Dialogo fra un italiano e un lituano all’ombra delle Cattedrali romaniche

Gli chiedo: “Stai con noi?”. Lui sorride, mi risponde che non parla italiano, ma mi chiede se parlo inglese. “A little bit…”, gli rispondo. E iniziamo a parlare.

foto 2Mi dice che viene da un piccolo paese nel nord Europa… capisco che parla della Lituania. Sembra dare per scontato che il suo paese mi sia sconosciuto, ma gli dico subito che so bene di cosa parla e che conosco anche qualche lituano… perché gli sparo subito il nome di Arvydas Sabonis… the “Lithuanian Legend” mi dice lui, “the God of Basket” gli dico io, e gli racconto di quando lo Zalgiris Kaunas venne a Milano, nel 1987, a giocare contro Dino Meneghin e Bob McAdoo… Lui sa bene chi è Dino Meneghin… “the Italian legend” mi dice… Mi sorride, ed entriamo in simbiosi.

Parla un inglese gradevole e comprensibile, riesco a capire e spiegarmi. Controllo il tempo sui crono, ma sto con lui. Alina va avanti e indietro a controllare il gruppo e far casino.

Mi dice che non ha mai corso per più di 20 km… è la prima volta che prova una cosa del genere, una maratona, non è allenato ed è piuttosto stanco perché nei giorni scorsi ha sempre camminato.

Gli chiedo se viaggia col treno, se è arrivato con l’aereo… Mi dice che è arrivato via nave, e starà via un mese. Gli chiedo ancora se si sposta col treno però. Mi risponde: “By feet”. Lui si muove a piedi. Come Forrest Gump…

Gli chiedo se la sera si ferma negli hotels, oppure nei B & B… Mi spiega che no, non si ferma in quei posti, lui, se può, approfitta dell’ospitalità delle persone… Perché vivere a contatto con le persone, mangiare a casa delle persone, nei paesi stranieri, gli dà l’esatta dimensione del paese che sta visitando… Non ha i soldi per gli hotels.

C’è qualche saliscendi, io in salita cammino, non posso tenere un ritmo troppo veloce, lui mi segue, si ferma quando mi fermo, corre quando corro…

foto 3Gli dico che può andare quando si sente, ma lui vuole stare con me, perché, dice, che questo lo aiuta tanto. E dice che si fida di me, dice che vuole imparare… Dice che è buona cosa camminare ogni tanto, per le gambe…

Alina è avanti 30 metri, guida il gruppetto, io sono dietro con lui. Ripete che preferisce stare con me, anche se quella ragazza là davanti parla, parla, canta, fa confusione e fa ridere…, e mi dice “She’s very nice…”.

La raggiungiamo, gliela presento… Ci presentiamo, coi nostri nomi, e lui ci dice: “Nice to meet you”. Ma scandisce ogni parola con una dolcezza fuori dal comune…

Alina gli dice che per noi è un onore conoscere lui… ed ha ragione.

Scambia due chiacchiere anche con lei… Lui si chiama Jean, o Joan probabilmente.

Rimango di nuovo solo con lui. Tira fuori dallo zaino una confezione di marmellata, me la offre, insiste, la prendo volentieri… Curioso, però, sono io il pacer e dovrei essere io ad aiutare lui, e invece…

Entriamo a Bisceglie, sul lungomare.

Fino a qualche km prima faceva quasi caldo, adesso il cielo cambia colore… Joan guarda verso il mare, indica verso l’alto e mi dice: “The rainbow!”. Nello stesso istante, 10 metri avanti, Alina urla: “L’arcobaleno!”.

Lui mi guarda e sorridendo mi dice: “Presto avremo qualche goccia d’acqua”.

Passano 10, forse 20 secondi. Immediatamente, inizia a piovere.

foto 4Io ho due Garmin ai polsi, uno a dx e uno a sx, per sicurezza, due è meglio di uno quando fai pacer. Lui non ha orologi. Al polso dx ha un braccialetto, molto carino, da ragazzo, fatto a mano… Me lo mostra, mi spiega che gliel’ha regalato una ragazza italiana, un’artista… Quello è il suo orologio, il suo tempo.

