Aldilà di questo particolare, nel complesso, la gara è stata bene organizzata anche dal punto di vista logistico, ma qualche pecca è venuta a galla. L’organizzazione, per la circostanza, ha optato per un percorso in linea ovvero con partenza da Sant’Ambrogio di Valpolicella ed arrivo a Verona, dopo averla percorsa in lungo e largo, rive del fiume Adige comprese.
Gli abitanti di Sant’Ambrogio di Valpolicella, un comune che conta oltre 11.000 abitanti, la mattina di domenica si sono svegliati invasi da migliaia di podisti. Alle ore 09:31 pronti e via! Si pensava di correre in condizioni climatiche tipiche autunnali, invece siamo incappati in un caldo umido, deleterio per affrontare una maratona.
La prima parte del percorso attraversa strade dove da ambo i lati si notano centinai e centinaia filari di vigneti. In alcuni tratti si sente l’odore del mosto in fermentazione e qui mi affiorano in mente i tempi della scuola, quando si recitava la poesia di Giosuè Carducci “San Martino: “…ma per le vie del borgo dal ribollir de’ tini va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar…”.
La prima parte della gara sembra scorrere come acqua nel ruscello, ma questa sensazione svanisce di li a poco perché il caldo umido provoca secchezza delle fauci e quindi senti il bisogno di rifocillarti. E’ proprio sui ristori che l’organizzazione ha peccato e non poco. Sul regolamento della maratona, alla voce RISTORI, si legge testualmente: “Come da regolamento IAAF/FIDAL, sul percorso saranno presenti punti di ristoro con acqua, thè, bevande energetiche ogni 5 chilometri, a partire dal chilometro 5. Cibi solidi e frutta, saranno presenti a partire dal km 15”. Niente di più falso perché le bevande energetiche erano presenti dal 15° km, ma già al 25° km erano finite. Ho fatto appena in tempo a berne un bicchiere dall’ultima caraffa. Di frutta non si è vista nemmeno l’ombra. Ho mangiato una pezzo di banana solo al 35° km. Di cibi solidi c’erano biscotti secchi e nient’altro. Per la prima volta da quando corro le maratone ho visto gente fermarsi al bar per comprare qualcosa da mangiare e bere. Ho visto qualcuno sentirsi male proprio al ristoro del 25° km, stremato dalle forze, vittima sicuramente di un calo di zuccheri, poiché il ristoro ne era privo. Al 35° km, finalmente, ho potuto integrarmi come si deve con banana e dolci vari. Dal 35° km, sarà perché mi ero cibato a dovere, ho avuto come un guizzo e ho corso senza fermarmi fino all’arrivo, e di questo sono testimoni Antonio Niego, Paolo Bianconi e Andrea Meneghelli, bevendo però l’ultimo sorso di liquidi al 40° km.
Altro particolare degno di nota negativa riguarda le modalità di mescita dell’acqua. Anche se stiamo vivendo tempi di crisi economica e revisione della spesa, quest’ultima “volgarmente” chiamata spending review, non credo che l’acqua in bottiglia potesse costituire un problema per l’organizzazione. Ai ristori è stata distribuita acqua potabile immessa all’interno di bacinelle in plastica dove i volontari, a mani nude, immergevano i bicchieri di carta per riempirli e quindi distribuirli ai podisti. Questa operazione è sicuramente da rivedere dal punto di vista igienico sanitario. Se poi si vuole trovare un ultimo difetto, eccolo: a Sant’Ambrogio di Valpolicella, il piazzale adibito a zona ritiro borse e bagni chimici, era sprovvisto di bidoni per la spazzatura e prima della partenza di una maratona di rifiuti se ne producono in quantità.
Spero che il mio amico Mario Liccardi che ho avuto l’onore di conosce personalmente proprio la mattina della gara, questa volta si trovi d’accordo con le mi critiche.


