COME ERAVAMO. SOCCORRITORI IN IRPINIA 40 ANNI DOPO

La mattina risalimmo la montagna dove una colonna di soccorsi lunghissima era in attesa.  Lo scenario era, nello stesso tempo, qualcosa di unico e irripetibile che resta indelebile nella mente e nel cuore. Tanti dei miei amici custodiscono la memoria dell’esperienza in Irpinia come un taglio profondo che non si rimargina mai e che non si vuol dimenticare.Durante questi anniversari si ricordano i circa tremila morti, più di ottomila feriti e trecentomila senzatetto: questi furono i drammatici numeri dopo che la terra tremò, in Irpinia, quarant’anni fa. Una terribile scossa di magnitudo 6,9 il cui epicentro fu registrato tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania. Il sisma interessò un’area di 17mila chilometri quadrati. Alcuni dei paesi vicini all’epicentro furono quasi rasi al suolo, altri gravemente danneggiati. Simbolo della tragedia, il crollo della Chiesa Madre di Balvano, dove morirono 77 persone, per lo più bambini e ragazzi.

Ricigliano era a 10 km da Balvano. Quando arrivammo c’era la piazza piena di bare. Ma erano i vivi la cosa più preoccupante. Chi aveva una macchina salvata dormiva in macchina, gli altri invece non si sapeva dove metterli. I militari fecero delle tendopoli, ma il fango era tanto perché pioveva acqua gelata di continuo. Ogni mattino Franco Ressico di affidava dei compiti diversi, dallo scaricare i camion dei soccorsi, ad aiutare squadre specializzate, oppure accudire degli anziani e dei bambini.

La notte tornavamo sempre a Salerno. Io andai parecchie volte con il fuoristrada a portare del cibo coperte e tende in casolari dispersi dove non si sapeva cosa si sarebbe trovato. C’era un ragazzo del posto che aveva una cartina con le missioni da compiere. Nevicava e non si capiva dove c’era la strada e il burrone. Un paio di volte ci impantanammo e altrettante finimmo fuori strada. Allora tornavamo a piedi fino sulla strada maestra, tornavamo alla base in autostop e chiedevamo aiuto ai soccorritori di Gemona, quelli che 4 anni prima avevano subito il terremoto del Friuli. Erano tosti e non avevano paura di niente, avevano anche loro un fuori strada un Land Rover bianco e tra un rosario di bestemmie e una pacca sulle spalle ci venivano a tirar fuori.

I casolari abitati dove arrivavamo con la neve erano qualcosa al di fuori del tempo e dello spazio, era stato un miracolo che Cristo si fosse fermato a Eboli e non li avesse mai sfiorati con la nostra civiltà.  Ci veniva di solito incontro qualche vecchia donna coperta da svariati strati di scialli e coperte tutte nere. La si vedeva avanzare come una grande macchia scura nella candida neve. Loro non sapevano bene cosa era successo perché vivevano isolati. Ma era gente dura abituata a passare gli inverni lassù coi loro animali e loro scorte, senza Tv, corrente, e confort. Il terremoto era stata solo qualche crepa in più sui loro tetti secolari. Dove non arrivavamo noi c’era un elicottero della Marina Militare che buttava viveri e un giorno ci fecero salire per indicare i punti lontani dove non eravamo arrivati. Ricordo il fracasso del mezzo e quella visione dall’alto raggelante dei paesi distrutti.

Noi restammo lì una decina di giorni ognuno con mansioni diverse e stringemmo amicizia con i sopravvissuti. Una seconda spedizione del Liceo ritornò senza di me dopo breve portando molti aiuti più mirati richieste dalle singole famiglie e anche dei fondi raccolti nel Liceo. I nostri volontari rimasero accanto, per diversi mesi, alle popolazioni così duramente colpite.

Un ricordo indelebile. Nell’esprimere il ricordo commosso per tutte le vittime del sisma, voglio dire grazie, a quarant’anni di distanza, alle migliaia di volontari e operatori che parteciparono a quella grandissima operazione di soccorso, svolta con mezzi, tecnologie e condizioni non paragonabili a quelle dei nostri giorni.

E vorrei ricordare anche i miei compagni di Classe, anche se  qualcuno intanto se ne è andato ed ad aspettare per ringraziarli il cinquantesimo temo forse sarebbe stato  troppo tardi. Li ricordo con nostalgia come chiunque che si volti indietro potrebbe scrivere una pagina bianca di un film intitolato “Come Eravamo”.

