena convenzionata a 15 euro dalla fisicamente dotatissima Norina (vi ometto la malignità di un cliente abituale, sul modo che avrebbe di ‘macchiare’ il caffè – di fatto sta che le bustine di zucchero hanno forma di cuore).
Sonno tranquillo (siamo così pochi che quasi tutti optiamo per una camera singola), e al mattino si pongono i problemi che non toccano ai maratoneti stradisti: come vestirsi, data la variabilità del clima in un giro così lungo tra le montagne (sono previsti sbalzi tra i 200 e i 1200 metri, e pioggia in arrivo dopo le 24 ore di corsa); cosa mettere nello zainetto obbligatorio (per dire: impermeabili, vestiti pesanti, bastoncini, calze di ricambio, quali e quanti cibi o liquidi…); cosa mettere nella borsa dei ricambi intermedi (a Bardi, dopo 65 km e presumibilmente a ridosso della sera); e infine tutto il resto da spedire a Bobbio. Sono il più lento nelle scelte, e alla fine toccherà a me, ultimo rimasto, di chiudere a chiave il seminario, in attesa del prossimo prete (noi supermaratoneti un Vescovo l’abbiamo già; ci vedrei bene un cardinal Liccardi a gestire l’edificio e una sora Catarina a raccogliere le offerte; lasciamo pure le abbazie, o meglio le ex abbazie trasformate in resort di lusso, per i ‘poveri’ governanti più o meno mortadellai).
Per la prima volta (ahi la vecchiaia) nello zaino da trasportare metto anche gli occhiali, casomai dovessi consultare la cartina; e nella borsa intermedia metto un ricambio completo, scarpe incluse. Parto su delle Saucony di due anni fa, con oltre 500 km all’attivo, e a Bardi mando delle North Face che stranamente usai solo nel 2006-2007, al Cromagnon e alla Valdigne (dunque 190 km in tutto) poi più, e quasi non sapevo di avere ancora. Mi verranno mooolto utili, sebbene le unghie degli alluci non gradiranno affatto.
Si parte alle 8, da una piazza su cui svetta il cartello “Parcheggio a lisca di pesce / No a pene di segugio”; 3 km di strada, poi sentieri lastricati attraverso villaggetti deliziosi, in tenue salita. Bellissima paesaggisticamente tutta la prima parte, col valico dell’Appennino al Borgallo-Brattello e un bel tratto di crinale (sotto cui passa la galleria ferroviaria), e discesa su Borgotaro dove è il primo posto-tappa, con un ristoro un po’ più abbondante, servizio medico (ma non hanno una pomata analgesica, per una caviglia che già mi fa male!). Da qui tiro fuori e ‘indosso’ i bastoncini, dato che mi aspetta una salita faticosetta, oltre tutto sotto il sole del primo pomeriggio, e una lunga serie di guadi e tratti fangosi. Dopo lo scollinamento, è una sequenza di villaggetti meravigliosi quantunque tutti rigorosamente in cima alle colline (ricordo Osacca e Brè: quest’ultima anche per una deliziosa fontanella di acqua freschissima, che alle 5 del pomeriggio crea un angolo di paradiso).
Brutta, piena di sassi, la discesa finale e la risalita su Bardi, dove è allestita una cena in piena regola, anche ‘facilitata’ dalla cortesia delle addette che si offrono di servirti al tavolo; oltre alla possibilità di lavarsi e cambiarsi. Sosta di 50 minuti (sono già passate 12 ore); per la prima volta in vita mia cambio le scarpe in itinere: finora, al massimo sostituivo le calze all’intermedio di Courmayeur durante l’Utmb – un’altra che vale solo per uno, ehm ehm! -; stavolta ho imbarcato tanto fango e umido e vesciche che mi risolvo al cambio totale.
Cambio di breve utilità, perché dopo 3 km, nella salita del monte Lama, siamo di nuovo già tutti finiti dentro a qualche fossa o pantano; e nella discesa mi capiterà pure cadere (cosa che le costole ricordano tuttora), oltre che di graffiarmi a ripetizione coi rovi (ma non avevo previsto le calze lunghe, e la calzamaglia intera mi farebbe troppo caldo). In funzione anti-acqua e anti-vesciche, un collega (non gay) indossa dei calzini di nailon da donna: non si è mai smesso di imparare!
Alle 21,15 è ora di accendere la lampada frontale, e anche di vestirsi per benino. C’è uno stellato talmente favoloso da far dimenticare le angustie del momento: peccato che le stelle siano tanto luminose da confondersi colle non frequentissime gemme catarifrangenti dei segnali indicatori, e almeno un paio di volte mi capiti di dirigermi verso una stella, come nell’Isola che non c’è.
