Esistono svariati tipi di colle: colla vinilica, colla siliconica, colla epossidica, colla poliuretanica, colla neoprenica, e molte altre. La Colla di cui si tratta qui, però, è tutt’altro affare, a meno che qualche potente adesivo non sia stato spalmato per celia sulla strada per rallentare ancor più l’affaticato viandante-podista. La Colla è infatti un Passo appenninico tra le province di Firenze e Ravenna posto a 913 m s.l.m., raggiungibile da Borgo san Lorenzo con un’ascesa di 16,5 km, con pendenze massima del 8-10% e media del 4,5%. E se sei stanco, o se fa caldo, o se hai sbagliato tutto e sei partito con Calcaterra o poco meno, o se gli ‘anta ti fan compagnia già da un pezzo, sembra davvero che la suola ti stia incollata all’asfalto.
E che c’entrano, direte voi, i Canotti con le colle o La Colla? E inoltre, cosa s’intende per canotti? Ci son canotti galleggianti, magari utili, da suggerire come mezzi per alleviare la fatica, usando il rafting giù per le impetuose acque del torrente Ensa, immerso nell’umida frescura di un bosco frondoso ed echeggiante di richiami d’uccelli. Sarebbe un’ottima alternativa, un modo innovativo di raggiungere l’altro versante, e SENZA auto al seguito!
E Canotti, si sa, son definite le labbra di tante attrici o presentatrici, che magari non son più nell’Era dell’elasticità della pelle, e che si ingegnano a mascherare rughette e asprezze scolpite dal tempo nell’espressione del viso con abbondanti dosi di … Colle siliconiche, per l’appunto, che rendono labbra già ben truccate morbide e invitanti, anche se un tantino gonfie, come Canotti.
Canotti ahimé scendendo bassamente di tono, sono anche quelle antiestetiche bolle, che qui in Toscana chiamiamo efficacemente Galle, che appaiono sotto il piede accaldato del podista medio-pesante passata la soglia della maratona, o giù di lì. Si tratta di canotti che formano come un’intercapedine di liquido irritante tra la carne della pianta del piede e lo strato dell’epidermide, dando l’impressione che il piede “galleggi” (“galle”, appunto, o “canotti”) sulla soletta della scarpa, anziché aderirvi. Questa situazione, che a descriverla così pare anche buffa, assume tinte raccapriccianti quando le dimensioni dei canotti invadono aree sempre più ampie di pelle che ad ogni passo deve venire a contatto col suolo, finché il dolore non diventa come un chiodo lancinante nel cervello che ti impedisce anche di pensare chiaramente. Si può provare a ingannare il cervello seguendo il consiglio dell’amico Christian Hottas: “Se ti fa male qualcosa, concentrati su un pezzetto di te che non ti duole, ad esempio, il dito mignolo della mano sinistra. E dì a te stesso, oh, come sto bene, il dito mignolo della mano sinistra sta proprio bene, non mi fa male per nulla…”. Insomma, non dico che non funzioni, ma ecco, se ti mancano ancora 70 chilometri da fare, forse non è sufficiente per arrestare il dilagare dei Canotti. Qui ci vuole un aiuto esperto, qui c’è da fermarsi in una tenda medica e farseli curare, disinfettare e medicare, per poi ripartire con le ali (e non più i canotti) ai piedi. E non importa quanto tempo ci vorrà, sarà recuperato senz’altro da un’andatura più agile e da un appoggio corretto. Presa dunque la decisione di fermarmi, giudico un ottimo punto di sosta la tenda medica dell’ultimo ristoro prima del Passo della Colla, che sarà senz’altro molto affollato. Qui al contrario non c’è molto da fare, e la ventina di operatori sanitari con tre ambulanze gioca a tressette, fuma o si rifocilla. Mi fermo, parlo con un signore arancione, e lui mi deferisce subito al Medico, che sta dentro la Tenda Medica. Entro.
“Signora! Ocché si sente male?” echeggia, speranzosa, una voce con pesante inflessione fiorentina. “Sì, no, insomma, ho molto dolore, potrebbe bucarmi due vesciche?” Il Medico della Tenda Medica è un giovanotto con barba ispida biondiccia tipo ape, che subito alza gli occhi al cielo e, rivolto all’infermiera, fa: “Ovvia, sci hiamano perché pare che uno mòia e si finisce a buca’ ddu’ galle…”. Mi sento contrita e rammaricata per questo luminare di Harvard piombato per chissà quale legge del contrappasso in un girone infernale podistico, dove le pene per i dannati son blande, un paio di galle qua, una distorsione là, e dove sprecati paiono i mesi sudati sopra i tomi di Anatomia Patologica. Dopo avermi fatto togliere calze e scarpe, arricciando il naso, il luminare esordisce: “Signora, ma lei è sudata!”
E qui mi perdonerete se faccio un breve excursus sul termine Signora. Dovete sapere che in campo podistico viene chiamato “Signora” quell’essere indubitabilmente di sesso femminile, dotato di protuberanze anteriori e posteriori anche considerevoli, col viso non giovane reso ancor più provato dalla fatica, che agli occhi del passante ordinario è lì per sbaglio, e che dovrebbe senz’altro tornare subito a casa a buttare la pasta. “Signora, i primi son già passati!” – è l’amenità più frequente che si rivolge agli esemplari di Signora che tentano dignitosamente di correre avanti, ma anche “Forza, Signora, mancano solo 150 chilometri!”, o “Signora, per la sua età è proprio brava!”
“Signora – disse dunque l’emulo d’Ippocrate – le su’ galle un so’ ppronte ancora, vede? ‘Un gli è liquido abbastanza da bucalle. Ora lei va, sci horre un altro pohino, e quando si riempian bene le si buheno, ohei Signora?”
In queste situazioni, con una maratona già nelle gambe e due canotti feroci sotto i piedi, dall’alto della propria veneranda età di Signora, ti verrebbe voglia di pensare con Loredana Bertè che non sei una Signora e di dire a Esculapio che se lui, piccolo poppante vanitoso, fosse il Primario che pensa di essere, non si ritroverebbe su un’ambulanza del 118 ad essere sballottato su pei colli nel mezzo della notte a bucare galle. Ma poi ti controlli, ti rimetti le calzature sui piedi sudati e sui canotti sempre più dolenti e te ne vai senza proferir parola. Purtroppo appena fuori c’è una fontanella, e l’acqua di montagna che ne sgorga è così buona che mi fermo a berne copiosamente, e questo dà tempo al Doktor di riemergere dalla Medica Tenda e chiedere: “Ocché le fanno male, Signora?” “Certo che mi fanno male, altrimenti lei pensa che avrei passato questa bella visita?”
Ormai il mancato intervento del Doktor mi ha condannata ad altri 60 chilometri di dolore, fino all’agognato traguardo in piazza del Popolo a giorno fatto, ove giungo con canotti scoppiati da soli per l’usura. L’emozione di arrivare è sempre profondissima, e lacrime sgorgano copiose, ma questo non è un racconto elegiaco. Mi attendono quattro giorni di incapacità a deambulare, però tutto sommato son felice perché anche quest’anno ho una storiella da raccontarvi sul Passatore, senza parlar di tempi, piatti, Mirra, classifiche, categorie e quant’altro. A proposito, hanno vinto Calcaterra e la Sustič, ma forse questo lo sapete già.
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)











