Forse in quell’occasione incontrai anche l’ingegner Antonino Morisi da Persiceto, già vicesindaco, ufficiale degli alpini, presidente del Cai e molto altro, e quanto allo sport, un tabellino di 324 maratone e ultra (anzi, direi più ultra che maratone); il quale, vedendo in me e Daniela la voglia di cercare orizzonti nuovi, ci disse di Davos come della gara migliore del mondo. Anzi, si offrì di accompagnarci in auto, ci prenotò lo stesso albergo dove andava sempre (a Wiesen, una quindicina di km a sud di Davos; luogo dove era sepolto il fratello), e insomma ci fece da Virgilio. Al momento della partenza, lui optò per i suoi soliti 78 km, che giusto dall’anno prima si erano induriti con una salita nuova (il passo Scaletta) e un’ultima rampa a 3 km dall’arrivo; noi, più prudenti, cominciammo coi 42 (in pratica, si partiva dal passaggio al km 36 del giro lungo, con un dislivello che per noi era di 1830 metri e per loro di 2560).
L’esperienza mi piacque molto; l’anno dopo, andando sempre nello stesso albergo dell’Inzgnir, tentai, con Daniela, i 78 km, finendoli in 10 ore giuste. Cominciai a parlarne più che bene, continuai ad andarci tutti gli anni e – forse non per merito mio, comunque post hoc ergo propter hoc – qualche supermaratoneta si convinse a venire: ricordo Ancora, Govi, il suo ‘autista’ di allora (con una macchina incredibilmente brutta) Alfonso Pagliani, Donatella Mattarozzi, Paolo Manelli organizzatore della maratona di Reggio, e vari altri.
Eppure, questa maratona non è mai stata troppo amata dagli italiani, che tuttora costituiscono solo l’1% dei partecipanti, malgrado il luogo disti 200 km da Milano, quasi tutti di autostrada, e per giunta agli iscritti sia riservato il biglietto gratuito di libera circolazione su tutti i treni svizzeri: tant’è vero che Govi, per risparmiare l’albergo, passò la notte della vigilia scorrazzando in treno tra Basilea, Zurigo, Losanna e dove volete voi (Alfonso invece dormì in auto nel piazzale sotto lo stadio).
Fino al 2003, Davos fu il mio appuntamento fisso, sempre per i 78, come credo abbia fatto Morisi fino alla morte: lo ricordo una volta compiere il suo giro di pista conclusivo pochi minuti dopo lo scadere del tempo massimo di 12 ore, ma ugualmente classificato e festeggiato. E per me Davos vuol dire Morisi, e rivedere la sua Volvo color panna, e fermarsi nell’area picnic all’ingresso della galleria del S. Bernardino, e tornare a casa dividendosi i turni di guida, e ascoltare i suoi racconti di scalate del Bianco e del Cervino, e farsi invogliare a correre un’altra gara svizzera, l’unica secondo lui paragonabile per bellezza e organizzazione a Davos: la Jungfrau di Interlaken.
Poi, per curiosità, qualche luglio tradii Davos: dalle nostre parti si lanciarono effimere maratone di montagna (Castiglione dei Pepoli, Granaglione), poi cominciai a correre la Ultra del Bianco, e prima tentavo di risparmiarmi. Insomma, di Davos ne avevo corse “solo” sette (e sette Interlaken, e due Zermatt – altra gara paragonabile). L’Inzgnir se ne è andato, pochi giorni dopo aver corso la sua ultima maratona a Reggio; e ogni anno, quando veniva l’ultima settimana di luglio, mi sentivo un po’ vigliacco a non salire a Davos.