Gli guardo le scarpe. Ha un paio di scarpette bianche tipo Superga, lisce sotto, di tela, da tennis direi… Gli dico che non sono scarpe da running. Mi spiega che sono le scarpe che gli hanno regalato i suoi genitori prima di partire, erano quelle che costavano meno. Non ha scarpe da corsa, non si allena per correre. Lavora 12 ore al giorno, studia e non gli rimane tanto tempo per correre. E da loro fa buio presto, a dicembre non hanno il sole come in Italia. Sorride.

Piove. Ma lui sorride sempre.

La mia testolina non ci mette tanto a elaborare quello che voglio fare… VOGLIO DARGLI LE MIE SCARPE, quelle che ho addosso, alla fine della gara, scambiarle con le sue, dargli un paio di scarpe confortevoli, resistenti… Però vedo che le sue scarpe sono piccole, gli chiedo che numero porta, mi dice 42… Io ho barche da 46, purtroppo!

Lo dico ad Alina. Non mi lascia neppure finire di parlare e mi dice: “Gli do le mie, da corsa ho il 42!”. Le chiedo, però, se ha quelle asciutte per cambiarsi dopo. Lei mi dice di no: “Chissenefrega, posso stare anche scalza dopo la gara!”.

Lo dico a Joan… Lui sorride, e mi ringrazia, ci ringrazia, tanto. Però mi indica le sue scarpe, tutte inzuppate, sporche, e dice che con quelle lui è partito da casa, con quelle stesse scarpe vuol finire la maratona, e CON QUELLE SCARPE LUI VUOLE TORNARE A CASA. Sorride.

Rimango in silenzio, capisco, rispetto.

Alina va avanti, al ristoro abbiamo rallentato, i chilometri sono più lunghi, dobbiamo recuperare un minuto… ma non siamo in ritardo. Non abbiamo perso tempo, con Joan. I minuti, il tempo passato con lui, assumono dimensioni, proporzioni diverse.

Gli chiedo quanti anni abbia, non mi sbagliavo, mi dice 26… Lui lo chiede a me, gli dico 43… è sorpreso, e mi dice che ne dimostro 34-35… In quel momento mi sento gonfiare d’orgoglio, non so perché…

Ma lui comincia ad essere stanco, si toglie e si rimette spesso lo zaino, spesso rallenta, e correre adesso gli è difficile. Alina forse “sente” che è l’ultima volta che lo vedrà, passa e mi dice: “Andrea, digli solo che ha un bellissimo sorriso, per favore”.

Glielo dico… Gli dico: “She tells me that you have a beautiful… SUNRISE”.

La mia amica mi sente e mi urla subito: “Pirla! Sunrise è l’alba! Sorriso è SMILE!”.

Ma Joan capisce lo stesso. E infatti sorride.

Rimaniamo io e lui soli, dietro. Dopo il ristoro del 25°km, inizia a camminare, e io provo a stare con lui, ma rallentiamo… Lo aspetto, ma devo tenere il passo, gli sono avanti pochi metri, ad un certo punto mi guarda, indica avanti e mi urla: “Go!”.

Sì! Devo andare, so che devo lasciarlo, e anche lui lo sa. Sorride.

Torno indietro, vado a stringergli la mano e lo abbraccio, gli dico che conoscerlo è stato veramente un onore. Gli dico solo: “Sorry, I have to go… But… NEVER GIVE UP!”.

A quel punto tira fuori una barretta di cioccolata dallo zaino, e me ne offre un pezzo… Lo ringrazio, sorrido, ma non posso, adesso devo andare. Quel palloncino da pacer me l’hanno dato alla partenza, e io devo portarlo all’arrivo. Me l’ha insegnato il mio giovane amico.

Joan non era iscritto alla Maratona delle Cattedrali, che non è gara internazionale, per cui forse non sapremo se e come è arrivato, forse non conosceremo il suo vero nome e cognome e non troveremo il suo posto in classifica… Ma sapremo che è tornato a casa con le sue scarpe

Non lo troveremo mai in nessuna classifica, forse. Ma lo troveremo nel nostro cuore, per le emozioni e la ricchezza di vita che ci ha trasmesso. Grazie

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