Ciro Di Palma il Grande

E’ appena tornato dalla California, dove ha concluso la Badwater Ultramarathon, svoltasi dal 15 al 17 luglio, che con la Nove Colli Running e la Spartathlon forma il trio delle gare più impegnative.

Non sono soltanto i 217 km di lunghezza, i 3962 m di dislivello complessivo positivo e i 1433 m di quello negativo a fa paura, quanto le alte temperature (50-55°C) che si registrano in questo luogo chiamato “Valle della Morte”, che in estate diventa un catino infuocato.

La partenza vien data dal Lago salato, nei pressi di Badwater, situato a 85 m sotto il livello del mare, le cui acque sono talmente ricche di sali minerali da renderle cattive (bad). In 48 ore, correndo su un nastro asfaltato in pieno deserto, bisogna giungere sul Monte Whitney (2530 m), dove è fissato il traguardo.

Ciro il Grande vi è giunto in 40:19:33, in 39^ posizione. Un altro italiano, Paolo Bucci, ha impiegato 43:51:50, mentre Marco Mazzi non ce l’ha fatta.

– Complimenti! Sei Grande, Ciro!

No! Per carità! Il merito è della squadra.

Perdonami! Era una gara individuale o a staffetta.

Si, ma senza il sacrificio, l’abnegazione, l’incoraggiamento psicologico e la competenza tecnica di chi era al mio seguito non avrei mai potuto farcela.

foto 2– Spiegami meglio.

Per regolamento, è obbligatorio essere accompagnati da un’equipe. Erano a mia disposizione due auto, cariche di tutto il necessario (ghiaccio, acqua, cibo, vestiario), e quattro persone: un italiano, un inglese, un americano e una canadese. I due equipaggi si davano il cambio ogni 60 km. Ogni 2 km, mi toglievano il cappello e lo immergevano in acqua fredda, mi asciugavano il sudore, mi davano da bere e da mangiare, mi cambiavano la maglietta ecc. Esaudivano ogni mia richiesta. Avevamo programmato tutto nei dettagli e i sincronismi hanno funzionato alla perfezione. Sono stati eroici e hanno faticato non meno di me. Hanno sofferto il caldo perché, per motivi tecnici, non era possibile azionare il condizionatore d’aria, sarebbe saltato l’impianto. Ho fatto fare quattro copie della medaglia e della fibbia di cintura che viene data ai finisher e le ho distribuite fra di loro. Lo meritavano.

– Chi era l’italiano.

Andrea Boni Sforza

– Vi ho visti insieme alla maratona di Brescia e formavate una coppia male assortita: la tua testa arrivava a mala pena all’altezza del suo ombelico. Poi tu del sole di Napoli, lui della nebbia di Basilicanova (PR). Un duo curioso!

Andrea è una persona fantastica. Mi aveva già seguito alla Nove Colli, dove abbiamo collaudato i meccanismi. Sa tutto di me, e formiamo un tandem perfetto. Alla Badwater è stato eccezionale.

foto 3 Quanti chilogrammi hai perso.

Quasi niente. Alla partenza pesavo 53 kg, all’arrivo solo mezzo chilo in meno. Perché ero ben allenato e in gara non ho fatto errori. Sono giunto con accettabile anticipo al cancello del 60° km, previsto in 10 ore, e a quello del 115° km, previsto in 28 ore. Mi sono nutrito e idratato ascoltando i richiami fisiologici del mio corpo. Non sono andato mai in riserva.

– Raccontami delle temperature infernali della Valle della Morte.

Devo essere sincero. In gara, il caldo non l’ho visto proprio, non sono stato mai stanco e tutto è filato liscio come l’olio. Le alte temperature le ho patite durante i preliminari che precedono il giorno della gara. Morivo dal caldo durante le riunioni, al ritiro pettorale ecc., e ho avuto paura. Eppure è stata una delle edizioni più calde e dure, avendo avuto un alto numero di ritirati: 96 i partiti, 81 gli arrivati. Solitamente, il numero dei ritiri è esiguo perché la selezione dell’ammissione alla corsa è fortemente selettiva.

– I segreti, per essere giunto così preparato all’evento.

Ho corso in estate con l’abbigliamento invernale. “Hai sbagliato stagione”, qualcuno mi faceva osservare: “Siamo in estate!”. Qualche altro: “Tu non sei di questo mondo”. “Lo so”.

foto 4 – Ti è toccato partire nella terza ondata delle ore 10:00, mentre la prima è avvenuta alle ore 6:00 e la seconda alle ore 8:00.

Non può avvenire nello stesso momento perché ogni atleta ha due macchine al seguito. Partono prima quelli ritenuti più lenti. Mi sono trovato a partire con Dean Karnazes e altri mostri sacri. Mi son chiesto: “Che ci faccio io qui, tra questi Superman?” Per me era già un successo. C’era un caldo torrido, ma la mia schiena era attraversata da brividi di freddo.

 – Narrami dei momenti più intensi della corsa.