Un supplizio di Tantalo il tratto da Bruzzi (nuovo ristoro, km 85) a Farini (terzo punto tappa al 95, con pranzo al tavolo in ambiente tenuemente riscaldato: sosta 20 minuti), parallelo a strade asfaltate e centri abitati, ma sempre in cerca dei sentieri fangosi e sassosi; insomma, stando ai rilevamenti del Championchip, io scivolo dal 68° all’85° posto, e dunque meriterei il premio Bersani (ex presunto benzinaio di quelle parti), da assegnare a chi riesce a dilapidare il maggior vantaggio tra l’intermedio e il finale.
Spunta l’alba, in un paese che forse si chiama Nicelli, o Mareto (ovviamente sui sentieri non mettono i segnali stradali: comunque, sempre il bacino elettorale dell’ex e forse futuro benzinaio), pieno di scritte, secondo la tipica mentalità italiota del “viva l’ecologia, ma non sotto casa mia”, contro una pala eolica piantata sul vicino monte Aserei, e che impedirebbe il pascolo delle vacche. Io mi appellerei a don Chisciotte, invece qui hanno come modello l’intelligenza televisiva e manifestano con “No pala, no party” (che a rigore vorrebbe dire: se non ci date la pala noi non facciamo festa). Difettano invece le indicazioni del sentiero da imboccare: i villici dormono ancora, e qui ci perdiamo, saltando anche un ristoro (così ci faremo 30 km sopravvivendo solo con le nostre scorte). Il consiglio dell’organizzatore Elio è di tenere il nord-est, cioè lasciare il sole, finalmente sorto, a destra: funziona, e alla fine, scavalcando recinzioni spinate, calpestando prati (così le vacche bersaniane soffriranno per qualcosa di diverso dalla pala), e molto adrenalinici (per la rabbia, ne sorpasso dieci da lì al km 115, e udite udite, alla fine sarò 77°), arriviamo allo scoccare della 25^ ora alla Sella dei Generali, uno spelacchiato passo anonimo, a 1200 metri, dove non c’è né ristoro né controllo, ma solo un pullmino per eventuali ritirati.
Quanti km in più? I due Garmin che ho preso si esauriscono, il primo dopo 10 ore e circa 50 km; il secondo (acceso ovviamente dopo lo spegnimento del primo) dopo 13 ore e 53 km (quelli notturni). Il resto è nel mio Casio da 15 euro (senza Gps) e nella mente degli dei; diciamo che starò più vicino ai 130 che ai 128: ma tanto, l’inflessibile regolamento supermaratonico me ne ‘valida’ solo 42. E pure circa l’altimetria ci sarebbe da aggiungere qualcosa ai 5500 metri ufficiali; non solo per la nostra salita da “scouting” dopo lo smarrimento, ma anche per la presenza di salite non riportate sulla mappa ufficiale: che per esempio segnala una discesa costante, dalla Sella dei Generali a Pescina e a Coli: mica vero! Ci sono almeno due salite, su sentieracci torrentizi, più una salita questa volta segnalata, di un km abbondante, dopo Coli al km 118.
Ho sempre impressa l’immagine di Panetta, in una maratona di Venezia cui partecipai, che si ritira al km 39, e dunque, contro la volontà del mio fisico, cerco di non imitarlo; a trotto assai stanco arrivo al Ponte Gobbo di Bobbio, cammino fino all’ingresso nel rettilineo finale (crudele mini-salitina), dove riesco a correre ai 7:30 a km; una ventina di spettatori mi gratifica di complimenti poco meritati, e soprattutto l’egregio Carli porge i primi conforti. Dietro ne sono rimasti meno di trenta: solo uno, dei miei compagni ‘seminaristi’, arriverà; mentre sopraggiunge un altro smarrito nel bosco, che ha saltato la Sella dei Generali e raggiunto Coli da un’altra valle, seguendo le indicazioni degli indigeni. Pensando ai polli di Renzo, non lo denuncerò al Grande Inquisitore Mariolino.
È fatta: il tempo di prelevare un panino imbottito e un bicchiere di ‘sali’, di restituire il chip infangato ma che miracolosamente ha ‘suonato’ ancora (mancava però il tappetino di partenza, e ci rubano 40 secondi), e il pullmino di servizio porta subito me, Carli e una ragazza che se fossimo meno stanchi definiremmo graziosa, al recupero bagagli e alla doccia caldissima (ma separata per i due sessi, vedi sopra). Peggiorato rispetto al 2012 il pasta party (un brodino ‘falso’, come li chiamava mia suocera, con semplici fette di pane; caraffina di vino e caffè li pago io). Ma la maglietta con la scritta di finisher (ovvero “abate”) mi basta.
Adesso, dopo 4 Utmb, un Cromagnon, una Valdigne, una Lavaredo, una Abbots (per dire solo di quelle dai 100 km in su), senza mai un ritiro (e una squalifica alla Sellaronda, prontamente recepita da Mariolino sebbene i 60 km li abbia fatti tutti!), potrei lasciare volentieri il campo: “tu puoi morir, degli anticristi è l’ora”, cantavano a Manzoni ottantenne. Con lo stesso tempo e fatica impiegati oggi, potrei correre tra le 5 e le 6 maratone in un qualche campovolo, e risalire in quella certa classifica …


