Più di 100.000 studenti dell’antica università di Cracovia cercano una via d’uscita dalla noia delle lezioni andandosene in giro per locali, pub, birrerie e discoteche, soprattutto d’inverno quando il termometro si mette sul segno “meno” e non risale per settimane. Questa costante presenza di studenti e professori rende Cracovia, da ormai qualche secolo, la vera capitale culturale della Polonia. E parecchi sono i runners collegati ai circoli universitari.
Cracovia, in questa calda primavera, è splendida. Il Centro storico è intatto e si snoda intorno alla piazza medievale più grande d’Europa. Dall’alto del Wavel (collina) il Castello sorveglia la città, almeno da quando qui si incoronavano i sovrani polacchi. Nel centro città c’è anche un piccolo ma interessante museo con l’enigmatico e bellissimo dipinto della Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci, mentre nei dintorni meritano una visita le miniere di sale e il quartiere di Nowa Huta, città ideale del regime socialista che di ideale ha poco e niente.
A Cracovia visse Karol Wojtyla, svolgendo la sua duplice funzione di vescovo ed oppositore, prima di diventare papa e andare a Roma. Un tour attraverso i luoghi della sua vita è uno degli itinerari più gettonati, compresa la salita alla collina delle Croci di Ferro chiamata Calvarius.
Ma quello che più coinvolge è un pellegrinaggio nei luoghi della Shoah, di quel genocidio perpetrato dalla criminale ideologia nazista con la complicità di quanti voltarono le spalle. Il “mai più” che troppo sbrigativamente si oppone a quel martirio, può avere forza e speranza solo dai giovani, se li aiuteremo a cogliere il grido che si sprigiona da quelle “pietre mute”. Toglie il fiato visitare il ghetto, la fabbrica di Shindler List, dove Spielberg girò il famoso film nei luoghi reali dove tutto avvenne. Ma bisogna andare fino ad Aushwitz e Birkenau, e non capire il perché di tanto odio ed efferatezza. Addirittura la nostra guida piangeva quando raccontava…
Da questi cancelli, tutte le mattine, nella mesta colonna per andare alla fabbrica che soprannominava Babylonia, usciva Primo Levi, l’ingegnere chimico che sopravvisse e scrisse “Se questo è un uomo”.
Concluderei con queste sole cinque strofe, dirette, con pochi versi che esprimono tutta la rabbia, senza troppi giri di parole.
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
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