Non ho avuto momenti di particolare difficoltà. Molto emozionante è stata la partenza, come detto, e l’arrivo. La gara, potevo concluderla prima, ma ho aspettato che i due equipaggi mi raggiungessero per tagliare il traguardo insieme. Ho voluto condividere con loro quelle intense, indimenticabili emozioni. Nel finale, potevo superare qualche concorrente, ma mi è sembrato inopportuno arrivare davanti a chi mi aveva preceduto per gran parte della corsa.

 – Di giorno, com’era il paesaggio. (Ciro, fino adesso calmo e pacato, a questa domanda cambia il tono di voce, sobbalza, si esalta e la serie degli aggettivi non finisce mai).

Eccezionale! Ho corso in una cartolina! Veramente stupendo! Colori sempre cangianti delle rocce in rapporto all’incidenza dei raggi solari. Un acquerello! La lunga striscia di asfalto che si smaterializzava in mezzo al deserto. La distesa di sale che brillava e creava miraggi irreali. La terra sembrava bagnata. Tutto sembrava vicino e non si arrivava mai. Un effetto scenico incredibile

 – E di notte.

La mia fortuna è stata che le salite sono capitate di notte. Il termometro scendeva di trenta gradi ed ho sofferto il freddo. La canadese s’è tolta la sua giacca e me l’ha messa addosso.

 – A proposito, quanta salita, quanta discesa e quanta pianura c’erano in quelle 135 miglia.

Approssimativamente 55 di salita, 25 di discesa e 55 di pianura.

 – Dall’Italia abbiamo seguito passo passo la tua avventura. Tu e Andrea siete dei beniamini.

Sinceramente non me lo aspettavo. Sono rimasto stupito dall’essere stato accolto all’aeroporto di Bologna da molta gente. Ad aspettarmi, c’erano molti dipendenti dell’azienda per la quale lavoro. Mi ha fatto molto piacere.

 – La quota d’iscrizione (750 Euro), il viaggio aereo, gli accompagnatori, il noleggio auto, l’albergo, i viveri, l’abbigliamento tecnico…un bel gruzzolo.

La spesa è considerevole, una parte della quale è uscita dalle mie tasche. La città di Reggio Emilia mi ha concesso il patrocinio, la mia Società, Reggio Events, mi ha dato un contributo. Sponsor importanti sono stati la Coopselios e l’associazione La via della felicità, di cui sono testimonial. Ginetto Sport è stato prodigo nel fornirmi il materiale tecnico. Un ringraziamento particolare va all’azienda per la quale lavoro, la Iren, che è stata comprensiva nel concedermi permessi e turni di lavoro flessibili.

 – Archiviata la Nove Colli, la Spartathlon e la Badwater, cos’altro chiedi alla vita.

Potrei anche smettere. Le tre gare mi sono riuscite al primo colpo e non ci sono in giro avventure altrettanto eccitanti. Alla vita non ho nulla da chiedere. Mi considero un uomo felice. Faccio un lavoro che mi piace e che mi permette di vivere dignitosamente; né sono disposto a dannarmi l’anima per guadagnare qualche euro in più. La corsa è per me amore vero, non accrescimento economico o esposizione mediatica. Ho parenti che amo e dai quali sono ricambiato. Ho scoperto di avere molti amici. Ginetto Sport mi ha dedicato una vetrina del suo negozio e la palestra che frequento ha affisso una mia gigantografia accanto a campioni del calibro di Stefano Baldini. Cos’altro vuoi dalla vita!

 – Alla 24 ore di Fano, ti ho visto dare il massimo.

Sì! E’ la 24 ore il mio obiettivo segreto (ma non troppo). Sotto la guida di Antonio Tallarita, voglio migliorarmi in questa specialità, nella quale, mi dicono, avere ampi margini di miglioramento. L’aspirazione è dare il mio contributo alla nazionale della 24 ore.

 – Come vive un napoletano a Reggio Emilia.

Molto bene. Reggio è civile, vivibile e accogliente. Mi manca il mare. Io sono un uomo di mare per definizione, ho la salsedine nel mio DNA. Forse per questo la spedizione sul Lago salato è stata quasi una passeggiata.

 – Ami Napoli, tua città natale, ti piace Reggio, che ti ha accolto. In quale altro posto sogni di andare.

Ho abitato in Brasile e il mio cuore è lì. Con il Brasile, i brasiliani e le brasiliane ho un rapporto speciale. Laggiù ho molti fan, anzi sono diventato un idolo da quando ho portato a termine la Spartathlon, che solo pochi di loro hanno concluso. In Brasile, spero di ritirarmi un giorno.

 – L’ultimo libro letto.

Lupo di Mare. Navigare per i sette mari di Ron Hubbard.

 – La musica preferita.

Le classiche napoletane e la musica brasiliana.

 – I testi delle canzoni brasiliane sono stupidini e abbonda il doppio senso.

Sì, ma hanno ritmo e ti fanno vivere in allegria.

 – Qual è la tua squadra del cuore.

Domanda pleonastica a Ciro Di Palma.

 – Hai faticato, è tempo di vacanze. Dove te ne vai?

A Rio de Janeiro, naturalmente.

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