Quest’anno non ce l’ho più fatta, e a maggio ho deciso di tornare per l’ottava volta, anche con la “scusa” che il percorso era cambiato, c’erano gare nuove e non potevo mancare di conoscerle. Eravamo già in epoca di quote maggiorate per l’iscrizione, e a queste si aggiunge l’indecente deprezzamento dell’euro col franco svizzero, che nei primi anni valeva 1300 lire, poi con l’euro ebbe un cambio semplicissimo che diceva: 3 franchi=2 euro; mentre adesso, a forza di finte spending review, di quantitative easing, di soccorsi alle banche e altre sconcezze, stiamo arrivando alla parità. Insomma, i 120 franchi di iscrizione sono diventati quasi 115 euro; il pieno di benzina a 40 franchi è diventato 39 euro, e così via. Non dite che la Svizzera è cara, dite piuttosto che i nostri governanti sono dei falsari tosamonete, che Dante metterebbe nella decima bolgia tra la “gente sconcia”, a cominciare da quel ministro Padoàn che falsa non solo i cosiddetti compiti a casa ma perfino il suo cognome, dicendo Pàdoan. Purtroppo, anche durante il weekend svizzero domina il pensiero dell’Italia, fra il tragico e il ridicolo.
Ma, venendo al podismo, Davos cresce, si moltiplica e si issa sempre più tra le meraviglie del mondo, grazie a possibilità di scelta davvero incredibili: quelli che cercano “bollini” possono scegliere la solita 78 km, due 42, e, volendo eventualmente restare fino al weekend successivo dal 5 al 7 agosto, un’altra 42, una 91, una121 e una 201, su percorsi trail tutti nuovi.
Nuova, come dicevo, è anche la cosiddetta S 42, varata solo l’anno scorso al posto della vecchia C 42 (cioè una seconda maratona che aveva affiancato la classica K 42); avevo già corse sia la K sia la C, mi restava appunto la S (suppongo stia per Scaletta-Sertig, cioè i due passi che ci toccano – il primo in senso inverso rispetto a una volta, il secondo, a 2750 metri, abbandonato nel 1998, ripreso da pochi anni e in comune con la 78 e la K 42). Suggestiva, come nella vecchia maratona di Treviso, la congiunzione degli atleti provenienti dai tre tracciati alle pendici del Sertig, quando mancano circa 22 km al traguardo.
Le misure sono leggermente abbondanti: la S 42 era venduta ufficialmente per 42,9 km con 1450 metri di dislivello, ma al termine il mio Gps (che di solito segna meno del dichiarato: a Chatillon per esempio non arrivò a 39) dava 43,700, e quello di un collega arrivato nei pressi 44,2. E il dislivello ha sfiorando quota 1700: peccato non sia stata accettata l’idea di quel socio del Club che propose di aggiungere alle nostre statistiche un km orizzontale ogni 100 metri di salita.
Più italiana la novità del pacco gara targato Migros (la catena di supermercati), pasta formaggi bevande integratori e cose simili. Attenzione invece al pasta party: le istruzioni dicono che si svolge presso un certo ristorante, ma non precisano che all’uscita del ristorante vi presentano la fattura, con un prezzo-base di 29 Frs più le bevande (dove un litro di minerale sta sui 9 franchi, più che la birra…).
A parte queste meschinità, va però detto che per il resto siamo alla perfezione L’Expo ha sede nel palazzo dei congressi (sede privilegiata del Forum annuale di Davos), molto ingrandito e funzionale, e elettrizzato da collettori solari; il disbrigo delle pratiche è rapido ed efficiente (e il mio chip personale, della Championchip ora Mikka Timing, comprato per 40 mila lire nel 1997, va benissimo a costo zero); le informazioni – ad esempio sull’incredibile numero di mezzi pubblici a disposizione gratuita dei podisti – sono esaurienti; c’è buon numero di stand, compreso uno dove acquisti il pane creato appositamente per la corsa, e uno dove puoi dare la “second chance” alle tue scarpe usate, in beneficio dell’Africa.
A 300 metri dall’Expo ha sede lo stadio, teatro di partenza e arrivo della maggior parte delle gare: magnifico impianto dotato di prato in erba artificiale, bella pista di atletica, palaghiaccio, palasport con spogliatoi ecc. Quello indicato come “Garderobe” non è il deposito bagagli ma gli spogliatoi; per lasciare le borse occorre andare sul retro dell’edificio, oltre le toilette mobili (molto numerose, ed è infatti una delle rare volte che le utilizzo anziché cercare un cespuglio nei dintorni).