Eravamo, in quella classe, in quei giorni degli anni 70, come le azalee che sbocciavano nel giardino del parco della scuola, pieni di promesse, che si aprivano e ondeggiava al vento sotto un sole benevolo che si rispecchiava nel lago, anche se a noi, talvolta, poteva sembrare un sole duro e spietato.

Eravamo a vivere la quotidianità tutti insieme in quella classe, come parole sussurrate in silenzio in una chiesa nel recitare del mattutino, amplificate a nostra insaputa dalle basse navate, perdute nella semioscurità, delle prime luci dell’alba che entrava dalle vetrate colorate.

Eravamo un brusio fresco, zampillante, avido di vita, di giochi: il tempo ci annoiava per il suo lento, troppo lento trascorrere; avevamo tante paure, forse troppe per la nostra giovane età, e ognuno di noi amava qualcosa. Io amavo fotografare e portai con me la mia NiKon nera che mi faceva volare  come un drone fra quelle macerie. Feci un centinaio di diapositive così come si usava allora, e che fecero effetto sulla raccolta fondi che ne seguì. Anni dopo le digitalizzai e le conservo ancora tutte nel mio hard disk. Quella che mi piace di più è una che facemmo su una Alfasud bianca nuova fiammante che il terremoto aveva trasformato in cabriolet, irrispettosa forse ma che testimoniava che la vita continuava con qualche modifica.

Eravamo degli artisti. C’era un mio compagno Luca che amava disegnare delle caricature facendo diventare i “diari scolastici” di ciascuno di noi delle opere d’arte.  Disegnava tutti facendoli diventare nerboruti, e arrotondava ed esagerava i muscoli: a me chissà perché faceva grande solo i naso trasformandolo in proboscide. Anche dell’esperienza dell’Irpinia fece un album, che metteva a nudo alcuni personaggi che si aggiravano tra le macerie e le tendopoli, come quello che tra tanto fango e calcinacci stette per 10 giorni ad intrufolarsi dappertutto con una giacca vento bianca immacolata che mai si sporcò.

Eravamo tristi perchè oltre alla devastazione pioveva e nevicava, ma penso non saremmo stati felici nemmeno col il sole che non vedemmo mai. Ma eravamo giovani e non eravamo a una gita scolastica. Eravamo nella primavera delle tempeste, dei sogni, delle lacrime, degli ormoni; eravamo irrequieti, eppure disciplinati e orgogliosi e spaventati per la missione da compiere. Mordevamo il freno, capimmo da soli per la prima volta che non serviva a niente scherzare con le regole, fuori e dentro la scuola, le regole nascono dalla vita e in questo caso dalla morte.

Eravamo fragili. Sapevamo che nessuno avrebbe perdonato i nostri errori, e che non saremmo potuti tornare indietro per paura, ma vivevamo in questa paura di sbagliare e di non fare abbastanza. Ma il sorriso e il grazie di qualcuno laggiù,  quello sì che faceva passare tutte le paure! Quei sorrisi erano come una corsa sulla scogliera col vento sulla faccia, era il desiderio della luce del mare al tramonto, condiviso con qualcosa di più grande di noi.

Eravamo indecisi tutte quelle volte in cui non riuscivamo a dare un nome alla nostra ansia: dietro quell’indefinibile stato della mente e del cuore, come sospeso, c’era quel desiderio, ambiguo, inconfessabile e sottile di aiutare gli altri a tutti i costi che col tempo si sarebbe sbiadito prepotentemente mentre era allora tutta la fiamma della nostra giovinezza.

Eravamo forse anche qualcosa di più, ma la nostra vita 40 anni dopo in gran parte è passata. Ricordiamo di quegli anni del Liceo le giornate grigie e assai spesso uguali, come accade a tutti del resto. Un bravo professore di allora mi disse: “guarda che a 30 anni la vita perde di poesia!” Fu bravo a terrorizzarmi perché l’ho tenuta sempre stretta e ancora oggi che ne ho 60 sullo sfondo, c’è sempre il colore della poesia, come una costante che mi accompagna soffrendo a denti stretti o sognando a occhi aperti. Poteva essere un tramonto, poteva essere una ragazza, poteva essere un sorriso o anche una partita al pallone quando, sfiniti, ci buttavamo sull’erba, con gli occhi al cielo, poteva essere quella sensazione di libertà che proviamo anche adesso quando ci beviamo una birra e togliamo le scarpe dopo una maratona.

Eravamo ragazzi e siam tornati uomini, non è una frase strappata a una sceneggiatura di guerra. Comunque è andata così.

Loro ci dicevano: FATE PRESTO! E noi otto abbiamo fatto presto ad arrivare e a crescere. 

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