I partenti dei 78 sono andati via alle 7; quelli della K 42 e dei 21 prendono i rispettivi treni; con calma alle 10,30 partiamo noi della S 42. In pratica è tutto congegnato perché entro le 8 di sera arrivino gli ultimi di tutte le specialità. Il cielo è limpidissimo, la temperatura di 22 gradi in partenza, il sole garantisce abbronzatura o scottatura; a sorpresa, dopo le 18 scatterà un temporale estivo.
Via, al suono della stessa musica solenne e un po’ lugubre dell’avvio della Utmb, e ci si incammina ad andatura calante verso lo Scaletta: 3 km di asfalto, altri 11 km di salita moderata su sentiero sterrato, fino a passare i 2000 metri dell’ultimo villaggio, Dürrboden (odore di ozono che ti fa girare la testa); poi si va di passo nella sassaia fino al passo (dove troviamo l’ennesimo ristoro, acqua deliziosamente fresca, brodo deliziosamente caldo, integratori, cola, frutta, barrette energetiche). Mi siedo sul solito sasso, questa volta non c’è la massaggiatrice cui una volta gridai “sterben mit dir, jetzt!”, ma resto fermo cinque minuti sorseggiando 7 bicchieri di liquidi vari, due pezzi di banana, due barrette energetiche (sono passate due ore e tre quarti). Segue una balconata quasi sempre in single-track, in cui dopo una ventina di minuti incontriamo i colleghi della K 42 e K 78 che provengono dalla Kesch Hutte. Salita al Sertig con circumnavigazione di un bel lago; il valico sembra sempre lì, invece prima c’è un appostamento fotografico, poi un tendone massaggi, infine un po’ di neve e lo scollinamento, quando mancano 20 km circa.
Sassosa la discesa, quasi 4 km, finché non si passa il fiume entrando in una stradina bianca che scende in leggerissima pendenza fino al villaggio di Sertig. Da lì si va in un meraviglioso sentiero in mezzo al bosco, che svolta sulla verticale di Davos dominandola per gli ultimi 5 km, fino alla discesa verso lo stadio dell’apoteosi. Sorpassi e controsorpassi con una concorrente che nella schiena porta scritto: “Kämpfa, Kämpfa, Khum!” (“lotta, lotta, vieni!”, magari con un sottinteso erotico).
Lo speaker, letto dal chip il mio nome, chiede pubblicamente in italiano “Fabio, come stai?” Non so se c’è dell’ironia, ma nel caso, ai 200 metri, decido di andare a prendere un collega avanti di 20 o più metri; il Garmin scende a indicare una media sotto i 5’/km (e non guardo le pulsazioni per non morire di spavento); vinco lo sprint (stupefatto il collega non abbozza la reazione), e mi fiondo sulle birre (analcooliche) a libera fruizione subito dopo. Verso l’uscita mi mettono al collo una originale medaglia, mi danno il pacco-gara e una maglietta; sotto gli spogliatoi un’addetta sforna dal suo computer i diplomi. Bè, sesto di categoria su 24 (27 partiti); dall’ultimo rilevamento chip risulto aver fatto, negli ultimi 15 km, il terzo tempo assoluto… Se stessi su queste medie, forse potrei presentarmi a certe Sei ore con chances per vincerle.
Le classifiche sono esposte in un albo ordinatissimo e aggiornato di continuo (ah, che tempi, quando Govi strappava dalla parete la pagina che lo riguardava!): alla fine, diranno di 550 arrivati nella 78 (meno che nei tempi d’oro), 670 nella mia S 42 (su 780 partenti), 480 nella K 42, e via via nelle altre gare, con una punta di quasi 800 adulti finisher (tra cui 320 donne) nelle due 21, di corsa e walking, partite dal bellissimo villaggio di Klosters.
Thomas Mann, o meglio, il suo personaggio Hans Castorp, arrivò a questa “Montagna incantata” per un breve soggiorno, e ci rimase sette anni. Sono 17 anni che ci vado, e come l’Inzgnir Morisi vorrei sempre rinviare l’addio.












